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16 Giugno 2013 Domenica 13:42
Il martirio di San Matteo di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, l'ispirazione, la vocazione e le grotte di Lascaux
Le opere del Caravaggio a San Luigi dei Francesi (Il martirio di San Matteo, la vocazione di San Matteo e l'Ispirazione di San Matteo) sono forse i quadri più visti a Roma (orari: tutti i giorni dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, chiuso giovedì). Anche in questi giorni d'estate. Ti basta rimanerci un poco davanti per capirlo, per accorgerti di quell'andirivieni vertiginoso, dell'umanità spesso affrettata e concitata ma a volte anche silenziosa e meditabonda. Un'umanità interminabile che rotea come un grande scenario multicolore di fronte a questi totem immobili, silenti e arcani. Pitture di un tempo remoto che stanno lì, in una cappella artificialmente illuminata, come grandi animali irrequieti. E' in un sabato pomeriggio che capito a San Luigi dei Francesi, la chiesa nel rione Sant'Eustachio. Lì, a pochi passi da piazza Navona, dove nella cappella Contarelli stanno in esposizione le tre opere del maestro Caravaggio. Non è la prima volta che li vedo. Ma mi intrufolo come un turista, come chi arriva da posti lontani e ha atteso tanto tempo per avere l'occasione di ritrovarsi a tu per tu con queste opere. Come chi aggiunge il senso del viaggio alla curiosità e all'interesse. Come chi si spoglia dei suoi abiti quotidiani e della sua routine, per avvicinarsi a un'opera d'arte o a una persona sconosciuta. Sono passati più di 400 anni. Era estate anche allora, era il 23 luglio del 1599 quando Michelangelo Merisi da Caravaggio firmò quel primo contratto che sancì la sua prima grande commissione pubblica. Aveva ancora 27 anni. Non gli venne dato molto tempo per realizzare i quadri, in fondo era anche per quello, perché fosse veloce, che riuscì a ottenere quella commissione. Chi ci aveva provato prima di lui, scultori prima e pittori poi, ci avevano impiegato troppo tempo e senza costrutto, mentre la chiesa, come spesso le accade, aveva in testa solo il Giubileo del 1600 e per quell'anno voleva i quadri. Non più di un anno. Caravaggio scelse l'olio su tela, gli esperti dicono perché gli permettesse più dinamismo, più forza, più umanità. Ci furono rifiuti, più versioni, ripensamenti e tormenti. Censure e slanci. Le due tele, all'inizio erano solo due, furono collocate al loro posto il 13 dicembre del 1600. Adesso i turisti girano in cerchio, gesticolano, qualcuno si fa ritrarre posando con sullo sfondo la Vocazione di San Matteo. Ci sono persino degli harleisty, questi da San Diego e con indosso delle magliette gialle. Turisti di città lontanissime e ragazzi e ragazze romane. “Questo è proprio bello! E' veramente bello!”. Molti commentano, recuperano quel che hanno imparato a scuola, altri leggono le parole scritte sulle guide. Tra loro, c'è anche chi parla d'altro (“C'aveva 25 anni, se voleva veni' co' me, ce veniva”). La gente passa, si avvicina, resta qualche attimo, e poi va via dando vita a un'interminabile processione. Qual è il motivo per cui esiste ancora tutto questo interesse e attrazione per Caravaggio? Cosa è che alimenta questa curiosità, allo stesso tempo, così vorace, sincera, affrettata e appassionata? Cosa è che fa colmare lo spazio e il tempo che ci separa da questi quadri e da quella lontanissima stagione in cui vennero dipinti? La prima volta che venni fino a qui a vedere questi quadri ero un ragazzino. Non ne sapevo nulla di Caravaggio e della pittura. Mi accompagnava una ragazza. Quell'appuntamento era una sorta di emersione dal medioevo della mia adolescenza. Una sorta di rischiaramento e di accesso al mondo della pittura (e dell'arte). Un mondo che pensavo fosse solo un ambito in cui gli adulti ci si relegavano per una sorta di inspiegabile autoafflizione. Ricordo