roma-O-matic HOME
www.ROMA-O-MATIC.com - 24 Luglio 2014 Giovedì
italiano | english
 
  Spettacoli | Cultura | A tavola | Locali | Alloggi | Sanità | Sport | Servizi | Trasporti | Varie | Area utenti
   Cinema | Cinema Estate | Prevendite
   Biblioteche | Librerie | Monumenti | Musei | Poesie | Teatri
   Fastfood | Mercati | Ricette | Ristoranti
   Discoteche | Internet Cafe' | Music Club | Pub
   Agriturismo | Bed & Breakfast | Hotel | Residence
   ASL | Farmacie | Ospedali
   Palestre
   Documenti | Meteo | Municipi | Numeri utili | Uffici Postali
   Autonoleggi | Ferrovie | GRA | Metro | Parcheggi | Stradario | Taxi
   Feed-O-Matic | Help ricerche | Statistiche | Pubblicità | Copyright | Contattaci
   Registrazione
 
Feed-O-Matic
  ricerca | ultimi 250 | indice



PREFERITI
per utilizzare la lista preferiti effettuare il login

2 risultati

7 Luglio 2014 Lunedì 11:04
L’incolore Tazaki Tsukuru e l'eco che persiste

È una di quelle mattine di domenica in cui ti chiedi se l’universo ha improvvisamente tirato il freno a mano. Le macchine sfilano lente per la strada sotto la finestra del mio appartamento e solo pochi cittadini passeggiano per i marciapiedi, tirati dall’allegria al guinzaglio dei loro cani. Gli animali non conoscono la noia: mi ricordo questa affermazione di Martin Heidegger. Noto una donna orientale vicinissima ad un semaforo rosso. Il fatto che nessuna macchina da minuti attraversi la strada non la spinge a quella lillipuziana e accettata trasgressione di raggiungere l’altra sponda del marciapiede con il rosso. Tutto è fermo come lei, e questo le basta. Anche quando il verde scatta, resta ferma. L’unico movimento che compie è quello di appoggiarsi con la spalla sinistra al semaforo, rischiando di sporcare quella bella giacca color crema. Forse aveva ragione Martin Heidegger, gli uomini sono delle solitudini e sono l’unica forma di vita a provare angoscia. Ma se non fosse davvero così, se ci fossero dei legami più profondi? Se l’angoscia non venisse dalla noia, come il grande filosofo è arrivato a pensare, ma dall’aver dimenticato la capacità di individuare i nodi della narrazione segreta in cui ci troviamo?

Ora che ho appena finito di leggere L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (guarda il trailer del libro) mi resta una curiosità, per non dire un bisogno, quella di ascoltare le mal du pays di Franz Liszt. Perché tutto il romanzo di Murakami Haruki poggia, narrativamente e metaforicamente, come spesso tutta la sua letteratura fa rispetto a un giro musicale, su quest’esile pezzo al pianoforte. Sono molte le canzoni presenti nei romanzi dello scrittore giapponese, che ha anche posseduto un locale jazz. E quando insiste molto su un pezzo in un suo romanzo non è mai un caso. Accendo il sintoamplificatore e iniziano le prime note al pianoforte.

All’inizio sono poche e rarefatte. Sparse, allentate, distanti le une dalle altre come silenziosi timidi bambini in una grande villa che si guardano da lontano e che però non trovano il coraggio di presentarsi. Per tutto il primo minuto, il mondo costruito da Liszt è tutto un accenno di melodia continuamente tradita. Lunghe pause e silenzi. Ripetizioni ed addirittura echi. Come se qualcuno stesse risuonando le stesse identiche note con una decina di secondi di ritardo, ma dietro ad una porta chiusa. Bastano queste fragili iniziali traiettorie musicali, che la narrazione di Murakami e la vita di Tazaki Tsukuru tornano alla mente.

Tazaki Tsukuru, il protagonista dell’ultimo romanzo di Murakami Haruki, è un uomo solo che vive nel non senso e nel dolore per l’abbandono dei suoi amici più cari. Ora ha trentasei anni e vuole scoprire il perché, la ragione, il fondamento sul quale si poggia la decisione degli amici di estrometterlo da quel gruppo che pareva non contenere in sé i motivi di qualsiasi tipo di scioglimento. Qual è il motivo? Cosa ha fatto Tazaki? Qual è la logica che motiva una decisione simile? Tutto il romanzo di Murakami è il tentativo di Tsukuru di rispondere a queste domande. È la sua ricerca, il desiderio di ricucire un senso, di mettere insieme i pezzi.

Nella mia stanza, dopo un minuto e mezzo dell'inizio del pezzo, le note cominciano ad avvicinarsi come quei bambini solitari per timidezza, che ora hanno rotto gli indugi e hanno finalmente deciso di mettere su, sicuramente non una partita di calcio, ma almeno un gioco di gruppo- forse nascondino, qualcosa che li unisca offrendogli però la possibilità di continuare a nascondersi. Ciascun suono si lega al precedente e al successivo, formando un unico, un flusso, in un processo di ritenzione e rimemorazione molto simile a quello compiuto da ogni coscienza che, secondo il fenomenologo Edmund Husserl, trattiene un vissuto che sta per dileguare e, così, lo trasforma in ricordo. La melodia trattiene quella pioggia di dissonanze e si trasforma, da metà brano, in armonia.

