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8 Aprile 2016 Venerdì 18:54
L’incanto dell’estate
Arriverà ancora l’estate. L’incedere lento, gli orizzonti lontani e i paesaggi a cui l’occhio non s’abitua. Gli stupori […]
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6 Marzo 2016 Domenica 11:15
Hateful Eight con Quentin Tarantino a Cinecittà

Nelle ore lente della sera, il cielo è nudo sopra Cinecittà. Sei o sette uccelli disegnano cerchi con i loro becchi a punta quando arriva il soffio del parco dirimpetto, il parco degli acquedotti, impregnato dal tagliente aroma terroso dell’erba appena inumidita. Qui dal 29 Gennaio al 28 Febbraio è stato proiettato l’ottavo film del regista di Knoxville Quentin Tarantino: Hateful Eight. Per l’occasione, il teatro 5 è diventato una gigantesca sala di 888 posti con uno schermo di 21 metri di lunghezza e 8 metri di altezza, pensato quindi per godere a pieno del formato Ultra Panavision a 70 mm, un formato abbandonato dal 1966 che permette un qualità di sei volte superiore rispetto ai film girati in 35mm. Un fotogramma che offre quindi maggiore nitidezza e una notevole ampiezza dell’immagine. Vicino alla sala, è ricostruita la baita innevata dove sono rinchiusi, a mo’ del Carnage di Polanski, gli 8 “odiosi” personaggi.

Ambientato in un Wyoming post guerra civile, il film appartiene al genere Western, seconda volta, dopo Django Unchained, seppure, non diversamente dall’operazione compiuta da Mel Brooks in Frankestein Junior, Tarantino si diverte a smascherare, uno dopo l’altro, tutti i meccanismi del genere: i duelli ripetuti, il saloon/emporio, i bicchierini di cognac, i colpi di pistola che rimbombano come fossero i motori a curvatura del Millennium Falcon. Dal buio della sala, la prima sequenza sfrutta immediatamente a pieno le potenzialità del 70 mm, mostrando sulla sinistra un crocifisso ricoperto dalla neve – una costante per tutto il film, nonché possibile metafora dell’uomo bianco che copre il nero – e in lontananza, minuscola nella enorme distesa del paesaggio, la diligenza del cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) che sta trasportando la sospetta assassina Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) alla cittadina di Red Rock. Sul cammino si frappone il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex-soldato di colore ora cacciatore di taglie che trascina con sé tre cadaveri per riscuoterne, anche lui a Red Rock, la taglia. Il format si ripete ancora e sulla strada la diligenza incontra Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente nuovo sceriffo proprio della cittadina di Red Rox. I quattro passeggeri più il cocchiere O.B. (James Parks) raggiungono l’emporio di Minnie, vero set dell’intero film. Qui incontreranno i restanti personaggi: l’ex generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern), un boia dai modi dandy e dall’accento british Oswaldo Mobray (Tim Roth) il messicano (Demian Bichir) e un uomo che, in disparte, pare scriva un diario (Michele Madsen). Presoschè tutti i tipi della società americana. Riuscirà qualcuno ad uscirne vivo?

Il film è stato criticato per un elevato grado di violenza ingiustificata, inutile, estetizzante. Cervella che saltano, pezzi di organi tra i capelli, in altri termini una barbarie gratuita. Di certo, il saloon del cinema tarantiniano non è fatto per rimanere pulito dall’inizio alla fine della proiezione e la visione non è raccomandabile ai deboli di stomaco. Eppure a sparare, più delle insolite e fumettistiche pistole, sono i verbosi dialoghi di ogni personaggio che, a turno come un vero duello dialettico, cercano di affermare la propria identità attraverso il linguaggio. Diametralmente opposto al Revenant di Iñaritu, con il quale condivide soltanto la data di uscita in America e il paesaggio invernale. L’uno un film senza parole, l’altro incentrato su una guerra tra narratori armati. L’uno un’epopea del singolo, della morale che vince sulla violenza, dell’individuo, l’altro espressione della dialettica tra morale e violenza – sulla quale si impernia forse tutta la società americana, in cui convivono puritanesimo e moralismo senza però rinunciare al possesso privato delle armi e alla difesa spregiudicata del proprio mircocosmo.

