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Venerdì 23 Aprile 2021 11:04

Fantasmi del palcoscenico: note stonate

Ermanno Dodaro, musicista e compositore: rientrato a casa, vicino a Roma, due giorni prima del lockdown, mentre lavorava a uno spettacolo a Palermo, si è ritrovato tra gli invisibili, tra poca solidarietà e regolamenti assurdi. Lo sta aiutando soprattutto la creatività

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Conosco Ermanno da diversi anni. Ho seguito molti suoi concerti, l’ho incontrato in situazioni conviviali, ho persino lavorato con lui in qualche occasione. Però mai, in nessun caso, lo avevo sentito così arrabbiato, così assoluto e deciso nelle sue critiche, così cupo nei suoi giudizi.
Ermanno Dodaro è un musicista, un compositore e un virtuoso del contrabbasso. Da qualche anno collabora assiduamente con Rossana Casale, Mariella Nava, Grazia Di Michele, Tosca. Ultimamente, ha iniziato a cimentarsi anche nella scrittura, con un libro uscito da poco. “Spostando l’acqua in un tuffo”, s’intitola così il suo lavoro, scritto a quattro mani con Tullia Ranieri.

“Uscito all’inizio di marzo del 2020, per l’esattezza, giusto in tempo per non poterne fare neanche una presentazione – mi fa lui, con tono secco e amareggiato – Ne faremo una solo adesso, a maggio 2021, in streaming, su Zoom. Proprio io che odio Zoom!”.

L’inizio della pandemia lo ha colto di sorpresa, in un momento positivo della sua carriera.
“A marzo di un anno fa ero a Palermo. Dal 26 gennaio mi ero trasferito lì, scritturato dal Teatro Biondo, per curare le musiche del Marat-Sade, un bellissimo spettacolo di Peter Weiss, che è il racconto della rivoluzione francese fatto da un padre a suo figlio. Dopo un mese di prove, siamo andati in scena quando già cominciava ad esplodere la pandemia. Proprio due giorni prima del debutto, ci furono i primi casi in Sicilia. Erano alcune persone che rientravano da Bergamo. Così abbiamo debuttato in un clima d’incertezza: ci chiuderanno? Non ci chiuderanno? Ce lo chiedevamo tutti. Siamo riusciti a fare una settimana di repliche, poi siamo stati stoppati”.



Il problema, inizialmente, sembrava solo quello di dover saltare qualche data.
“In fin dei conti, da quel punto di vista, ci è andata bene. Abbiamo perso solo gli ultimi giorni previsti in cartellone. C’è chi si è trovato in situazioni ben peggiori. Dopo di che, io sarei dovuto partire per Milano, dove avevo un altro spettacolo in programma e il biglietto aereo già prenotato. Poi per Napoli. Ovviamente, tutto saltato. Ecco, è da quel momento in poi che è cominciato l’incubo”.

È stato un incubo che, fin da subito, Ermanno ha condiviso con sua moglie, con cui lui vive sul litorale laziale, a pochi chilometri da Ladispoli.
“Lei, precedentemente, mi aveva raggiunto a Palermo, per stare insieme a me. Siamo rientrati, in modo un po’ fortunoso, a Marina di San Nicola, esattamente due giorni prima dell’inizio del lockdown. Per due mesi non siamo mai usciti di casa, terrorizzati da quanto stava succedendo. Tranne a volte io, molto di rado e solo per fare la spesa, spostandomi fino a Ladispoli, visto che a Marina di San Nicola, che è considerato posto di villeggiatura, i supermercati hanno spesso prezzi da rapina. Ovunque, in quei due mesi, si respirava un’aria pesantissima, di malattia”.

All’atmosfera generale, si aggiunge ben presto la difficoltà nel riuscire ad accedere agli aiuti statali.
“Sul piano economico, a parte il contratto con il Teatro Biondo, prima delle chiusure lavoravo con altri gruppi musicali e con una cooperativa, che mi pagava il lavoro quando effettuavo dei concerti. Non sono certo mai stato stipendiato da quella cooperativa, ma pagato solo in caso di attività di spettacolo. Quel rapporto saltuario, che fino a quel momento mi aveva di tanto in tanto aiutato, è diventato subito un problema. Per l’Inps, infatti, quel rapporto si configurava come un rapporto di lavoro continuativo e perciò, basandosi su quel presupposto arbitrario ed errato, in quanto lavoratore – a suo dire – dipendente dalla cooperativa, non mi ha erogato nessuno dei bonus previsti. Né allora, né mai”.

