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20 Marzo 2014 Giovedì 13:00
Incontri in metropolitana, Marcel Proust, il tempo ritrovato e la forza della letteratura

Sulla metropolitana un tipo, non più tanto giovane, legge un libro. Mi basta un una occhiata veloce per riconoscere la copertina: si tratta di uno dei volumi della Recherche di Marcel Proust. Sì, ma quale? Per quanto vicino non riesco a leggere il titolo. Il tempo per scoprirlo è poco anche perché  la metropolitana sembra raggiungere le fermate più velocemente stamattina. Non mi rimane, allora, che chiederglielo. Comincio lanciandogli un commento complice: E’ sempre un piacere leggere Proust! Lui annuisce, in parte sorpreso. Ma a quel punto sento di poter osare: Quale in particolare sta leggendo? Il tempo ritrovato.

Scambiamo ancora qualche parola. Conveniamo entrambi sul fatto che un conto è leggere Proust a diciotto anni e un altro quando si è abbondantemente raggiunta l’età della ragione. La prima volta lo apprezzai solo in parte. La cosa che più mi stupì fu la sintassi, ho ancora il tempo di dirgli poi a Flaminio scende.

Prima di raggiungere la stazione di Lepanto la metropolitana per un breve tratto riemerge in superficie per oltrepassare il Tevere. Per un attimo tornano alla luce anche frammenti di passato e più precisamente del giorno in cui  mi decisi a comprare l’intera opera: i 7 volumi nella pregiata edizione Einaudi, compresa di cofanetto. Con le mitiche copertine illustrate ognuna con una fotografia di Eugene Atget. Fu così che scoprii anche quest’artista solitario che per lo più impiegava il suo tempo a fotografare scorci di Parigi  deserti.  

A proposito di queste fotografie, Walter Benjamin diceva che sembrano tutte scene in cui è stato da poco commesso un delitto. Sarà per questo che le vie di fuga sono sempre ben evidenti. Ma un delitto non necessariamente deve coincidere con un omicidio. Un delitto è anche non degnare di uno sguardo tutto ciò che incontriamo sulla nostra strada. In questi casi la pena consiste in una perdita grave: non si contano le occasioni, a cui spesso per negligenza rinunciamo, di sovrapporre le  diverse immagini di sé. In modo da poterle vederle combaciare perfettamente, anche se solo  per un breve momento. Così come quando si mette a fuoco con una vecchia  macchina fotografica con mirino a telemetro.   

Quando la metropolitana riscende sotto terra, come un fantasma, anche il ricordo di quando tornai a casa fiero e orgoglioso di quello acquisto così impegnativo svanisce. Le due immagini tornano a essere lontane. E’ il momento giusto di rimettermi a leggere Proust, mi dico. Con più pazienza e senza l’ansia di una volta di arrivare subito alla fine. Perché non c’è nessun premio ad attendermi alla lettura dell’ultimo rigo. Magari un lieve guadagno, simile all’interesse maturato investendo su un buono fruttifero.

Comincerò, naturalmente, dalla Strada di Swann. Sarà come un tornare indietro sulla strada fatta da allora, per sentire ad ogni passo su questo accumulo di terra e di  tempo, la dispersione. Per poi decidere dove fermarmi a scavare alla ricerca di un reperto: una tazza, un bicchiere ma mi accontenterei anche di un cucchiaino. Che piacere sarà riprenderlo in mano con familiarità e avvertire lo stesso peso di una volta! Sarà come far tornare il profumo nella boccetta. Ma mi accontenterei anche solo del dentifricio nell’astuccio.

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18 Marzo 2014 Martedì 11:11
David Grossman a Roma, la responsabilità dello scrittore, Madame Bovary e il riscatto dell'individuo

In una domenica di luce e vento, David Grossman si è incamminato lungo i bui corridoi dell'Auditorium di Roma per dire qualcosa di sé e della complessa arte della scrittura. Per molte ore, nello stesso giorno, il cielo era stato azzurrissimo, poi, lentamente aveva ceduto il suo colore marino al procedere della sera. Allora, Grossman è sbucato da una quinta della Sala Petrassi, ha fatto pochi passi sul palco e si è seduto su una poltroncina rossa. Ha stretto le mani quasi in preghiera e ha cominciato a ascoltare i suoi interlocutori.