Ogni personaggio, a cominciare dal generale Warren, è impegnato nella costruzione della propria narrazione, un tipo di parola che crea, ed immediatamente distrugge, realtà. E in effetti quella di Tarantino è una vera e propria “favola” raccontata, oltre che dalla voce narrante – ulteriore elemento di decostruzione del modello di narrazione con l’io onnisciente –, dai personaggi stessi del racconto. Una fabula che mette al centro del racconto proprio la parola stessa, il fari latino, quel tipo particolare di parola affidata soltanto agli dei e che, dal momento che viene pronunciata, immediatamente genera realtà. O meglio, nell’universo del Minnie’s Haberdashery, che genera storia, nel doppio senso di History e Story. Quella generale della guerra di secessione e quella individuale del proprio passato seppure, e qui il tocco da maestro postmoderno, la prima è revocata dalla seconda. E di certo ha ragione Anthony Lane del New Yorker quando afferma che la storia è inserita da Tarantino nella narrazione solo come qualcosa con cui si possa giocare.

Hateful Eight come film non è impeccabile, ma lo è come cinema. Per il formato Ultra Panavision, per i suoi 188 minuti che si avvicinano ai 219 di Lawrence d’Arabia, per l’overture d’orchestra iniziale simile a quella di Via col vento, per il riff di Ennio Morricone, è già un classico. Un classico, alla maniera postmoderna di Tarantino, che utilizza il fotogramma da 70 mm non per enormi spazi aperti ma per inglobare tutto il saloon, con i rispettivi abitanti. Nessuno è fuori dal frame, tutto è a fuoco. Sfondo e primo piano, non c’è differenza. E se il cinema della modernità era strutturalmente fondato sulla polarità visibile-invisibile, in scena-fuori scena, sull’occhio della cinepresa che sceglie cosa far guardare e cosa lasciare dietro l’inquadratura (Hitchcok ne è l’esempio lampante), nel saloon di Tarantino tutto diventa visibile e visionabile. Come l’intero film fosse una scatola di citazioni, deforma proprio il principio hitchicockiano del whodunit attraverso la lente, a sua volta deformata, della carneficina tipica dei drammi shakesperiani – che sia Tito e Andronico o che sia Amleto. Scorsese, Godard, Leone sono presenti ma non come citazioni dei loro film ma come riverbero nel cinema di Tarantino. Nel farlo, Tarantino si dimostra, che piaccia o meno il suo cinema, un autore. Si muove sull’altalena di un film imperniato da un lato sulla sceneggiatura, sulla sanguinosa verbosità, e dall’altro sul cinema stesso, sul suo aspetto più peculiare, l’audio-visivo. Hateful Eight, messa in scena di messa in scena.

Uscito dagli studi di Cinecittà, dopo tre ore di tarantinismo, di paesaggio innevato nel Wyoming, stretto tra il Montana e il Nebraska, si apre nuovamente l’ordine cittadino del parco degli acquedotti, la sua pacatezza, il conforto dei quattordici gradi, a valle dei castelli romani.

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27 Gennaio 2016 Mercoledì 12:51
Il giorno della memoria, il mondo scomparso di Roman Vishniac, l’Olocausto e la storia di una fotografia

Il 27 gennaio si celebra il giorno della Memoria. Un  giorno importante per l’impegno richiesto. La memoria, infatti, non è mai ingenua così come le testimonianze su cui si fonda, non sono mai pure. Prendiamo per esempio la documentazione fotografica della comunità ebraica dell’Europa dell’Est prima dell’Olocausto. Molto di essa si basa sul lavoro di Roman Vishniac realizzato negli anni Trenta. Si tratta di foto scattate in piccole città o villaggi remoti e pittoreschi della Polonia, Ungheria, Lettonia, Lituania che hanno contribuito a rafforzare l’idea di una visione elegiaca e nostalgica di quel mondo scomparso. “Vanished World”, appunto, dal titolo della raccolta pubblicata nel 1983. Tant’è che nel 2013 in occasione della mostra allestita negli spazi dell'International Center of Photography di New York, la curatrice, Maya Benton, attraverso un’analisi stilista di queste foto e un  confronto con le altre scattate da Vishniac, in cui rivela una sorprendente  modernità, ha parlato della costruzione di una narrazione mitizzata.

