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27 Giugno 2017 Martedì 18:52
Elogio del vento
Ho sempre immaginato la luce abbacinante dei pomeriggi estivi nei tratti di un disegno a matita. In una […]
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31 Maggio 2017 Mercoledì 17:46
Rendez-vous ai Musei
Non poteva esserci scenario più suggestivo del Museo di Roma in Palazzo Braschi per concludere il progetto #DiscoverMiC realizzato dall’archeologo e Periscoper dell’anno Darius Arya che, da novembre 2016 ad aprile 2017, ogni… Continua a leggere
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2 Marzo 2017 Giovedì 16:32
Vivian Maier e la prematura scoperta
Quando penso alle foto di Vivian Maier, che hanno dovuto aspettare tutto questo tempo per vedere la luce, […]
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8 Aprile 2016 Venerdì 18:54
L’incanto dell’estate
Arriverà ancora l’estate. L’incedere lento, gli orizzonti lontani e i paesaggi a cui l’occhio non s’abitua. Gli stupori […]
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6 Marzo 2016 Domenica 11:15
Hateful Eight con Quentin Tarantino a Cinecittà

Nelle ore lente della sera, il cielo è nudo sopra Cinecittà. Sei o sette uccelli disegnano cerchi con i loro becchi a punta quando arriva il soffio del parco dirimpetto, il parco degli acquedotti, impregnato dal tagliente aroma terroso dell’erba appena inumidita. Qui dal 29 Gennaio al 28 Febbraio è stato proiettato l’ottavo film del regista di Knoxville Quentin Tarantino: Hateful Eight. Per l’occasione, il teatro 5 è diventato una gigantesca sala di 888 posti con uno schermo di 21 metri di lunghezza e 8 metri di altezza, pensato quindi per godere a pieno del formato Ultra Panavision a 70 mm, un formato abbandonato dal 1966 che permette un qualità di sei volte superiore rispetto ai film girati in 35mm. Un fotogramma che offre quindi maggiore nitidezza e una notevole ampiezza dell’immagine. Vicino alla sala, è ricostruita la baita innevata dove sono rinchiusi, a mo’ del Carnage di Polanski, gli 8 “odiosi” personaggi.

Ambientato in un Wyoming post guerra civile, il film appartiene al genere Western, seconda volta, dopo Django Unchained, seppure, non diversamente dall’operazione compiuta da Mel Brooks in Frankestein Junior, Tarantino si diverte a smascherare, uno dopo l’altro, tutti i meccanismi del genere: i duelli ripetuti, il saloon/emporio, i bicchierini di cognac, i colpi di pistola che rimbombano come fossero i motori a curvatura del Millennium Falcon. Dal buio della sala, la prima sequenza sfrutta immediatamente a pieno le potenzialità del 70 mm, mostrando sulla sinistra un crocifisso ricoperto dalla neve – una costante per tutto il film, nonché possibile metafora dell’uomo bianco che copre il nero – e in lontananza, minuscola nella enorme distesa del paesaggio, la diligenza del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) che sta trasportando la sospetta assassina Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) alla cittadina di Red Rock. Sul cammino si frappone il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex-soldato di colore ora cacciatore di taglie che trascina con sé tre cadaveri per riscuoterne, anche lui a Red Rock, la taglia. Il format si ripete ancora e sulla strada la diligenza incontra Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente nuovo sceriffo proprio della cittadina di Red Rox. I quattro passeggeri più il cocchiere O.B. (James Parks) raggiungono l’emporio di Minnie, vero set dell’intero film. Qui incontreranno i restanti personaggi: l’ex generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern), un boia dai modi dandy e dall’accento british Oswaldo Mobray (Tim Roth) il messicano (Demian Bichir) e un uomo che, in disparte, pare scriva un diario (Michele Madsen). Presoschè tutti i tipi della società americana. Riuscirà qualcuno ad uscirne vivo?