Si è parlato del camminare e dello scrivere e subito, Grossman è sembrato venire da un'altra terra, da un altro luogo, da un altro spazio. L'inglese essenziale, la gentilezza e l'innocenza conservata nonostante tutto (la morte del figlio sopra ogni cosa), la voglia di ragionare e confrontarsi, l'ardire di confessare, ancora adesso, le paure che lo inseguono a ogni passo.

Ha cominciato quasi subito mettendosi a nudo, senza alcun timore o ostentazione: “Quando ho perso mio figlio, sette anni e mezzo fa, ho avuto paura di perdere l'abilità di muovermi dentro di me, ho avuto paura di gelarmi”. Molti tra il pubblico conservavano il ricordo della lettera che scrisse al figlio Uri in quell'occasione così dolorosa.

Molti sapevano di questo scrittore che si mise a scrivere (A un cerbiatto somiglia il mio amore) della donna e madre che si mise in cammino per Israele per fuggire il terrore quotidiano di sentire bussare alla propria porta qualche ufficiale con la notizia della morte del figlio in guerra. Molti sapevano che lo scrittore, durante la stesura di quel libro si mise anche lui in cammino per Israele per capire a fondo cosa volesse dire entrare in contatto così diretto con la terra. Molti sapevano che poi la realtà si sovrappose crudelmente alla finzione, e che Uri venne chiamato in guerra e che poi venne ucciso.

La giacca blu, i pantaloni grigi, ogni tanto fa sì con la testa, altre volte guarda in alto cercando un pensiero, degli anelli da trapezisti su cui potersi issare, per recuperare un'emozione o sentirsi più leggero di quanto forse gli interlocutori, o la vita stessa, lo sta facendo sentire. Chiunque lo ha guardato dalla platea, con un poco di attenzione, si è accorto che, seppure seduto su quella poltroncina rossa, David Grossman non faceva altro che “muoversi dentro di sé”.

E' tornato sulle sue paure, sulle nostre paure. “Abbiamo il terrore che la nostra vita cambi”. E lo ha detto con lentezza, lasciandocelo scivolare dentro, aspettando che ciascuno avesse il tempo di accogliere quella frase, che quelle parole, come un liquido, trovassero il cavo dove depositarsi dentro di noi, agganciassero l'esperienza personale che ne amplificasse il senso fino a permettere una profonda comprensione. Allora, solo poco dopo, ha ripreso a dire, quasi per restituire forza a sé e a noi: “scrivere in qualche modo è frantumare noi stessi in tanti pezzi e cercare poi di ricomporli in una storia”.

Ha continuato a parlare, a dire che il libro è un processo di scoperta di significati che lo scrittore non conosce. Ha parlato di nuovo di paure, di cose che possono essere viste solo nello spazio della storia e poi ha aggiunto, che “un libro è più intelligente e generoso dello scrittore”. Poi, ci ha aiutati a salire un ultimo gradino: “i lettori hanno il libro, il prodotto finale, io ho avuto il lungo viaggio che ho attraversato per costruire quella storia”.

Si è tolto e messo continuamente le cuffiette per capire quello che dicevano l'intervistatore e lo scrittore italiano che erano con lui sul palco. Ma poi è arrivata forse la questione essenziale. L'intervistatore ha chiesto, più o meno, quale sia il ruolo politico di uno scrittore in un tempo di mass media. “In questa cultura di massa, lo scrittore guarda all'individuo, questo può fare lo scrittore, dare legittimità agli individui e permettere agli altri di vederli”. E ha aggiunto in maniera esplicita: “La responsabilità di uno scrittore è quella di essere preciso”.