le labbra e il volto emozionato della ragazza. Da dove veniva quella energia? Da dove, quella passione? Erano i quadri dipinti da quell'uomo dalla vita burrascosa e di altri tempi così capaci di fare fremere una ragazza così bella e giovane che aveva scelto me per venire a vedere quelle pitture? Nel film sul pittore che diresse il regista inglese Derek Jarman, anche lui pittore (vedi il film Caravaggio di Jarman), la storia di Caravaggio viene ricostruita a partire dai suoi ultimi giorni quando è agonizzante per la malaria su un letto. In una scena l'attore che lo interpreta parla del talento con un certo disprezzo e disperazione: “La mia pittura è un naufragio, neanche San Matteo potrebbe salvarla” (vedi le immagini in cui dipinge il martirio di San Matteo nella ricostruzione del film). Chissà cosa pensava davvero Caravaggio della sua pittura e di queste tre opere incentrate sulla vita di San Matteo che generano un così caloroso interesse popolare. I tre quadri nella cappella, anche in questi giorni d'estate, sono illuminati artificialmente a pagamento. C'è una piccola macchinetta mangiasoldi sulla destra. Ci si possono mettere pezzi da 10, 20, 50 centesimi e da un euro. C'è sempre un turista pronto a rovistare nelle tasche e inserire qualche moneta. Sono rari gli istanti in cui i tre quadri rimangono al buio della cappella, rischiarati solo da un raggio di luce che arriva da fuori. Non solo turisti, anche gli artisti arrivano fino a qui. Antonio Munoz Molina, lo scrittore spagnolo dal così personale approccio alla scrittura e alle cose delle vita e del sapere, è venuto a vedere questi quadri molto di recente. Era estate anche allora, un paio di anni fa. Ne ha parlato in un recentissimo articolo, pubblicato su El Pais (leggi l'articolo Un viaje a Caravaggio), in cui ha raccontato dei suoi viaggi nel mondo per vedere le opere di Caravaggio. Proprio alla fine dell'articolo, ha raccontato della sua epifania, e di come al termine di una ennesima visione di un quadro di Caravaggio, finì per concordare con Willem De Kooning quando disse che "la pittura a olio venne inventata per dipingere la carne umana". Sono rimasto a lungo davanti ai quadri. Quando poi però sono uscito fuori alla luce del caldo pomeriggio del sabato romano, mi sono ritrovato in mezzo a tutta la gente che andava verso il Pantheon e a tutti gli altri che proseguivano verso piazza Navona. In alto, il cielo azzurro e infinito. Gli occhi quasi accecati dalla feroce luce estiva, così estrema e diversa da quella profonda e abissale di Caravaggio. Per un attimo, non so neppure bene perché, ho pensato che quei quadri e questa luce, quel "dentro" in cui ero rimasto a lungo e questo "fuori", così diretto, fossero la stessa cosa e che non c'era alcuna differenza. Né di tempo, nè di spazio. Allora mi è venuto in mente quello che scrisse il poeta polacco Zbigniew Herbert alla fine della sua visita alle grotte di Lascaux, quando era ancora possibile farlo, lì dove sono state ritrovate le pitture di grandi animali risalenti a più di 17 500 anni fa: “sono tornato da Lascaux dalla stessa strada da cui sono arrivato. Anche se ero stato in quello che qualcuno può chiamare l'abisso della storia, non sentivo che stavo tornando da un altro mondo. Mai prima d'ora avevo sentito una più rassicurante convinzione: io ero un cittadino della terra, un erede non solo dei Greci e dei Romani, ma quasi dell'intero infinito”. Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi) | cronache | percorsi | culture | michelangelo da merisi caravaggio | san luigi dei francesi | pittura | pittori | antonio munoz molina | zbigniew herbert | il martirio di san matteo | la vocazione di san matteo | derek jarman | roma | 31 Maggio 2013 Venerdì 15:24
La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino, l'estetica, Roma e un film reazionario