Il film è stato criticato per un elevato grado di violenza ingiustificata, inutile, estetizzante. Cervella che saltano, pezzi di organi tra i capelli, in altri termini una barbarie gratuita. Di certo, il saloon del cinema tarantiniano non è fatto per rimanere pulito dall’inizio alla fine della proiezione e la visione non è raccomandabile ai deboli di stomaco. Eppure a sparare, più delle insolite e fumettistiche pistole, sono i verbosi dialoghi di ogni personaggio che, a turno come un vero duello dialettico, cercano di affermare la propria identità attraverso il linguaggio. Diametralmente opposto al Revenant di Iñaritu, con il quale condivide soltanto la data di uscita in America e il paesaggio invernale. L’uno un film senza parole, l’altro incentrato su una guerra tra narratori armati. L’uno un’epopea del singolo, della morale che vince sulla violenza, dell’individuo, l’altro espressione della dialettica tra morale e violenza – sulla quale si impernia forse tutta la società americana, in cui convivono puritanesimo e moralismo senza però rinunciare al possesso privato delle armi e alla difesa spregiudicata del proprio mircocosmo.

Ogni personaggio, a cominciare dal generale Warren, è impegnato nella costruzione della propria narrazione, un tipo di parola che crea, ed immediatamente distrugge, realtà. E in effetti quella di Tarantino è una vera e propria “favola” raccontata, oltre che dalla voce narrante – ulteriore elemento di decostruzione del modello di narrazione con l’io onnisciente –, dai personaggi stessi del racconto. Una fabula che mette al centro del racconto proprio la parola stessa, il fari latino, quel tipo particolare di parola affidata soltanto agli dei e che, dal momento che viene pronunciata, immediatamente genera realtà. O meglio, nell’universo del Minnie’s Haberdashery, che genera storia, nel doppio senso di History e Story. Quella generale della guerra di secessione e quella individuale del proprio passato seppure, e qui il tocco da maestro postmoderno, la prima è revocata dalla seconda. E di certo ha ragione Anthony Lane del New Yorker quando afferma che la storia è inserita da Tarantino nella narrazione solo come qualcosa con cui si possa giocare.

Hateful Eight come film non è impeccabile, ma lo è come cinema. Per il formato Ultra Panavision, per i suoi 188 minuti che si avvicinano ai 219 di Lawrence d’Arabia, per l’overture d’orchestra iniziale simile a quella di Via col vento, per il riff di Ennio Morricone, è già un classico. Un classico, alla maniera postmoderna di Tarantino, che utilizza il fotogramma da 70 mm non per enormi spazi aperti ma per inglobare tutto il saloon, con i rispettivi abitanti. Nessuno è fuori dal frame, tutto è a fuoco. Sfondo e primo piano, non c’è differenza. E se il cinema della modernità era strutturalmente fondato sulla polarità visibile-invisibile, in scena-fuori scena, sull’occhio della cinepresa che sceglie cosa far guardare e cosa lasciare dietro l’inquadratura (Hitchcok ne è l’esempio lampante), nel saloon di Tarantino tutto diventa visibile e visionabile. Come l’intero film fosse una scatola di citazioni, deforma proprio il principio hitchicockiano del whodunit attraverso la lente, a sua volta deformata, della carneficina tipica dei drammi shakesperiani – che sia Tito e Andronico o che sia Amleto. Scorsese, Godard, Leone sono presenti ma non come citazioni dei loro film ma come riverbero nel cinema di Tarantino. Nel farlo, Tarantino si dimostra, che piaccia o meno il suo cinema, un autore. Si muove sull’altalena di un film imperniato da un lato sulla sceneggiatura, sulla sanguinosa verbosità, e dall’altro sul cinema stesso, sul suo aspetto più peculiare, l’audio-visivo. Hateful Eight, messa in scena di messa in scena.

Uscito dagli studi di Cinecittà, dopo tre ore di tarantinismo, di paesaggio innevato nel Wyoming, stretto tra il Montana e il Nebraska, si apre nuovamente l’ordine cittadino del parco degli acquedotti, la sua pacatezza, il conforto dei quattordici gradi, a valle dei castelli romani.