“La cosa più inaccettabile, però, è stata quella di scoprire in seguito, che altre persone, in una situazione identica alla mia, lo hanno percepito, il bonus Inps. Perché questa mancanza di uniformità di trattamento da caso a caso, anche per casi praticamente uguali? Dipende forse da come ogni singolo impiegato che lavora una pratica, interpreta, a suo giudizio, le normative? È questa la cosa che mi fa innervosire di più e che mi appare come un arbitrio e un’ingiustizia. Da un anno sto protestando con l’ente, anche attraverso delle azioni legali, ma al momento non è cambiato ancora nulla”.



Finito il primo lockdown, Ermanno sembrava potersi riattivare, lentamente, verso una normalità professionale.
“Con l’arrivo dell’estate, a fine luglio siamo riusciti a fare qualche serata. C’era in previsione il tour con le tre cantautrici con cui collaboro: Rossana Casale, Mariella Nava e Grazia Di Michele. Con loro abbiamo fatto sei concerti, ma concerti, per così dire, con la mordacchia, tra test, misurazioni continue della febbre, distanziamenti. Situazioni spesso tanto appariscenti quanto inutili su un piano della prevenzione e molto stressanti sul piano lavorativo. Io non capisco perché, in quel momento, per avere un quadro preciso della situazione e poter poi fare scelte sensate, in Italia non siano stati tamponati tutti i cittadini, come in Corea. Non avendo dati certi, tracciamenti, il virus è circolato, si è diffuso di nuovo ed è arrivato il nuovo stop e la nuova chiusura”.

Con la nuova chiusura, è tornato, per Ermanno, anche il problema economico e sono tornati i dubbi rispetto al meccanismo degli aiuti statali.
“Dallo stato è arrivato zero. E meno male che lo slogan era ‘nessuno resterà indietro’. Ho anche scritto un paio di volte a Conte, quando era primo ministro, attraverso le sue pagine istituzionali. Senza risposta. Gli unici bonus che ho avuto dall’esterno sono stati quelli del Nuovo Imaie, che però è una struttura privata e non statale, a tutela dei diritti degli artisti. Il Nuovo Imaie ha adottato una logica corretta. I bonus sono stati dati a tutti gli iscritti che ne abbiano fatto richiesta, dividendo gli importi disponibili, suddivisi per fasce. Parliamo in media di circa 600 euro, che non sono pochissimi. C’è chi ha ottenuto anche 1.500 euro. Ben altra musica rispetto all’Inps, o ad altri enti che hanno pagato solo un numero ristretto di aventi diritto, basandosi solo sull’ordine di presentazione della domanda. Cioè chi prima arriva meglio alloggia. Gli altri, che si arrangino”.

Quando si affronta questo argomento, Ermanno ha il tono di un animale ferito, deluso, rabbioso.
“Tra le forme di sostegno, ci sono stati anche i rimborsi del Mibact per gli spettacoli saltati. Spettacoli che andavano dimostrati con corposa documentazione. Io avevo diverse date previste e non effettuate. Parliamo comunque di spiccioli: 58 euro a serata per la musica e circa 70 per il teatro. Già questa distinzione è abbastanza assurda. Le domande, poi, erano complesse, cavillose. Quasi tutti, me compreso, hanno commesso errori nella compilazione. Sembravano studiate proprio in modo tale per farle compilare male e avere poi delle scuse per non erogare i fondi. Alla fine, dopo lunga pena, sono riuscito ad ottenere 400 euro. Meglio di niente, ma quanto si campa con 400 euro?”.

“Per quanto riguarda gli altri enti, la Siae ha erogato soprattutto aiuti alimentari, offrendo ai più bisognosi dei pacchi dono, spesso con prodotti di qualità mediocre. Ha dato soldi solo a chi già aveva soldi, cioè a chi aveva guadagnato decine di migliaia di euro in diritti d’autore negli anni passati e che forse, proprio per questo, aveva meno bisogno di altri. Qual è la logica di tutto ciò? In un momento di emergenza occorre aiutare tutti, soprattutto chi ha meno. Vogliamo ridurre le persone alla fame? Vogliamo gli assalti ai supermercati, come accaduto tempo fa a un Carrefour di Palermo? Non c’è una logica e una vera pars costruens da parte di chi compie le scelte”.