Discorso diverso ma non meno impegnativo per le foto che documentano l’Olocausto. E’ emblematico da questo punto di vista la storia di una foto: “the death pit”, la fossa della morte. Questa fotografia ha segnato l’inizio della ricerca di Janina Struk, fotografa, scrittrice ed ex senior lecturer in photography alla Università di Westminster di Londra.  La prima volta che la vide, nella sede del Polish Underground Movement Study Trust di Londra, ne rimase profondamente scossa. “Mi vergognavo nell’esaminare questa scena – racconta nell’introduzione del suo saggio, Photographing the Holocaust Interpretations of the evidence – e nello stesso tempo ne ero disturbata perché l’atto di guardare mi metteva nella posizione di un possibile assassino. Ma ero costretta a farlo come se più la guardavo e più informazioni ne ricavavo”.

Tre uomini nudi si trovano sul bordo di una fossa. Un altro uomo e un ragazzo, anche loro nudi, stanno percorrendo un sentiero. Intorno a loro ci sono sette esecutori, alcuni armati, alcuni in uniforme, altri no. Un uomo in uniforme, sul lato destro della fotografia, sta su un tumulo di terra, presumibilmente scavato dalla fossa, e appare rivolto verso la macchina fotografica. Si legge nel testo: “Sniatyn – ebrei torturati prima della loro esecuzione” . Sniatyn è una città che si trova a ovest  dell’Ucraina lungo il fiume Prut. Nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale questa città era uno snodo ferroviario tra la Polonia e la Romania.

Indagare su questa foto si rivelò più difficile del previsto. Quando chiese all’archivista chi l’avesse scattata, si sentì rispondere che non lo sapeva e dall’espressione del volto capì che la considerava una questione irrilevante. Come se la scena rappresentata fosse di per sé sufficiente a testimoniare le crudeltà del nazismo. Ma dal momento che la poca nitidezza dell’immagine ne impedisce l’identificazione dell’uniforme, che sicurezza abbiamo - si chiede ancora la studiosa – che  gli uomini ritratti nella foto fossero realmente dei nazisti?    

Dove e perché fu scattata, chi  sono le persone che vanno incontro alla morte? Si tratta di ebrei, rom, polacchi, comunisti, omosessuali? Resta un mistero e tuttavia ciò non ha impedito che la foto sia stata largamente usata in libri film e mostre. Nei diversi archivi in cui è possibile trovarla -  Inghilterra, America, Israele, Polonia, Germania, Ucraina - le informazioni che l’accompagnano riconducono la scena in tempi e luoghi diversi. Non c’è da sorprendersi allora, commenta ancora Janina Struk,  se come tante altre, è stata utilizzata dai negazionisti al fine di dimostrare che non si trattava di una foto ma addirittura un disegno.

Ciò a cui Janina Struk  ci invita è a non fermarci all’evidenza. Qualsiasi sia il nostro fine: sia se con il rigore dello storico siamo alla ricerca di prove documentali, sia se con la compassione di chi sente in dovere di tenere viva la memoria, ci accontentiamo solo delle tracce del passato.

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9 Novembre 2015 Lunedì 13:42
Il martirio di San Matteo di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, l'ispirazione, la vocazione e le grotte di Lascaux
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Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l'Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi giorni d'autunno. Ti basta rimanerci un poco davanti per capirlo, per accorgerti di quell'andirivieni vertiginoso, dell'umanità spesso affrettata e concitata ma a volte anche silenziosa e meditabonda. Un'umanità interminabile che rotea come un grande scenario multicolore di fronte a questi totem immobili, silenti e arcani. Pitture di un tempo remoto che stanno lì, in una cappella artificialmente illuminata, come grandi animali irrequieti.

E' in un sabato pomeriggio che capito a San Luigi dei Francesi, la chiesa nel rione Sant'Eustachio. Lì, a pochi passi da piazza Navona, dove nella cappella Contarelli stanno in esposizione le tre opere del maestro Caravaggio. Non è la prima volta che li vedo. Ma mi intrufolo come un turista, come chi arriva da posti lontani e ha atteso tanto tempo per avere l'occasione di ritrovarsi a tu per tu con queste opere. Come chi aggiunge il senso del viaggio alla curiosità e all'interesse. Come chi si spoglia dei suoi abiti quotidiani e della sua routine, per avvicinarsi a un'opera d'arte o a una persona sconosciuta.