Ho aspettato tutti questi giorni prima di andare a vedere il film di Sorrentino pur di poterlo fare in compagnia del mio vecchio professore di estetica, Dudù Sublime. Per tutta la durata della proiezione è rimasto immobile sulla poltrona e non ha dato segni di insofferenza tantomeno di apprezzamento. Solo all’uscita si è lasciato andare a una domanda: Sai perché la Grande Bellezza è un film reazionario? Non ho fatto in tempo a chiedergli il motivo che è salito sul taxi ed è andato via facendomi ciao ciao con la mano. Improvvisamente tutto ciò che potessi pensare del film è diventato secondario tanta era l’urgenza di dare una risposta a questa domanda. Sarà per quella luce da Controriforma che caratterizza buona parte delle scene (Pittura e Controriforma di Federico Zeri)? Sarà perché somiglia così tanto ai colori saturi dei manieristi che si rifacevano pedissequamente a Caravaggio? Non lo so. Nonostante ci abbia riflettuto durante la notte, non sono arrivato a capo di niente. Il giorno dopo ho provato a telefonare a Dudù Sublime, ma lui si è negato e dalla moglie sono riuscito solo a sapere che si era chiuso in uno strano silenzio. Ho provato allora a chiedere lumi a un suo collega di filosofia morale, Sasà Catone, con cui ai tempi dell’università faceva coppia fissa. "Non ho visto il film di Sorrentino e non mi è piaciuto", mi ha detto. Convinto che si fosse sbagliato ho provato a richiederglielo e lui mi ha ripetuto esattamente la stessa frase: "Non ho visto il film di Sorrentino e non mi è piaciuto". Chissà come accade che col passar del tempo così come alcuni professori diventano dei vecchi tromboni che si compiacciono di ripetere sempre la stessa lezione, altri affinano una forma di saggezza al punto tale da limitarsi a esprimersi solo con domande sibilline e paradossi usati come tenaglie. Quasi che la verità te la volessero estrarre, cavartela, come fa un dentista con i denti. Cosi che ti lasciano solo un vuoto e molto tempo per rifletterci.
| culture | paolo sorrentino | la grande bellezza | cinema | sale cinematografiche | recensione | carlo verdone | regista | film | sabrina ferilli | caravaggio | roma | recensioni | controriforma | luce | roma | 24 Aprile 2013 Mercoledì 21:39
Luigi Ghirri, la mostra a Roma al Maxxi, la fotografia e il desiderio di infinito
Una grande mostra antologica dedicata a Luigi Ghirri. Più di 300 immagini del fotografo italiano scomparso quando aveva solo 49 anni. Si è aperta a Roma, il 24 aprile al Maxxi, e durerà fino al 27 ottobre. E' organizzata insieme al Comune di Reggio Emilia e la Biblioteca Panizzi (la mostra di Ghirri al Maxxi) e mentre si salgono le scale, che portano agli spazi che la ospitano, si prova un po' di incerta emozione, la stessa di quando ci si avvia verso un appuntamento con una persona cara che non vediamo da qualche anno e per cui proviamo ancora qualcosa di inestinguibile. A guardare le foto, di primo pomeriggio, non c'è quasi nessuno. Una coppia avanti con gli anni, un uomo con dei grandi baffi e una ragazza con indosso una camicia di colore giallo pastello. Al collo, una piccola macchina fotografica. E' solo un attimo, il tempo di uno sguardo, poi ciascuno si perde dietro alla propria curiosità. Ciascuno della piccola compagnia viene quasi inghiottito dai piccoli frammenti di mondo dell'artista nato a Scandiano. Tutto quello che si vede qui è un tesoro prezioso lasciato da Luigi Ghirri. Ogni fotografia è un suo sguardo. Ogni immagine è una soglia. Ogni scatto è un confine attraverso il quale il fotografo e il mondo hanno provato a mettersi in contatto. Una fuga verso un abisso inatteso. Ogni foto, come lui stesso ha suggerito, è un dettaglio del suo volto. Ci sono le immagini più note e quelle meno note. C'è l'Argine Agosta di Comacchio del 1989 (guarda Argine Agosta Comacchio), c'è via Stalingrado di Bologna del 1985, c'è la foto di Brest del 1972 con la donna di spalle dietro a un pannello di