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27 Gennaio 2016 Mercoledì 12:51
Il giorno della memoria, il mondo scomparso di Roman Vishniac, l’Olocausto e la storia di una fotografia

Il 27 gennaio si celebra il giorno della Memoria. Un  giorno importante per l’impegno richiesto. La memoria, infatti, non è mai ingenua così come le testimonianze su cui si fonda, non sono mai pure. Prendiamo per esempio la documentazione fotografica della comunità ebraica dell’Europa dell’Est prima dell’Olocausto. Molto di essa si basa sul lavoro di Roman Vishniac realizzato negli anni Trenta. Si tratta di foto scattate in piccole città o villaggi remoti e pittoreschi della Polonia, Ungheria, Lettonia, Lituania che hanno contribuito a rafforzare l’idea di una visione elegiaca e nostalgica di quel mondo scomparso. “Vanished World”, appunto, dal titolo della raccolta pubblicata nel 1983. Tant’è che nel 2013 in occasione della mostra allestita negli spazi dell'International Center of Photography di New York, la curatrice, Maya Benton, attraverso un’analisi stilista di queste foto e un  confronto con le altre scattate da Vishniac, in cui rivela una sorprendente  modernità, ha parlato della costruzione di una narrazione mitizzata.

Discorso diverso ma non meno impegnativo per le foto che documentano l’Olocausto. E’ emblematico da questo punto di vista la storia di una foto: “the death pit”, la fossa della morte. Questa fotografia ha segnato l’inizio della ricerca di Janina Struk, fotografa, scrittrice ed ex senior lecturer in photography alla Università di Westminster di Londra.  La prima volta che la vide, nella sede del Polish Underground Movement Study Trust di Londra, ne rimase profondamente scossa. “Mi vergognavo nell’esaminare questa scena – racconta nell’introduzione del suo saggio, Photographing the Holocaust Interpretations of the evidence – e nello stesso tempo ne ero disturbata perché l’atto di guardare mi metteva nella posizione di un possibile assassino. Ma ero costretta a farlo come se più la guardavo e più informazioni ne ricavavo”.

Tre uomini nudi si trovano sul bordo di una fossa. Un altro uomo e un ragazzo, anche loro nudi, stanno percorrendo un sentiero. Intorno a loro ci sono sette esecutori, alcuni armati, alcuni in uniforme, altri no. Un uomo in uniforme, sul lato destro della fotografia, sta su un tumulo di terra, presumibilmente scavato dalla fossa, e appare rivolto verso la macchina fotografica. Si legge nel testo: “Sniatyn – ebrei torturati prima della loro esecuzione” . Sniatyn è una città che si trova a ovest  dell’Ucraina lungo il fiume Prut. Nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale questa città era uno snodo ferroviario tra la Polonia e la Romania.

Indagare su questa foto si rivelò più difficile del previsto. Quando chiese all’archivista chi l’avesse scattata, si sentì rispondere che non lo sapeva e dall’espressione del volto capì che la considerava una questione irrilevante. Come se la scena rappresentata fosse di per sé sufficiente a testimoniare le crudeltà del nazismo. Ma dal momento che la poca nitidezza dell’immagine ne impedisce l’identificazione dell’uniforme, che sicurezza abbiamo - si chiede ancora la studiosa – che  gli uomini ritratti nella foto fossero realmente dei nazisti?    

Dove e perché fu scattata, chi  sono le persone che vanno incontro alla morte? Si tratta di ebrei, rom, polacchi, comunisti, omosessuali? Resta un mistero e tuttavia ciò non ha impedito che la foto sia stata largamente usata in libri film e mostre. Nei diversi archivi in cui è possibile trovarla -  Inghilterra, America, Israele, Polonia, Germania, Ucraina - le informazioni che l’accompagnano riconducono la scena in tempi e luoghi diversi. Non c’è da sorprendersi allora, commenta ancora Janina Struk,  se come tante altre, è stata utilizzata dai negazionisti al fine di dimostrare che non si trattava di una foto ma addirittura un disegno.

Ciò a cui Janina Struk  ci invita è a non fermarci all’evidenza. Qualsiasi sia il nostro fine: sia se con il rigore dello storico siamo alla ricerca di prove documentali, sia se con la compassione di chi sente in dovere di tenere viva la memoria, ci accontentiamo solo delle tracce del passato.

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9 Novembre 2015 Lunedì 13:42
Il martirio di San Matteo di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, l'ispirazione, la vocazione e le grotte di Lascaux
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Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l'Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi giorni d'autunno. Ti basta rimanerci un poco davanti per capirlo, per accorgerti di quell'andirivieni vertiginoso, dell'umanità spesso affrettata e concitata ma a volte anche silenziosa e meditabonda. Un'umanità interminabile che rotea come un grande scenario multicolore di fronte a questi totem immobili, silenti e arcani. Pitture di un tempo remoto che stanno lì, in una cappella artificialmente illuminata, come grandi animali irrequieti.