Sono passati più di 400 anni. Era estate anche allora, era il 23 luglio del 1599 quando Michelangelo Merisi da Caravaggio firmò quel primo contratto che sancì la sua prima grande commissione pubblica. Aveva ancora 27 anni. Non gli venne dato molto tempo per realizzare i quadri, in fondo era anche per quello, perché fosse veloce, che riuscì a ottenere quella commissione. Chi ci aveva provato prima di lui, scultori prima e pittori poi, ci avevano impiegato troppo tempo e senza costrutto, mentre la chiesa, come spesso le accade, aveva in testa solo il Giubileo del 1600 e per quell'anno voleva i quadri. Non più di un anno. Caravaggio scelse l'olio su tela, gli esperti dicono perché gli permettesse più dinamismo, più forza, più umanità. Ci furono rifiuti, più versioni, ripensamenti e tormenti. Censure e slanci. Le due tele, all'inizio erano solo due, furono collocate al loro posto il 13 dicembre del 1600.

Adesso i turisti girano in cerchio, gesticolano, qualcuno si fa ritrarre posando con sullo sfondo la Vocazione di San Matteo. Ci sono persino degli harleisty, questi da San Diego e con indosso delle magliette gialle. Turisti di città lontanissime e ragazzi e ragazze romane. “Questo è proprio bello! E' veramente bello!”. Molti commentano, recuperano quel che hanno imparato a scuola, altri leggono le parole scritte sulle guide. Tra loro, c'è anche chi parla d'altro (“C'aveva 25 anni, se voleva veni' co' me, ce veniva”). La gente passa, si avvicina, resta qualche attimo, e poi va via dando vita a un'interminabile processione.

Qual è il motivo per cui esiste ancora tutto questo interesse e attrazione per Caravaggio? Cosa è che alimenta questa curiosità, allo stesso tempo, così vorace, sincera, affrettata e appassionata? Cosa è che fa colmare lo spazio e il tempo che ci separa da questi quadri e da quella lontanissima stagione in cui vennero dipinti?

La prima volta che venni fino a qui a vedere questi quadri ero un ragazzino. Non ne sapevo nulla di Caravaggio e della pittura. Mi accompagnava una ragazza. Quell'appuntamento era una sorta di emersione dal medioevo della mia adolescenza. Una sorta di rischiaramento e di accesso al mondo della pittura (e dell'arte). Un mondo che pensavo fosse solo un ambito in cui gli adulti ci si relegavano per una sorta di inspiegabile autoafflizione. Ricordo le labbra e il volto emozionato della ragazza. Da dove veniva quella energia? Da dove, quella passione? Erano i quadri dipinti da quell'uomo dalla vita burrascosa e di altri tempi così capaci di fare fremere una ragazza così bella e giovane che aveva scelto me per venire a vedere quelle pitture?

Nel film sul pittore che diresse il regista inglese Derek Jarman, anche lui pittore (vedi il film Caravaggio di Jarman), la storia di Caravaggio viene ricostruita a partire dai suoi ultimi giorni quando è agonizzante per la malaria su un letto. In una scena l'attore che lo interpreta parla del talento con un certo disprezzo e disperazione: “La mia pittura è un naufragio, neanche San Matteo potrebbe salvarla” (vedi le immagini in cui dipinge il martirio di San Matteo nella ricostruzione del film). Chissà cosa pensava davvero Caravaggio della sua pittura e di queste tre opere incentrate sulla vita di San Matteo che generano un così caloroso interesse popolare.

I tre quadri nella cappella, anche in questi giorni d'estate, sono illuminati artificialmente a pagamento. C'è una piccola macchinetta mangiasoldi sulla destra. Ci si possono mettere pezzi da 10, 20, 50 centesimi e da un euro. C'è sempre un turista pronto a rovistare nelle tasche e inserire qualche moneta. Sono rari gli istanti in cui i tre quadri rimangono al buio della cappella, rischiarati solo da un raggio di luce che arriva da fuori.

