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8 Aprile 2016 Venerdì 18:54
L’incanto dell’estate e la curva del tempo
Arriverà ancora l’estate. L’incedere lento, gli orizzonti lontani e i paesaggi a cui l’occhio non s’abitua. Gli stupori e le curve inattese. Quella sensazione che possa accadere di nuovo qualcosa, quell’inspiegabile convinzione che il misterioso meccanismo del tempo, e tutti i suoi avvenimenti, possa rimettersi in moto davvero e per […]
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6 Marzo 2016 Domenica 11:15
Hateful Eight con Quentin Tarantino a Cinecittà

Nelle ore lente della sera, il cielo è nudo sopra Cinecittà. Sei o sette uccelli disegnano cerchi con i loro becchi a punta quando arriva il soffio del parco dirimpetto, il parco degli acquedotti, impregnato dal tagliente aroma terroso dell’erba appena inumidita. Qui dal 29 Gennaio al 28 Febbraio è stato proiettato l’ottavo film del regista di Knoxville Quentin Tarantino: Hateful Eight. Per l’occasione, il teatro 5 è diventato una gigantesca sala di 888 posti con uno schermo di 21 metri di lunghezza e 8 metri di altezza, pensato quindi per godere a pieno del formato Ultra Panavision a 70 mm, un formato abbandonato dal 1966 che permette un qualità di sei volte superiore rispetto ai film girati in 35mm. Un fotogramma che offre quindi maggiore nitidezza e una notevole ampiezza dell’immagine. Vicino alla sala, è ricostruita la baita innevata dove sono rinchiusi, a mo’ del Carnage di Polanski, gli 8 “odiosi” personaggi.

Ambientato in un Wyoming post guerra civile, il film appartiene al genere Western, seconda volta, dopo Django Unchained, seppure, non diversamente dall’operazione compiuta da Mel Brooks in Frankestein Junior, Tarantino si diverte a smascherare, uno dopo l’altro, tutti i meccanismi del genere: i duelli ripetuti, il saloon/emporio, i bicchierini di cognac, i colpi di pistola che rimbombano come fossero i motori a curvatura del Millennium Falcon. Dal buio della sala, la prima sequenza sfrutta immediatamente a pieno le potenzialità del 70 mm, mostrando sulla sinistra un crocifisso ricoperto dalla neve – una costante per tutto il film, nonché possibile metafora dell’uomo bianco che copre il nero – e in lontananza, minuscola nella enorme distesa del paesaggio, la diligenza del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) che sta trasportando la sospetta assassina Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) alla cittadina di Red Rock. Sul cammino si frappone il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex-soldato di colore ora cacciatore di taglie che trascina con sé tre cadaveri per riscuoterne, anche lui a Red Rock, la taglia. Il format si ripete ancora e sulla strada la diligenza incontra Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente nuovo sceriffo proprio della cittadina di Red Rox. I quattro passeggeri più il cocchiere O.B. (James Parks) raggiungono l’emporio di Minnie, vero set dell’intero film. Qui incontreranno i restanti personaggi: l’ex generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern), un boia dai modi dandy e dall’accento british Oswaldo Mobray (Tim Roth) il messicano (Demian Bichir) e un uomo che, in disparte, pare scriva un diario (Michele Madsen). Presoschè tutti i tipi della società americana. Riuscirà qualcuno ad uscirne vivo?

Il film è stato criticato per un elevato grado di violenza ingiustificata, inutile, estetizzante. Cervella che saltano, pezzi di organi tra i capelli, in altri termini una barbarie gratuita. Di certo, il saloon del cinema tarantiniano non è fatto per rimanere pulito dall’inizio alla fine della proiezione e la visione non è raccomandabile ai deboli di stomaco. Eppure a sparare, più delle insolite e fumettistiche pistole, sono i verbosi dialoghi di ogni personaggio che, a turno come un vero duello dialettico, cercano di affermare la propria identità attraverso il linguaggio. Diametralmente opposto al Revenant di Iñaritu, con il quale condivide soltanto la data di uscita in America e il paesaggio invernale. L’uno un film senza parole, l’altro incentrato su una guerra tra narratori armati. L’uno un’epopea del singolo, della morale che vince sulla violenza, dell’individuo, l’altro espressione della dialettica tra morale e violenza – sulla quale si impernia forse tutta la società americana, in cui convivono puritanesimo e moralismo senza però rinunciare al possesso privato delle armi e alla difesa spregiudicata del proprio mircocosmo.

Ogni personaggio, a cominciare dal generale Warren, è impegnato nella costruzione della propria narrazione, un tipo di parola che crea, ed immediatamente distrugge, realtà. E in effetti quella di Tarantino è una vera e propria “favola” raccontata, oltre che dalla voce narrante – ulteriore elemento di decostruzione del modello di narrazione con l’io onnisciente –, dai personaggi stessi del racconto. Una fabula che mette al centro del racconto proprio la parola stessa, il fari latino, quel tipo particolare di parola affidata soltanto agli dei e che, dal momento che viene pronunciata, immediatamente genera realtà. O meglio, nell’universo del Minnie’s Haberdashery, che genera storia, nel doppio senso di History e Story. Quella generale della guerra di secessione e quella individuale del proprio passato seppure, e qui il tocco da maestro postmoderno, la prima è revocata dalla seconda. E di certo ha ragione Anthony Lane del New Yorker quando afferma che la storia è inserita da Tarantino nella narrazione solo come qualcosa con cui si possa giocare.

Hateful Eight come film non è impeccabile, ma lo è come cinema. Per il formato Ultra Panavision, per i suoi 188 minuti che si avvicinano ai 219 di Lawrence d’Arabia, per l’overture d’orchestra iniziale simile a quella di Via col vento, per il riff di Ennio Morricone, è già un classico. Un classico, alla maniera postmoderna di Tarantino, che utilizza il fotogramma da 70 mm non per enormi spazi aperti ma per inglobare tutto il saloon, con i rispettivi abitanti. Nessuno è fuori dal frame, tutto è a fuoco. Sfondo e primo piano, non c’è differenza. E se il cinema della modernità era strutturalmente fondato sulla polarità visibile-invisibile, in scena-fuori scena, sull’occhio della cinepresa che sceglie cosa far guardare e cosa lasciare dietro l’inquadratura (Hitchcok ne è l’esempio lampante), nel saloon di Tarantino tutto diventa visibile e visionabile. Come l’intero film fosse una scatola di citazioni, deforma proprio il principio hitchicockiano del whodunit attraverso la lente, a sua volta deformata, della carneficina tipica dei drammi shakesperiani – che sia Tito e Andronico o che sia Amleto. Scorsese, Godard, Leone sono presenti ma non come citazioni dei loro film ma come riverbero nel cinema di Tarantino. Nel farlo, Tarantino si dimostra, che piaccia o meno il suo cinema, un autore. Si muove sull’altalena di un film imperniato da un lato sulla sceneggiatura, sulla sanguinosa verbosità, e dall’altro sul cinema stesso, sul suo aspetto più peculiare, l’audio-visivo. Hateful Eight, messa in scena di messa in scena.

Uscito dagli studi di Cinecittà, dopo tre ore di tarantinismo, di paesaggio innevato nel Wyoming, stretto tra il Montana e il Nebraska, si apre nuovamente l’ordine cittadino del parco degli acquedotti, la sua pacatezza, il conforto dei quattordici gradi, a valle dei castelli romani.

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