Il pensiero spazia verso una situazione che accomuna lui e tanti suoi colleghi.
“Limitandomi al mio mondo, che è quello della musica, di fronte a un Tiziano Ferro che può permettersi di rimandare i suoi concerti al 2023, come ha dichiarato di recente, io rispondo che non esiste solo il ferro, ci sono molti altri metalli! Cioè che l’artista non è solamente quello famoso che ha i riflettori della televisione. L’artista è chiunque faccia onestamente questo lavoro. E sono la maggioranza. E tutti vanno aiutati!”

Non sempre, però, in questi mesi, è scattato un meccanismo di solidarietà fra i colleghi artisti.
“Ci sono stati tanti amici che si sono adoperati a farmi sapere dei bonus e delle normative. E così io con loro. Per aiutarci reciprocamente. Altri colleghi, invece, puntano a far vedere di essere più virtuosi degli altri, per cercare di ottenere di più dallo stato. Dicono cose come: ‘A me sì, spettano i bonus, perché io sono stato virtuoso e non ho lavorato mai in nero, a te no’. Ma tu non sai cosa c’è dietro le storie degli altri e non puoi fare di tutta l’erba un fascio. Non puoi giudicare, spesso senza nemmeno conoscere. È vero che l’artista a volte lavora in nero, ma sono sempre in meno a farlo. Tutti i concerti in spazi pubblici, ad esempio, che sono la stragrande maggioranza dei concerti, non è possibile farli in nero. Le norme, i controlli, non te lo consentono. Quindi c’è uno stereotipo negativo, non più reale, che va cambiato”.

A questo, per Ermanno, si aggiunge un problema di scarsa autostima, che pare coinvolgere molti.
“Sì, forse c’è anche un problema di fondo, di considerazione di sé. Chi è l’artista? Come è visto dagli altri? Come egli vede se stesso? Quanto siamo disposti a scendere a compromessi? Quanto siamo accondiscendenti? Spesso noi artisti siamo trattati come un cane, un cane che il padrone acconsente a far salire sul divano, come ha detto giustamente il collega Massimo Carrano. A molti, purtroppo, sta bene essere cani, a cui a volte, graziosamente, il padrone concede l’osso”.

La delusione è forte, non solo rispetto alla scarsa solidarietà riscontrata, ma anche rispetto all’incoerenza evidenziata da alcuni provvedimenti adottati.
“Ho molte perplessità su come si stia affrontando l’emergenza. Molte soluzioni sembrano solo di facciata e prive di basi scientifiche, davvero efficaci su un piano sanitario. Altre soluzioni sono invece prive di equità su quello sociale ed economico. In più mi sconvolge il danno che stanno ricevendo i ragazzi, le nuove generazioni, a cui sono stati tolti gli anni più belli, il contatto per due anni con amici e coetanei”.


Ermanno, comunque, cerca di non perdersi d’animo.
“Da un punto di vista creativo le idee non mancano. Sto scrivendo molte musiche, forse più di prima e in maniera più continuativa. Ho arrangiato due dischi. Ogni tanto piazzo qualche canzone a qualcuno, oppure musiche per presunte fiction o documentari, che prima o poi si faranno. Faccio quello che può fare un musicista. Inizialmente ho fatto anche lezioni di musica on line, ma ho smesso quasi subito, anche perché via web c’è spesso un problema di ‘latenza’, cioè di scarto temporale nell’arrivo del suono, che rende impossibile lavorare con chi è altrove, collegati solo da uno schermo. Per non parlare di quel gioco di sguardi, di sensazioni, di emozioni, che ci sono dal vivo e che internet nega”.

Per salutarmi, nonostante tutto, quella che Ermanno mi lascia è anche una nota di speranza, di ottimismo.
“Il mio augurio è che il mondo esca presto da questa porcheria, che si torni a respirare e a baciarci per strada senza vincoli. E che tutta la musica che abbiamo scritto, possa essere suonata e ascoltata a cielo aperto. Non ricordo chi, a tal proposito, disse una frase bellissima: fermati nel paese in cui senti suonare, i popoli malvagi non conoscono la musica!”.

 

 

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