Non solo turisti, anche gli artisti arrivano fino a qui. Antonio Munoz Molina, lo scrittore spagnolo dal così personale approccio alla scrittura e alle cose delle vita e del sapere, è venuto a vedere questi quadri molto di recente. Era estate anche allora, un paio di anni fa. Ne ha parlato in un recentissimo articolo, pubblicato su El Pais (leggi l'articolo Un viaje a Caravaggio), in cui ha raccontato dei suoi viaggi nel mondo per vedere le opere di Caravaggio. Proprio alla fine dell'articolo, ha raccontato della sua epifania, e di come al termine di una ennesima visione di un quadro di Caravaggio, finì per concordare con Willem De Kooning quando disse che "la pittura a olio venne inventata per dipingere la carne umana".

Sono rimasto a lungo davanti ai quadri. Quando poi però sono uscito fuori alla luce del caldo pomeriggio del sabato romano, mi sono ritrovato in mezzo a tutta la gente che andava verso il Pantheon e a tutti gli altri che proseguivano verso piazza Navona. In alto, il cielo azzurro e infinito. Gli occhi quasi accecati dalla feroce luce estiva, così estrema e diversa da quella profonda e abissale di Caravaggio. Per un attimo, non so neppure bene perché, ho pensato che quei quadri e questa luce, quel "dentro" in cui ero rimasto a lungo e questo "fuori", così diretto, fossero la stessa cosa e che non c'era alcuna differenza. Né di tempo, nè di spazio. 

Allora mi è venuto in mente quello che scrisse il poeta polacco Zbigniew Herbert alla fine della sua visita alle grotte di Lascaux, quando era ancora possibile farlo, lì dove sono state ritrovate le pitture di grandi animali risalenti a più di 17 500 anni fa: “sono tornato da Lascaux dalla stessa strada da cui sono arrivato. Anche se ero stato in quello che qualcuno può chiamare l'abisso della storia, non sentivo che stavo tornando da un altro mondo. Mai prima d'ora avevo sentito una più rassicurante convinzione: io ero un cittadino della terra, un erede non solo dei Greci e dei Romani, ma quasi dell'intero infinito”.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) e di racconti di viaggio su Giro in Italia (Touring Club Italia), Twitter: @FedericoPace_

  • CARAVAGGIO A SAN LUIGI DEI FRANCESI: Piazza San Luigi dei Francesi, email: contact@saintlouis-rome.net, telefono: 06 688271. Apertura: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19. Chiuso giovedì.

Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)


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9 Novembre 2015 Lunedì 13:12
Il martirio di San Matteo di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, l’ispirazione, la vocazione e le grotte di Lascaux
Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l’Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi […]
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8 Novembre 2015 Domenica 12:08
I colori dell’autunno, il segreto delle antocianine e l’uomo con il cane
In un parco di Roma, vicino alle Mura Aureliane, un uomo un po’ avanti con l’età ha portato anche questa mattina il suo cagnetto a fare una passeggiata. Sta stretto nel cappotto e rimugina anche lui. Pare fare i conti con la solitudine e le preoccupazioni. Con i suoi progetti […]
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3 Novembre 2015 Martedì 11:59
Le periferie, il Mandrione e quando nelle baracche ci vivevamo noi
Fino a metà degli anni settanta lungo la via del Mandrione, sotto gli archi dell’acquedotto chiusi con mezzi di fortuna, vivevano comunità rom ma anche emigranti del sud Italia che arrivavano nella capitale in cerca di lavoro. Le spesse volte delle mura antiche offrivano riparo e calore; la terra, di […]
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28 Ottobre 2015 Mercoledì 21:25
Il murales di Francesco Totti e l’Anti-Ulisse
Arrivo da Via Merruvio, attraverso il grande slargo dove si affaccia l’ingresso del campo della Romulea, sulla sinistra una tabaccheria-cartoleria dall’insolita scritta opalina, come si trattasse di una farmacia, poi […]
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15 Novembre 2014 Sabato 08:46
Interstellar, Christopher Nolan e la vertigine scientifica

Interstellar del visionario Christopher Nolan. Il più classico dei film di missione e quel che l'eccede. La scienza e l'umanesimo. Nolan tenta una narrazione tra le più difficili, quella che desidera il punto di saldatura tra particolare e universale. Quella che, attraverso la storia di un individuo, racconta la storia della sua classe. E forse Nolan che prova perfino, attraverso la durata dei centosessantanove minuti del film, di proclamarsi genere cinematografico a sé.