Ha parlato di Israele, della Palestina, delle nuove immigrazioni, del terrore istillato dal governo, dai giornali. Ha spiegato che non gli interessa raccontare un conflitto, ma ha a cuore “cosa vuol dire essere un uomo durante un conflitto, come degenerano le sue qualità, come si riflette questo evento nei più intimi gesti.” E' stato esplicito e ha voluto che tutti capissero: “Io non ho risposte, voglio solo cercare le condizioni umane in modo che il lettore e il personaggio si uniscano”.

Grossman, mentra parlava, è sembrato quasi tracciare dei cerchi in terra, sempre più piccoli, fino a che non riusciva a disegnare quello più definito e preciso. Allora ha cominciato a dire dell'arte di Flaubert. “Quando Madame Bovary si innamora del giovane Leon, ha bisogno di trovare un posto per fare l'amore con lui, siamo in un piccolo paese, non è così semplice”. Ha ricordato della corsa in carrozza e del modo con cui tutti additano la coppia scandalosa. “Ecco, quando noi leggiamo una storia così nei mass media, noi siamo quelli che additano la coppia, ma quando leggiamo Flaubert, noi siamo la coppia”.

Le persone che prendono vita nei libri e s'agitano e ci agitano. I personaggi a cui ci avviciniamo, fino a comprendere ogni cosa, le debolezze, le gioie, le miserie e le grandezze. Questo è l'atto politico dello scrittore, riscattare l'individuo. La sera si è chiusa, Grossman si è allontanato quasi di fretta, sarà dovuto andare a firmare le copie dei suoi libri e così tutti lo abbiamo perduto di vista. Le luci si sono accese e pian piano ciascuno è tornato a sé, a sistemarsi la giacca, a riavviare la vita elettronica del cellulare e a ripercorrere a ritroso quei corridoi che ora portavano all'esterno. Verso il cielo notturno e i silenzi delle strade.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio sul libro Giro in Italia (Touring Club Italia), @FedericoPace_

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5 Marzo 2014 Mercoledì 19:05
La mostra di Rodin alle Terme di Diocleziano, il Bacio, Francesca da Rimini e il corpo
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Andare alla mostra di Auguste Rodin alla Terme di Diocleziano (Rodin, il marmo, la vita) è come andare a un incontro con il Minotauro. Non compri semplicemente i biglietti e entri dentro le sale per guardare quel che lo scultore ha prodotto e uscirne come eri prima: il cielo, il libro sotto al braccio, le automobili, i passanti e la cena da preparare. Tutt'altro. Andare alla mostra di Rodin è come entrare in un labirinto di cui non conosci il percorso e non hai idea di quale sarà lo stato d'animo con cui ne uscirai, se mai riuscirai a venirne fuori. A attenderti ci sono le opere d'arte, ecco, e lì dove ci sono le opere d'arte, c'è anche l'artista, il genio, che non può che toccarti, contagiarti, trasformarti e liberarti.

Alla biglietteria un uomo sulla sessantina sembra consapevole di quel che potrà accadere e pare voler perdere tempo. Prima di comperare il suo tagliando continua a fare domande alla bigliettaia. Tira fuori un passaporto e parla delle sue origini francesi. Il dialogo pare surreale, lui è sordo e lei è quasi afona. In più, i due sono separati da uno spesso vetro, quasi un acquario. Si chinano entrambi verso la fenditura in fondo dove passano i biglietti e le monete, e sembrano cercare aria, quasi baciarsi, quando si avvicinano a turno per domandare e rispondere. Il rito dei due, dura un'infinità, o almeno così sembra.

Al termine, quando tutti riusciamo a entrare, passiamo un paio di sale, poi quasi ci si perde. Qualcuno va dritto, passa un tornello, sbaglia strada e si inoltra verso un corridoio silenzioso. Altri, insieme a me, tornano nel giardino delle Terme di Diocleziano e si avviano verso un'altra entrata. Poi una grande sala, e infine verso sinistra, una luce: laggiù ha inizio la mostra-labirinto.