E' in un sabato pomeriggio che capito a San Luigi dei Francesi, la chiesa nel rione Sant'Eustachio. Lì, a pochi passi da piazza Navona, dove nella cappella Contarelli stanno in esposizione le tre opere del maestro Caravaggio. Non è la prima volta che li vedo. Ma mi intrufolo come un turista, come chi arriva da posti lontani e ha atteso tanto tempo per avere l'occasione di ritrovarsi a tu per tu con queste opere. Come chi aggiunge il senso del viaggio alla curiosità e all'interesse. Come chi si spoglia dei suoi abiti quotidiani e della sua routine, per avvicinarsi a un'opera d'arte o a una persona sconosciuta.

Sono passati più di 400 anni. Era estate anche allora, era il 23 luglio del 1599 quando Michelangelo Merisi da Caravaggio firmò quel primo contratto che sancì la sua prima grande commissione pubblica. Aveva ancora 27 anni. Non gli venne dato molto tempo per realizzare i quadri, in fondo era anche per quello, perché fosse veloce, che riuscì a ottenere quella commissione. Chi ci aveva provato prima di lui, scultori prima e pittori poi, ci avevano impiegato troppo tempo e senza costrutto, mentre la chiesa, come spesso le accade, aveva in testa solo il Giubileo del 1600 e per quell'anno voleva i quadri. Non più di un anno. Caravaggio scelse l'olio su tela, gli esperti dicono perché gli permettesse più dinamismo, più forza, più umanità. Ci furono rifiuti, più versioni, ripensamenti e tormenti. Censure e slanci. Le due tele, all'inizio erano solo due, furono collocate al loro posto il 13 dicembre del 1600.

Adesso i turisti girano in cerchio, gesticolano, qualcuno si fa ritrarre posando con sullo sfondo la Vocazione di San Matteo. Ci sono persino degli harleisty, questi da San Diego e con indosso delle magliette gialle. Turisti di città lontanissime e ragazzi e ragazze romane. “Questo è proprio bello! E' veramente bello!”. Molti commentano, recuperano quel che hanno imparato a scuola, altri leggono le parole scritte sulle guide. Tra loro, c'è anche chi parla d'altro (“C'aveva 25 anni, se voleva veni' co' me, ce veniva”). La gente passa, si avvicina, resta qualche attimo, e poi va via dando vita a un'interminabile processione.

Qual è il motivo per cui esiste ancora tutto questo interesse e attrazione per Caravaggio? Cosa è che alimenta questa curiosità, allo stesso tempo, così vorace, sincera, affrettata e appassionata? Cosa è che fa colmare lo spazio e il tempo che ci separa da questi quadri e da quella lontanissima stagione in cui vennero dipinti?

La prima volta che venni fino a qui a vedere questi quadri ero un ragazzino. Non ne sapevo nulla di Caravaggio e della pittura. Mi accompagnava una ragazza. Quell'appuntamento era una sorta di emersione dal medioevo della mia adolescenza. Una sorta di rischiaramento e di accesso al mondo della pittura (e dell'arte). Un mondo che pensavo fosse solo un ambito in cui gli adulti ci si relegavano per una sorta di inspiegabile autoafflizione. Ricordo le labbra e il volto emozionato della ragazza. Da dove veniva quella energia? Da dove, quella passione? Erano i quadri dipinti da quell'uomo dalla vita burrascosa e di altri tempi così capaci di fare fremere una ragazza così bella e giovane che aveva scelto me per venire a vedere quelle pitture?

Nel film sul pittore che diresse il regista inglese Derek Jarman, anche lui pittore (vedi il film Caravaggio di Jarman), la storia di Caravaggio viene ricostruita a partire dai suoi ultimi giorni quando è agonizzante per la malaria su un letto. In una scena l'attore che lo interpreta parla del talento con un certo disprezzo e disperazione: “La mia pittura è un naufragio, neanche San Matteo potrebbe salvarla” (vedi le immagini in cui dipinge il martirio di San Matteo nella ricostruzione del film). Chissà cosa pensava davvero Caravaggio della sua pittura e di queste tre opere incentrate sulla vita di San Matteo che generano un così caloroso interesse popolare.