Al cinema Trianon, a metà strada tra via Appia e via Tuscolana, nella sala più grande, ci sono molti gruppi di ragazzi. Giubbetti stretti sulla vita, gambe aperte nella spavalderia di una forbice, e tante parole che cercano di salire l'una sulla schiena dell`altra, rendendo così il discorso non lineare, frammentario. Solo alcune si riescono a decifrare chiaramente come Inception, Dallas Buyers Club, Capolavoro, Metamorfosi. L`ultima parola e la seconda devono essere legate: è proprio vero, da Dallas Buyers Club, Matthew McConaughey sembra un altro. Niente più sorrisini a Jennifer Lopez e parti drammatiche, stratificate, dense. Forse già dal Killer Joe di Friedkin, ma non importa ora. Quel che importa è che, sì, Matthew McConaughey è davvero un altro.

Il film inizia. La terra sta per morire: il tasso di Azoto nell'aria supera ormai quello dell`ossigeno, l`umanità vive la sua più grande crisi di cibo e pare destinata nella sua totalità, per fare fronte a questa piaga, ad appartenere alla classe degli agricoltori- almeno per le due o tre generazioni che rimarranno in vita. Coltivazioni fallite e tempeste di sabbia fortissime. Ma non tutto è perduto. "Qualcuno" (esseri non identificati, il Fato, una divinità), evidentemente di una intelligenza superiore, evidentemente di un altruismo sconfinato, ha deciso di piazzare un wormhole vicino Saturno, un tunnel spazio-temporale, una scorciatoia cosmica a più dimensioni per una galassia altrimenti irraggiungibile. E in questa galassia orbitano tre pianeti sui quali pare possibile ricreare la vita.

Ed ecco qua la missione, sotto gli ordini del direttore di una Nasa ormai costretta in un nascondiglio sottoterra (Michael Caine) – in un mondo in crisi, la popolazione non deve sapere che ancora vengono investiti fondi per la ricerca aerospazioale - un equipaggio composto, tra gli altri, dall`agricoltore ex pilota vedovo con due figli Cooper (Matthew McConaughey) e l'astrofisica Amelia (Anne Hathaway), figlia del direttore della Nasa, hanno il compito di attraversare il wormhole, recuperare i tre astronauti che, decenni prima, erano andati ciascuno su uno dei tre pianeti per valutarne le condizioni di vivibilità e capire se sarà possibile oppure no trasportare miliardi di persone attraverso il wormhole. Cosa troveranno al di là del tunnel spazio temporale? Gli astronauti saranno ancora vivi? La specie umana, e i due figli di Cooper con essa, potrà sopravvivere?

Come Dom Cobb (Leonardo di Caprio) di Inception percorre l`intero viaggio letteralmente nelle profondità della coscienza umana, come egli attraversa tutti gli stadi intrapsichici, dall`Io sino alle grotte dell'Es, solo per ritrovare la sua famiglia, così il pilota Cooper di Interstellar percorre l`intero viaggio, attraversa questa volta le abissalità dello spazio aperto, wormhole, gravità diverse, orizzonti degli eventi e buchi neri, solo per ritrovare sua figlia.

Tutti e due si trovano a fare i conti con il Totalmente Altro (Ganz Andere), per citare una frase del fenomenologo delle religioni Rudolf Otto, che sia quello della interiorità o della più spaesante esteriorità. Ma c`è una differenza. Mentre Nolan è riuscito ad utilizzare le nozioni psicanalitiche freudiane, piegandole per raccontare la sua storia, pare che, con Interstellar, Nolan sia rimasto affascinato dalla vertigine che le teorie della Relatività e della quantistica portano già di loro con sé. Ha osato Nolan, questo è certo. Ma forse è rimasto vittima, comprensibilmente vittima, del meccanismo che ha costruito: nel tentativo di cercare la poesia della congiunzione totalmente altro generale e totalmente altro particolare è rimasto lui stesso con la bocca aperta di fronte ai paradossi temporali di Einstein e alle seduzioni "sublimi", nel senso kantiano di ciò che affascina e che atterra, dei buchi neri di Hawking.

