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Lunedì 24 Maggio 2021 09:05

Coccinella dura senza paura

Per combattere la cocciniglia, che sta uccidendo i pini di Roma, non c'è soltanto l'insetticida abamectina, che rischia di provocare diversi problemi, anche per le persone, a medio e lungo termine. Tra i rimedi, il rilascio di coccinelle, come a Villa Leopardi e Villa Doria Pamphilj

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La Toumeyella parvicornis, detta anche cocciniglia tartaruga per la forma del dorso delle femmine adulte, che appunto ricorda il guscio di una tartaruga, è un parassita che attacca le varie specie di pino. La cocciniglia genera una secrezione zuccherina, cosiddetta “melata”, su cui in seguito, vanno a depositarsi altri organismi, come i funghi, annerendola, così da produrre quella tipica patina nera conosciuta come “fumaggine”. La sottrazione di linfa da parte del parassita, e la copertura delle foglie ad opera della fumaggine, che ne inibisce la fotosintesi clorofilliana, portano così al deperimento del pino e, in alcuni casi, alla morte.

La cocciniglia tartaruga è uno dei “regali” del cambiamento climatico e della globalizzazione. Originaria dal continente americano, è approdata prima in Campania nel 2015 e, grazie alle migliori condizioni per la sua riproduzione determinate dall’innalzamento delle temperature, si è rapidamente diffusa anche da noi, raggiungendo, nel 2018, i pini del quadrante meridionale di Roma, EUR e Mostacciano.
Oggi ha ormai infestato tutti i Pinus pinea della Capitale, mettendo a rischio uno dei simboli della Città Eterna in Italia e nel mondo.



Le istituzioni – a partire dai servizi fitosanitari regionali – sono intervenute in netto ritardo. Solo oggi, a sei anni di distanza dagli esordi del parassita nel nostro ecosistema, si sta ragionando di un piano organico di contrasto. Il primo provvedimento ufficiale da parte del Ministero della Salute data addirittura allo scorso 12 marzo, ed è un decreto con cui è stato autorizzato – dal 1° maggio 2021, e per i successivi 120 giorni – l’utilizzo di un composto chimico denominato abamectina, che va iniettato nel tronco del pino (cosiddetta “endoterapia”) e che, diffondendosi nella linfa di cui il parassita si nutre, ne provoca la morte.

Tuttavia, la lotta al parassita con gli insetticidi non rappresenta l’unica soluzione a nostra disposizione, probabilmente non è la migliore nel medio e lungo periodo e, aspetto non secondario, se praticata in assenza di un parallelo impegno economico e scientifico sui rimedi biologici, non è neppure legittima.

Un approccio davvero ecologista al problema della Toumeyella, infatti, non può ignorare le conseguenze negative connesse all’uso di pesticidi, e non può limitarsi a considerare i pini come cose inanimate, elementi del paesaggio di Roma che vanno salvaguardati, senza considerare che gli stessi sono inseriti in un ecosistema, di cui fanno parte anche altre piante, animali, insetti e, non ultimi, gli esseri umani.

L’abamectina, in sostanza, è un veleno, e non a caso il suo utilizzo per la lotta alla Toumeyella è stato sin qui autorizzato per un periodo di tempo limitato. Elimina la cocciniglia, ma rimane all’interno dei parassiti uccisi, può transitare nei pinoli e, in generale, entrare negli ecosistemi in cui anche noi esseri umani viviamo.
Sui giovani pini, dal tronco troppo sottile per essere sottoposto alle iniezioni di abamectina, l’endoterapia non può essere praticata. Ultimo aspetto problematico: la lotta ai parassiti con sostanze chimiche, alla lunga, crea parassiti più resistenti.

Esiste, e va dunque finanziato ed approfondito, un approccio biologico alla questione: notevoli benefici possono essere conseguiti anche solo attraverso il lavaggio delle chiome dei pini con getti di acqua corrente e con il semplice annaffiamento (una misura che appare quasi ovvia, ma che a Roma non viene in effetti praticata e che, soprattutto in estate, sarebbe di fondamentale importanza per aiutare il ciclo vitale del pino).
C’è poi la strada delle micorrize, ossia funghi che entrano in simbiosi con l’apparato radicale e nel rafforzano la funzionalità. E poi ci sono le coccinelle.

La cocciniglia tartaruga ha propri antagonisti naturali, cioè insetti che sono suoi predatori: in particolare, nel contrasto al parassita hanno dato buoni risultati, sinora, due specie di coccinelle: l’Exochomus quadripustulatus ed il Cryptolaemus montrouzieri.

A Roma, l’associazione “Amici di Villa Leopardi” ha acquistato e collocato sui pini della villa storica circa 4mila coccinelle. Analoghe iniziative sono state realizzate dall’associazione “Amici dei Pini di Roma” a Villa Doria Pamphilj.

Il problema principale insito nella lotta alla Toumeyella mediante i predatori naturali sta nel fatto che le coccinelle volano e, come è giusto che sia, si posano dove meglio credono (vi assicuro, avendo partecipato a qualche evento per il rilascio mirato, che ci sono poche cose più difficili di convincere una coccinella a togliersi dalla punta del vostro dito per andare a mettersi su un ciuffo di aghi di pino).
Per queste ragioni, il Servizio Fitosanitario Nazionale – che tuttavia ha iniziato ad occuparsi del fenomeno solo a partire dal 2019, creando un apposito Gruppo di lavoro – ha dichiarato che, allo stato, i tentativi di contrasto biologico alla cocciniglia tartaruga hanno ottenuto risultati insufficienti (
https://www.protezionedellepiante.it/emergenze-fitosanitarie/toumeyella-parvicornis/
 )

Ciononostante, puntare seriamente sulla lotta biologica e, quindi, sulla “lotta integrata” – ossia, associare ai rimedi chimici, rimedi naturali – non è una utopia da sognatori, figli dei fiori (o delle coccinelle) o, a parere di qualcuno, addirittura una scemenza da ciarlatani o truffatori.