vetro e con il cappotto rosso. C'è Casa Benati, quella foto che fa pensare ai quadri di Vermeer per la luce che irrompe da una finestra, per il mappamondo e per l'aura di mistero (guarda Casa Benati). Ci sono le spiagge e la pianura. La nebbia e il cielo. C'è tutto il mondo elusivo e invocante di Ghirri. Ci sono le foto di New York del 1986 e quelle dello studio di Giorgio Morandi del 1989 e del 1990. C'è il quotidiano e l'evocazione del fantastico. Il qui e l'al di là. Ci sono le due palme di Orbetello (1974) con la panchina e le persone che ci sono sedute sopra e non ci sono più. Ci sono le saracinesche dei negozi. E c'è il mare. In quel libro che ora purtroppo risulta introvabile (“Niente di antico sotto il sole”), si raccontava di come Ghirri si fosse avvicinato alla fotografia solo a 30 anni. Avvenne dopo avere visto la prima fotografia scattata alla Terra. Si tratta dell'immagine ripresa il 20 luglio del 1969 dagli astronauti a bordo dell'Apollo 11 mentre erano in orbita intorno alla Luna, in attesa di compiere quel passo senza precedenti (guarda sul sito della Nasa l'immagine della Terra vista dallo spazio). Per lui quella fotografia astronomica e abissale “non era soltanto l'immagine del mondo ma l'immagine che conteneva tutte le immagini del mondo”. Parrebbe un paradosso, il mondo, lo spazio infinito, i vuoti assoluti e la Terra intera. Tutto questo, per l'uomo che a lungo ha sostato sulla provincia e che al quotidiano ha rivolto con insistenza il suo sguardo. Sembra un paradosso, eppure non lo è. Tutt'altro. Il paesaggio in lui assumeva un senso inatteso e inafferrabile. Il vento, i rumori che non riuscivi ad ascoltare, i suoni, gli odori che potevi solo immaginare. A Gianni Celati, con cui aveva condiviso molto, aveva confessato che “forse alla fine il paesaggio è proprio il luogo dell'attenzione infinita, in questo senso non si riesce mai a collocare un punto definitivo (ascolta Ghirri che parla del paesaggio nell'estratto del documentario Strada provinciale delle anime di Gianni Celati). Reggio Emilia. Modena. Carpi. Bologna. Con le foto di Ghirri, si torna spesso in alcuni posti, eppure ogni suo scatto pare parlare e dire molto più. Interroga e lascia spaesati. Ci si chiede sempre, ogni volta che si guarda una sua foto, quale sia davvero la vertigine che ci fa provare. Pochi giorni fa si è chiusa una mostra a New York dedicata a Ghirri (guarda la video istallazione Kodachrome alla Matthew Marks Gallery di New York e le opere in mostra). E' probabile che anche i visitatori di quella mostra siano rimasti sedotti dai due semafori rossi nelle strade di Reggio Emilia del 1973 senza potere capire fino in fondo il perché. Uno degli obiettivi di Ghirri, lo ha ripetuto molte volte, era quello di “vedere come se fosse la prima e l'ultima volta”, per “dare nuova profondità e anche nuovi sentimenti alle nostre percezioni". Si può pensare a lui, come a chi sa di dover essere anche lui Adamo. Un uomo che fa i conti, ogni giorno, con il fatto straordinario di essere vivo. Su un pianeta dell'intero spazio siderale. Un Adamo giunto sulla Terra. E forse non desta sorpresa che, a proposito di alcuni luoghi fotografati nel 1988, Ghirri scriveva che sognava "di costruire l'Eden sulla superficie del Mondo". Il confine e l'altrove. Delle inquadrature naturali diceva che erano dei “segni, dei traguardi, dei confini entro cui lo spazio si rappresenta. Sono la soglia di qualcosa, la soglia per andare verso qualcosa”. Non c'è limite nelle foto di Ghirri, come non c'è nell'animo di ciascuno. Per questo, dopo aver visto e rivisto le sue foto, sembra di capire davvero quello che Ghirri scrisse nel 1984 circa la fotografia: “un formidabile linguaggio per potere incrementare questo desiderio di infinito che è in ognuno di noi”. Federico Pace è autore del libro Senza volo (Einaudi)
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