Proprio lì, di fronte a noi, stanno maestosamente stretti in un abbraccio i due amanti de Il bacio (guarda Private life of a Masterpiece, Bbc). La fede, l'Amore profondo, Francesca da Rimini e Paolo. Tanti i nomi. Ma due i corpi, stretti, avvinti, come fossero carne. 

Appare davanti agli occhi, ancora una volta, il paradosso del marmo, gelido e bianco, eppure così capace, come nessun altro materiale di ricreare un corpo, di dare vita e sensualità a un gesto, a un muscolo, a una torsione, a un abbraccio.

Un braccio che si tende, le gambe che si inclinano, il busto che si torce o la testa che si piega. Nelle conversazioni che Rodin ebbe con Paul Gsell, lo scultore confessa di indicare ai suoi modelli solo una posizione, “io gliela indico, ma evito accuratamente di toccarlo per metterlo in quella posa, perché voglio rappresentare solo ciò che la realtà mi offre spontaneamente”.

Gsell racconta di come al Deposito dei Marmi a Parigi, che ora non c'è più, Rodin si circondasse di modelli, uomini e donne, nudi, solo per familiarizzare con il corpo, con l'espressività del corpo, per averne un'intima conoscenza. Solo quando infatti, una o uno di loro, compiva un gesto che lo colpiva espressivamente, allora prendeva rapidamente la sua argilla e ne creava un bozzetto.

Si può girare intorno ai due che si stringono, e loro due, restano lì, nella stessa posa tesa, piena di energia e potenza. Come se nulla fosse. Quasi noi, meno reali di loro due, delle loro gambe intrecciate, del loro amore assoluto, della loro bramosia. Le loro labbra neppure si vedono, forse neppure si baciano, eppure...

Più in là le altre opere. Meno importanti, meno imponenti, meno complete. Colpiscono i volti. I visi mettono paura nella loro apparenza fantasmatica. Si direbbe quasi che nel volto, il marmo receda alla natura impaurente della cera. Sembra muta e evanescente, materia dei sogni e dei morti. Questa volta, noi che guardiamo siamo più vivi, molto più vivi, e ne fuggiamo un poco.

Giriamo ancora, fino all'ultima sala. Lì c'è un uomo seduto. Stanco e con una macchina fotografica. Pare interrogarsi su quel che ha veduto. Sul significato dell'arte, sul senso delle opere incompiute di Rodin. Forse è solo stanco per il lungo viaggio che ha dovuto compiere per arrivare fino a Roma. O forse la fatica è dovuta a una malattia che lo rode e non lo lascia, impietosamente, neppure oggi che è nel labirinto di Rodin. Poi si è avvicinata la moglie e si è messa a parlare piano, sottovoce, tanto che quasi non si capiva se erano spagnoli, catalani, ciprioti, greci o chissà cosa. Lei si è fatta sempre più vicina, forse perché sa, più di ogni altro, le ragioni di quella stanchezza dell'uomo.

Parlano fitto, e noi quasi sviamo per evitare di ascoltarli, eppure non ci sfugge che lei si fa sempre più vicina, mentre lui continua a sussurrarle qualcosa. Sono, e siamo, lontanissimi dalla stanza dove gli amanti di Rodin stanno stretti nel loro eterno intreccio, eppure, quando la donna ha alzato il braccio per avvicinare a sé l'uomo invecchiato e stanco, e poi quando anche lui si è avvicinato e ha inarcato quasi il torso per accoglierla e stringerla, Francesca e Paolo, non sono sembrati più i nomi di due statue, di due personaggi, ma quelli di due turisti arrivati fino a qui per dare conforto a un patimento che non sappiamo e per dare forma ancora una volta al più insondabile dei sentimenti.

 

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio sul libro Giro in Italia (Touring Club Italia), @FedericoPace_

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