L’utilizzo degli antagonisti naturali funziona. Un esempio? Abbiamo salvato i nostri castagni dal Dryocosmus kuriphilus (cinipide galligeno o vespa del castagno, originario dell’Asia) grazie all’introduzione di un parassita che uccide le larve di questo temibilissimo insetto. Il cinipide, rilevato per la prima volta nel 2002 in Piemonte, si era rapidamente diffuso in tutta Italia. Nel 2011 – non proprio un fulmine di guerra – il Ministero delle politiche agricole decise di stanziare circa un milione di Euro per finanziare adeguatamente la lotta biologica contro questo parassita.
Da quel momento, le varie agenzie regionali (Arpa) e provinciali (Appa) di protezione dell’ambiente, sotto la supervisione dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), hanno dato seguito ad un piano di rilascio di Torymus sinensis nelle aree colpite, con l’obiettivo finale di assicurare che l’insetto antagonista s’insedi sul territorio, così da controllare la popolazione di cinipide. C’è ancora molto da fare in tal senso, ma i risultati ottenuti sono molto incoraggianti, come dimostrano 
i rapporti dell’Ispra
.

Intuitivamente, anche la distribuzione di coccinelle sugli alberi infestati dal parassita potrà definitivamente funzionare, a regime, nel momento in cui le colonie di insetti antagonisti raggiungeranno un proprio equilibrio “sistemico” rispetto alla presenza di cocciniglia tartaruga, se e quando avremo scoperto le specie più adatte e le modalità di rilascio più efficienti.
Si tratta semplicemente, dunque, di una questione politica, ossia che riguarda la polis, la nostra comunità. Come sempre bisogna discutere e capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, qual è il punto di equilibrio tra diversi valori apparentemente o potenzialmente confliggenti, come distribuire in maniera sensata, oltre che legittima, le risorse economiche disponibili.
Piuttosto che arrogarsi – come recente avvenuto nel dibattito politico romano – il ruolo di unico ed indiscusso salvatore dei pini, per impostare correttamente questo tipo di discussione un buon punto di partenza sarebbe esaminare legislazione vigente.

Ed in effetti, il D.Lgs. 14 agosto 2012, n. 150, attuativo della Direttiva 2009/128/CE che istituisce un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi, all’articolo 1, lettera b, impone di “promuovere l’applicazione della difesa integrata e di approcci alternativi o metodi non chimici”.
La nostra legislazione, con buona pace dei profeti del verbo della lotta chimica come unica soluzione, ci dice già che l’utilizzo dei rimedi naturali non solo è consigliato, ma va promosso e finanziato.



Ed è del 15 aprile scorso la notizia, annunciata dal presidente Zingaretti, che la Regione Lazio stanzierà 500mila euro per combattere il dilagare della Toumeyella. Certo, è legittimo chiedersi quanti di questi fondi saranno dedicati all’utilizzo ed alla ricerca sui metodi di contrasto biologici. Ed è altresì legittimo domandarsi se un analogo investimento sarà mantenuto nei prossimi mesi ed anni in favore della lotta biologica, che ci consenta di pervenire a misure di contrasto naturali utilizzabili stabilmente, e quindi di contenere il diffondersi della cocciniglia tartaruga, e di abbandonare l’utilizzo dei metodi chimici anche come rimedio emergenziale.

Tutti quanti vogliamo più lavoro e meno disoccupazione, ma sulle ricette da seguire c’è chi propone la flat tax e chi un sistema fiscale maggiormente progressivo. Tutti (o quasi tutti) vogliamo salvaguardare i pini di Roma, ma anche qui si può scegliere se guardare non solo all’immediato futuro, ma anche ai prossimi anni ed alle future generazioni, a cui vorremmo garantire la possibilità di ammirare gli acquedotti romani incorniciati dai pini, e respirare quel buon profumo di pineta, di ritorno dal bagno al mare.

Ovviamente, è possibile che nonostante i finanziamenti alla ricerca, la buona volontà, la necessità di puntare su metodi biologici non inquinanti e non pericolosi per la salute per contrastare la diffusione della cocciniglia tartaruga sui nostri pini, i risultati scientifici ci dicano, un domani, che, in effetti, l’unico metodo efficace per salvare i pini a Roma e nel nostro Paese sia un massiccio e stabile impiego di prodotti chimici.
Ma se dovessimo trovarci di fronte a tale eventualità, francamente, sarebbe allora il momento di chiederci se il gioco vale la candela. Il cambiamento climatico, come detto, è una realtà in atto, e per questo già si discute di mitigazione e adattamento, oltre che di contrasto.
A me piace molto l’ananas, ma so che per gustarne una fetta comodamente seduto a casa mia devo mettere in conto, quasi sicuramente, il consumo di foresta tropicale per ricavare i terreni per le piantagioni, coltivazioni intensive, trasporto transoceanico con combustibili fossili. E, dunque, mi sono adattato a malincuore a rinunciare quasi totalmente al suo consumo.

Se per salvare i pini di Roma un giorno dovremo malauguratamente prendere atto che l’unico strumento a nostra disposizione è l’uso di pesticidi e insetticidi, forse sarà il caso, anche qui, di prepararci al digiuno.



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