I tre quadri nella cappella, anche in questi giorni d'estate, sono illuminati artificialmente a pagamento. C'è una piccola macchinetta mangiasoldi sulla destra. Ci si possono mettere pezzi da 10, 20, 50 centesimi e da un euro. C'è sempre un turista pronto a rovistare nelle tasche e inserire qualche moneta. Sono rari gli istanti in cui i tre quadri rimangono al buio della cappella, rischiarati solo da un raggio di luce che arriva da fuori.

Non solo turisti, anche gli artisti arrivano fino a qui. Antonio Munoz Molina, lo scrittore spagnolo dal così personale approccio alla scrittura e alle cose delle vita e del sapere, è venuto a vedere questi quadri molto di recente. Era estate anche allora, un paio di anni fa. Ne ha parlato in un recentissimo articolo, pubblicato su El Pais (leggi l'articolo Un viaje a Caravaggio), in cui ha raccontato dei suoi viaggi nel mondo per vedere le opere di Caravaggio. Proprio alla fine dell'articolo, ha raccontato della sua epifania, e di come al termine di una ennesima visione di un quadro di Caravaggio, finì per concordare con Willem De Kooning quando disse che "la pittura a olio venne inventata per dipingere la carne umana".

Sono rimasto a lungo davanti ai quadri. Quando poi però sono uscito fuori alla luce del caldo pomeriggio del sabato romano, mi sono ritrovato in mezzo a tutta la gente che andava verso il Pantheon e a tutti gli altri che proseguivano verso piazza Navona. In alto, il cielo azzurro e infinito. Gli occhi quasi accecati dalla feroce luce estiva, così estrema e diversa da quella profonda e abissale di Caravaggio. Per un attimo, non so neppure bene perché, ho pensato che quei quadri e questa luce, quel "dentro" in cui ero rimasto a lungo e questo "fuori", così diretto, fossero la stessa cosa e che non c'era alcuna differenza. Né di tempo, nè di spazio. 

Allora mi è venuto in mente quello che scrisse il poeta polacco Zbigniew Herbert alla fine della sua visita alle grotte di Lascaux, quando era ancora possibile farlo, lì dove sono state ritrovate le pitture di grandi animali risalenti a più di 17 500 anni fa: “sono tornato da Lascaux dalla stessa strada da cui sono arrivato. Anche se ero stato in quello che qualcuno può chiamare l'abisso della storia, non sentivo che stavo tornando da un altro mondo. Mai prima d'ora avevo sentito una più rassicurante convinzione: io ero un cittadino della terra, un erede non solo dei Greci e dei Romani, ma quasi dell'intero infinito”.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio su Giro in Italia (Touring Club Italia), Twitter: @FedericoPace_

  • CARAVAGGIO A SAN LUIGI DEI FRANCESI: Piazza San Luigi dei Francesi, email: contact@saintlouis-rome.net, telefono: 06 688271. Apertura: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19. Chiuso giovedì.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)


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9 Novembre 2015 Lunedì 13:12
Il martirio di San Matteo di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, l’ispirazione, la vocazione e le grotte di Lascaux
Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l’Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi […]
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8 Novembre 2015 Domenica 12:08
I colori dell’autunno, il segreto delle antocianine e l’uomo con il cane
In un parco di Roma, vicino alle Mura Aureliane, un uomo un po’ avanti con l’età ha portato anche questa mattina il suo cagnetto a fare una passeggiata. Sta stretto nel cappotto e rimugina anche lui. Pare fare i conti con la solitudine e le preoccupazioni. Con i suoi progetti […]
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3 Novembre 2015 Martedì 11:59
Le periferie, il Mandrione e quando nelle baracche ci vivevamo noi
Fino a metà degli anni settanta lungo la via del Mandrione, sotto gli archi dell’acquedotto chiusi con mezzi di fortuna, vivevano comunità rom ma anche emigranti del sud Italia che arrivavano nella capitale in cerca di lavoro. Le spesse volte delle mura antiche offrivano riparo e calore; la terra, di […]
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