Il film è stato in parte criticato per un preteso eccessivo romanticismo del regista. Perfino David Denby del New Yorker chiude il suo pezzo scrivendo che "la terra potrebbe morire ma l`amore trionferà. Attraverso tutto questo scenario oscuro, Christopher Nolan si rivela un tenerone" ("The Earth may die, but love will triumph. For all his dark scenarios, Christopher Nolan turn out to be a softie".). Eppure quel che non rende Interstellar un capolavoro, è che il climax poetico del film non è nella narrazione stessa, non è in Cooper e nel rapporto con sua figlia, non è nel rapporto di un uomo con lo spaesante per eccellenza, ma nella descrizione di teorie scientifiche. La vertigine poetica, concettuale, filosofica è nella scienza e non nella narrazione cinematografica che Nolan ne ha fatto.

Chissà, forse per trovare davvero la quadratura del cerchio della sua cinematografia, per divenire Genere, occorrerà un terzo film. Il film che tenterà la saldatura tra Cobb e Cooper, tra Inception e Interstellar, tra Generale e Particolare.

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7 Luglio 2014 Lunedì 11:04
L’incolore Tazaki Tsukuru e l'eco che persiste

È una di quelle mattine di domenica in cui ti chiedi se l’universo ha improvvisamente tirato il freno a mano. Le macchine sfilano lente per la strada sotto la finestra del mio appartamento e solo pochi cittadini passeggiano per i marciapiedi, tirati dall’allegria al guinzaglio dei loro cani. Gli animali non conoscono la noia: mi ricordo questa affermazione di Martin Heidegger. Noto una donna orientale vicinissima ad un semaforo rosso. Il fatto che nessuna macchina da minuti attraversi la strada non la spinge a quella lillipuziana e accettata trasgressione di raggiungere l’altra sponda del marciapiede con il rosso. Tutto è fermo come lei, e questo le basta. Anche quando il verde scatta, resta ferma. L’unico movimento che compie è quello di appoggiarsi con la spalla sinistra al semaforo, rischiando di sporcare quella bella giacca color crema. Forse aveva ragione Martin Heidegger, gli uomini sono delle solitudini e sono l’unica forma di vita a provare angoscia. Ma se non fosse davvero così, se ci fossero dei legami più profondi? Se l’angoscia non venisse dalla noia, come il grande filosofo è arrivato a pensare, ma dall’aver dimenticato la capacità di individuare i nodi della narrazione segreta in cui ci troviamo?

Ora che ho appena finito di leggere L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (guarda il trailer del libro) mi resta una curiosità, per non dire un bisogno, quella di ascoltare le mal du pays di Franz Liszt. Perché tutto il romanzo di Murakami Haruki poggia, narrativamente e metaforicamente, come spesso tutta la sua letteratura fa rispetto a un giro musicale, su quest’esile pezzo al pianoforte. Sono molte le canzoni presenti nei romanzi dello scrittore giapponese, che ha anche posseduto un locale jazz. E quando insiste molto su un pezzo in un suo romanzo non è mai un caso. Accendo il sintoamplificatore e iniziano le prime note al pianoforte.

All’inizio sono poche e rarefatte. Sparse, allentate, distanti le une dalle altre come silenziosi timidi bambini in una grande villa che si guardano da lontano e che però non trovano il coraggio di presentarsi. Per tutto il primo minuto, il mondo costruito da Liszt è tutto un accenno di melodia continuamente tradita. Lunghe pause e silenzi. Ripetizioni ed addirittura echi. Come se qualcuno stesse risuonando le stesse identiche note con una decina di secondi di ritardo, ma dietro ad una porta chiusa. Bastano queste fragili iniziali traiettorie musicali, che la narrazione di Murakami e la vita di Tazaki Tsukuru tornano alla mente.