E persino tutta la traiettoria di Tsukuru è il suo disperato bisogno di trattenere ancora per sé il passato per connetterlo finalmente con il suo presente. Trovare la sua ritenzione e rimemorazione, per fare in modo che questo aggregato sparso di frammenti casuali possa essere ricondotto ad un principio, una motivazione, una ragione che dia conto dello svolgersi di quegli eventi che, nel suo secondo anno di università, lo hanno condotto al pensiero di volersi togliere la vita. Tsukuru e il suo labirinto senza filo, una ragazza e un brano musicale. Come dire: la vita e la sua narrazione. La bellissima e “bianca” Shiro e la sua passione per le mal du pays di Liszt.

Con il passare del tempo, il pezzo cresce nella mia stanza. I bambini prima nascosti decidono di uscire dalla sicurezza di legno dei tronchi d'albero e iniziare a correre all'aria aperta con tutto il loro coraggio. Ora la musica è un cosmo più che l'iniziale caos. E forse è la connessione che c’è tra la musica e la memoria che mi ha spinto a voler ascoltare questo pezzo, ora nella mia camera di Roma in una domenica d’estate. Perché anche io, in qualche modo, avevo bisogno di una ritenzione del romanzo di Murakami. Non lasciarlo andare via e tenerlo ancora un poco agganciato all’essere. Anche io, come Tazaki, costruire il mio ricordo-melodia. 

Il brano va avanti e sento che sta per giungere a conclusione, ma un certo punto mi alzo e vado nuovamente alla finestra, come se anche questo fosse un atto per rallentare ancora un poco il suo dileguarsi, come se sapessi che, se avessi finto di non essere consapevole della sua imminente fine, il pianoforte non avrebbe smesso di suonare. Da dietro al vetro, non vedo più la donna orientale appoggiata al semaforo. Se fossi Murakami, penserei che quella donna era e non era effettivamente lì. Se fossi Murakami penserei che quella donna era Shiro, la ragazza che, a detta di Tazaki Tsukuru, era in grado di suonare il pezzo di Liszt le mal du pays come nessun altro al mondo.

Un pezzo al piano è quasi sempre un dono. Ma le note di Liszt nella mia stanza ora sono qualcosa di più. Sono come tutto il senso della letteratura di Murakami. Non sono semplicemente il dono di un paradiso parallelo, che mi intrattiene lontano dal nostro mondo, che semplicemente fa dimenticare. Le note di Liszt sono l’interruttore che spegne la nostra realtà, accende un altro mondo e, di rimando, parla di noi parlando di altro.

Quando l'ultima nota sigla il punto finale della melodia, nella mia stanza però non cala il silenzio. Quelle note, ancora per poco, tutta quell'armonia di traiettorie incrociate di piedi e pantaloncini di bambini ora perduta, sono ancora lì, appese ad un filo invisibile come panni stesi ad asciugare. Un'eco che persiste. Come sempre succede con i libri di Murakami.

 

leggi l'articolo
© MagazineRoma Informare e narrare MagazineRoma
| culture | murakami haruki | letterature | libri | giappone | martin heidegger | edmund husserl | roma |
Preferiti: aggiungi | rimuovi  
permalink

27 Maggio 2014 Martedì 08:27
I papaveri rossi su un declivio, il vento, il quadro di Monet e il fragile rossore
100

Poi, tra l'erba incolta dei campi e qualche margherita, sono spuntati i papaveri. Con i petali leggeri e la loro macchia nera. Tremano al vento. Sono chiazze di colore tra il verde. Stanno sul ciglio di un campo e nella memoria di ciascuno. Sono natura immediata e istintiva. Ma non solo.

Quando ci passi vicino, a quella loro distesa infinita, credi infine di vedere prendere vita davanti a te quel quadro di Claude Monet (I papaveri) dipinto nel 1873. Visto e rivisto chissà quante volte in mille riproduzioni fino a quando, in una fredda giornata in una delle sale del Museo d'Orsay a Parigi, te lo sei ritrovato davanti. Piccolo e fremente, su di una parete. Come un papavero in un campo.

Quale che sia il pensiero, quale che sia il ricordo che un campo di papaveri rossi ci richiama alla mente, c'è quasi sempre di mezzo una sensazione di libertà e leggerezza. Ventosità e spensieratezza.

Anche oggi, mentre ci passi davanti, mentre due ragazze fanno footing e il vento si alza irrequieto, mentre un uomo lascia che il suo cane lo porti a passeggiare, i papaveri stanno sul fianco di un piccolo declivio. Proprio come in quel quadro di Monet. Mostrano i petali al vento e al sole. E sembrano qualcosa di più di quel che sono.

Nascono spontaneamente e ai contadini, proprio per questo, non devono piacere. Non devono sembrar loro un gran che quando crescono tra i campi del raccolto. Ma qui, sul ciglio di una strada, sul prato di un parco, è così diverso.

Non si ha la voglia di coglierli, come ci accade quasi sempre con i fiori quando non si è più bambini. Perché non cadano i petali e resti ancora, dentro quel gambo verde, quella stilla di vita e rimangano ancora, per tutto il tempo che possono, proprio lì, su quel declivio, in mezzo al verde, mentre il vento ne agita il fragile rossore.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio su Giro in Italia (Touring Club Italia), Twitter: @FedericoPace_

leggi l'articolo
© MagazineRoma Informare e narrare MagazineRoma
| cronache | percorsi | papaveri | claude monet | culture | roma |
Preferiti: aggiungi | rimuovi  
permalink

2 risultati

Altre sezioni per - Auditorium - Concerti



 
© EtaByte s.r.l. | note legali | pubblicità su questo sito