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Martedì 6 Aprile 2021 11:04

Myanmar, bossoli italiani usati nella repressione contro i civili



Munizioni dell’azienda Cheddite rinvenute in Myanmar. Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo): “Abbiamo chiesto chiarimenti ma nessuno ci ha risposto»

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Un bossolo calibro 12, che riporta chiaramente la scritta “Cheddite”, il nome dell’azienda italiana che produce inneschi, polveri e altro materiale bellico. Sarebbe stato ritrovato a Yangon, in Myanmar, dopo che la polizia locale lo aveva sparato contro un’ambulanza che trasportava feriti. Lo ha riportato il quotidiano locale “The Irrawaddy”, e nei giorni successivi altri bossoli della stessa Cheddite sono stati utilizzati dalle forze di sicurezza contro i manifestanti e ritrovati in diverse località del Paese. E così diverse organizzazioni della società civile italiana, tra cui Amnesty International Italia, Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), Italia-Birmania.Insieme e Rete Italiana Pace e Disarmo, hanno scritto all’azienda Cheddite Italy per chiedere chiarimenti, e hanno presentato interrogazioni parlamentari in merito.

L’Italia, infatti, non può vendere armi al Myanmar: già dal 1991 in Europa è in vigore un embargo complessivo verso il Paese, l’allora Birmania. Nel 2019 alcune sanzioni sono state revocate ma l’embargo degli armamenti è sempre rimasto in vigore, fino ad oggi. «Abbiamo chiesto chiarimenti alla Cheddite per capire com’è stato possibile che dei bossoli italiani siano arrivati in Myanmar – racconta Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e Disarmo -. La lettera è stata mandata il 18 marzo: ormai sono passate due settimane e ancora non abbiamo ricevuto risposta. Questo ci fa pensare che qualcosa non quadri. Addirittura, dalle foto siamo riusciti a risalire al codice e al numero di lotto del bossolo: ci sarebbe quindi la possibilità da parte dell’azienda, e anche delle autorità, di ricostruire la faccenda. È venuto il momento di fare chiarezza».

Dal colpo di Stato militare del 1° febbraio, che ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, l’esercito birmano sta usando metodi sempre più violenti e armi solitamente utilizzate in contesti bellici per reprimere le proteste pacifiche della popolazione. Secondo l’Associazione di assistenza ai prigionieri politici, un’organizzazione locale per la tutela dei diritti umani, a oggi sono stati uccisi oltre 500 manifestanti e oltre 2.570 sono le persone arrestate. È molto preoccupante, inoltre, la sorte dei giornalisti birmani – che per primi hanno dato notizie del ritrovamento di bossoli italiani in Myanmar -, oggetto di censure, intimidazioni e arresti.

Dopo aver analizzato più di 50 video della repressione in corso, il Crisis Response Evidence Lab di Amnesty International è in grado di confermare che le forze di sicurezza sembrano perseguire strategie pianificate e sistematiche, compreso l’uso crescente della forza letale. Molte delle uccisioni documentate possono essere considerate delle esecuzioni extragiudiziali. Tra le armi impiegate, foto e video mostrano anche che la polizia ha accesso alle cosiddette “armi convenzionali meno letali”: «Si tratta di pistole o fucili che non sono prodotti per uccidere e hanno bossoli o pallottole di plastica, stordenti – spiega Vignarca -. Ma questo non significa che non facciano ugualmente un grande danno a chi viene colpito».

Ma, se in Europa è vietato vendere armi al Myanmar, come hanno fatto dei bossoli italiani ad arrivare fin là? «Dev’esserci stato per forza un passaggio intermedio, il punto è che dobbiamo capire quale – afferma Vignarca -. La Cheddite si è iscritta nel 2014 al registro del ministero della Difesa per le imprese esportatrici di armamenti, ai sensi della legge 185/90, ma non risulta alcuna menzione dell’azienda negli elenchi delle autorizzazioni rilasciate da Uama negli anni successivi. È pertanto probabile che queste esportazioni siano avvenute secondo le norme previste dalla legge 110/75, che regolamenta le esportazioni di armi e munizioni di tipo comune, sportivo o da caccia, o tramite joint ventures o aziende intermediarie».

Uno dei sospetti è che i bossoli italiani siano passati dalla Turchia: la società turca Yavaşçalar Yaf, un marchio della Zsr Patlayici Sanayi, che esporta in Myanmar, utilizza infatti proiettili di gomma con componenti di munizioni prodotte proprio dalla Cheddite. Da un’analisi del registro del commercio internazionale delle Nazioni Unite, risultano nel 2014 diverse forniture di fucili e munizioni dalla Turchia al Myanmar: si tratta, nello specifico, di 7.177 tra fucili di tipo sportivo o da caccia, per un valore di 1.452.625 dollari, con in aggiunta 2.250 “parti e accessori” e di 46mila munizioni, del valore di 223.528 dollari. «Ormai l’offshoring, con le aziende belliche che hanno tante collaborazioni in giro per il mondo, è una pratica abbastanza strutturale nella produzione militare mondiale – spiega Vignarca -. Non c’è più la singola fabbrica italiana, la produzione è strutturata già dall’inizio su scala internazionale. Di fatto, non è neanche detto che i bossoli marchio Cheddite siano stati prodotti effettivamente in Italia, magari sono stati prodotti direttamente in Turchia e poi esportati. Questo farebbe una certa differenza, ecco perché vogliamo capire come sono andate le cose».

Le organizzazioni italiane hanno chiesto quindi all’azienda Cheddite informazioni riguardo al lotto con codice “produzione 1 luglio 2014 – Lotto 1410?807”, ricostruito grazie alle immagini dei bossoli sparati dalla polizia, chiedendo se gli accordi di licenza di esportazione con l’azienda turca Zsr Patlayici Sanayi consentono in qualche modo l’esportazione di munizioni riportanti il marchio Cheddite in Myanmar e se tutto ciò avvenga con il consenso dell’azienda stessa. Il tema è stato anche ripreso nel dibattito parlamentare: sono state infatti presentate alcune interrogazioni al ministro degli Esteri, chiedendo chiarimenti e sollecitando una verifica sul rispetto della normativa e sul controllo dei flussi relativi al commercio di munizioni e munizionamento di ogni tipologia. Anche il Consiglio Onu dei Diritti Umani, con la risoluzione del 24 marzo, ha raccomandato alle aziende presenti in Myanmar o che hanno legami di affari col Paese di non svolgere alcuna attività economica che possa favorire l’esercito o le aziende da esso possedute o controllate. (Alice Facchini)

6 aprile 2021

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