Tazaki Tsukuru, il protagonista dell’ultimo romanzo di Murakami Haruki, è un uomo solo che vive nel non senso e nel dolore per l’abbandono dei suoi amici più cari. Ora ha trentasei anni e vuole scoprire il perché, la ragione, il fondamento sul quale si poggia la decisione degli amici di estrometterlo da quel gruppo che pareva non contenere in sé i motivi di qualsiasi tipo di scioglimento. Qual è il motivo? Cosa ha fatto Tazaki? Qual è la logica che motiva una decisione simile? Tutto il romanzo di Murakami è il tentativo di Tsukuru di rispondere a queste domande. È la sua ricerca, il desiderio di ricucire un senso, di mettere insieme i pezzi.

Nella mia stanza, dopo un minuto e mezzo dell'inizio del pezzo, le note cominciano ad avvicinarsi come quei bambini solitari per timidezza, che ora hanno rotto gli indugi e hanno finalmente deciso di mettere su, sicuramente non una partita di calcio, ma almeno un gioco di gruppo- forse nascondino, qualcosa che li unisca offrendogli però la possibilità di continuare a nascondersi. Ciascun suono si lega al precedente e al successivo, formando un unico, un flusso, in un processo di ritenzione e rimemorazione molto simile a quello compiuto da ogni coscienza che, secondo il fenomenologo Edmund Husserl, trattiene un vissuto che sta per dileguare e, così, lo trasforma in ricordo. La melodia trattiene quella pioggia di dissonanze e si trasforma, da metà brano, in armonia.

E persino tutta la traiettoria di Tsukuru è il suo disperato bisogno di trattenere ancora per sé il passato per connetterlo finalmente con il suo presente. Trovare la sua ritenzione e rimemorazione, per fare in modo che questo aggregato sparso di frammenti casuali possa essere ricondotto ad un principio, una motivazione, una ragione che dia conto dello svolgersi di quegli eventi che, nel suo secondo anno di università, lo hanno condotto al pensiero di volersi togliere la vita. Tsukuru e il suo labirinto senza filo, una ragazza e un brano musicale. Come dire: la vita e la sua narrazione. La bellissima e “bianca” Shiro e la sua passione per le mal du pays di Liszt.

Con il passare del tempo, il pezzo cresce nella mia stanza. I bambini prima nascosti decidono di uscire dalla sicurezza di legno dei tronchi d'albero e iniziare a correre all'aria aperta con tutto il loro coraggio. Ora la musica è un cosmo più che l'iniziale caos. E forse è la connessione che c’è tra la musica e la memoria che mi ha spinto a voler ascoltare questo pezzo, ora nella mia camera di Roma in una domenica d’estate. Perché anche io, in qualche modo, avevo bisogno di una ritenzione del romanzo di Murakami. Non lasciarlo andare via e tenerlo ancora un poco agganciato all’essere. Anche io, come Tazaki, costruire il mio ricordo-melodia. 

Il brano va avanti e sento che sta per giungere a conclusione, ma un certo punto mi alzo e vado nuovamente alla finestra, come se anche questo fosse un atto per rallentare ancora un poco il suo dileguarsi, come se sapessi che, se avessi finto di non essere consapevole della sua imminente fine, il pianoforte non avrebbe smesso di suonare. Da dietro al vetro, non vedo più la donna orientale appoggiata al semaforo. Se fossi Murakami, penserei che quella donna era e non era effettivamente lì. Se fossi Murakami penserei che quella donna era Shiro, la ragazza che, a detta di Tazaki Tsukuru, era in grado di suonare il pezzo di Liszt le mal du pays come nessun altro al mondo.

Un pezzo al piano è quasi sempre un dono. Ma le note di Liszt nella mia stanza ora sono qualcosa di più. Sono come tutto il senso della letteratura di Murakami. Non sono semplicemente il dono di un paradiso parallelo, che mi intrattiene lontano dal nostro mondo, che semplicemente fa dimenticare. Le note di Liszt sono l’interruttore che spegne la nostra realtà, accende un altro mondo e, di rimando, parla di noi parlando di altro.

Quando l'ultima nota sigla il punto finale della melodia, nella mia stanza però non cala il silenzio. Quelle note, ancora per poco, tutta quell'armonia di traiettorie incrociate di piedi e pantaloncini di bambini ora perduta, sono ancora lì, appese ad un filo invisibile come panni stesi ad asciugare. Un'eco che persiste. Come sempre succede con i libri di Murakami.

 

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