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Mercoledì 13 Ottobre 2021 11:10

Liste di un Dio minore / 2 – I “Derby”

Nelle elezioni romane si è parlato molto dei 4 big, poco degli altri 18 candidati e quasi per nulla delle 30 liste (su 38) finite sotto il 3%. Eppure sono loro il vero sale della democrazia. Conosciamole da vicino in un breve viaggio a puntate fra i micro partiti capitolini

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Nella prima puntata di questo viaggio fra i risultati dei piccoli partiti presentati nella recente tornata elettorale capitolina, abbiamo già parlato di uno degli importanti “derby” che si sono giocati, fra liste simili per programma e area politica ma divise da rivalità interne, spesso di carattere personale. Ci riferiamo a quello fra
“Europa Verde” e “Roma Ecologista”
, la nuova forza politica lanciata dall’ex leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio.

Oltre a quella si sono giocate molte altre sfide simili, a partire dalla sfida a tre fra i diversi Partiti Comunisti presenti sulle schede. Sempre nell’ambito della sinistra, un altro derby, dal sapore piuttosto “Vintage”, si è poi giocato fra due sigle che sembravano venire direttamente dagli anni della prima repubblica: il PCI e il PSI. Infine un ultimo derby può essere considerata anche la sfida fra il raggruppamento “no gender” del “Popolo della Famiglia” e quello pro LGBT+ del “Partito Gay”.
Vediamo come sono andati questi scontri e se qualcuno fra questi partiti e movimenti può dirsi soddisfatto dei risultati ottenuti.

 



La sfida fra le falci e martello presenti sulla scheda è stata “vinta” – anche se il termine suona quasi sarcastico – dal Partito Comunista di Marco Rizzo. Da anni in splendido isolamento rispetto alle altre forze di sinistra, Rizzo presentava a Roma, quale candidata sindaca, la “pasionaria” delle lotte degli autoferrotranvieri: Micaela Quintavalle, ex autista Atac licenziata dopo alcune sue denunce nei confronti dell’azienda del trasporto pubblico romano.
Parlare di “vittoria” suona però inadeguato, se si pensa che il risultato complessivo raggiunge appena lo 0.34% dei consensi. Qualcosa di più rispetto ai principali antagonisti di area, ma certo molto poco in termini di voti.

 



Se Atene piange, Sparta non ride. Fanalino di coda tra i partiti comunisti presenti, con la miseria di appena 500 voti in tutta Roma e un deludente 0,05% a livello di percentuale, è il Partito Comunista dei Lavoratori.
Sarà per via della concorrenza degli altri partiti comunisti, sarà per la sua natura trotzkista, termine che ormai poco evoca – nel bene e nel male – alla maggior parte degli elettori, sarà per il fatto che Francesco Grisolia, il candidato sindaco del partito, non è romano né di nascita né di adozione, essendo nato a Genova e residente a Milano, fatto sta che il partito ha ottenuto una quantità di consensi paragonabile al numero di abitanti di un solo condominio cittadino, con ben due terzi fra i propri candidati consiglieri costretti ad esibire uno sconfortante zero a livello di preferenze personali.

 



Decisamente meglio rispetto al PCL si è invece piazzato il PCI, quel Partito Comunista Italiano che, fino a poche settimane prima del voto, aveva aderito al progetto “Roma di Riguarda” promosso da Paolo Berdini, salvo poi rompere l’alleanza, raccogliere le firme e presentarsi con una lista e un candidato sindaco autonomo – Cristina Cirillo – in una sorta di operazione nostalgia, che rispolverava quel nome e quel simbolo che fu del partito di Enrico Berlinguer.
Sono tremila i voti ottenuti, per uno 0,29% che non serve certo a fare nessun eletto in consiglio capitolino, ma che ha permesso al PCI di vincere, per un’incollatura, la sfida da “prima repubblica” contro il PSI, tra vecchie glorie della sinistra d’antan.

 



Non c’era solo il garofano nel simbolo e il nome del partito che è tornato esattamente quello di un tempo: Partito Socialista Italiano. A dare al tutto una patina da anni ottanta del secolo scorso, c’era anche il cognome del capolista: Craxi, un cognome rappresentato, in questa occasione, da Bobo, figlio di Bettino. Non è bastato.
Non è bastato nemmeno l’innesto di una consigliera comunale uscente, molto combattiva, come Cristina Grancio, ex M5S fuoriuscita dal movimento in contrasto con le scelte di Virginia Raggi sullo stadio della Roma a Tor di Valle.
Nonostante questo mix di vecchio e nuovo, di nostalgia per un passato lontano e di battaglie politiche del presente, in vista di una Roma del futuro, l’operazione non è riuscita a dare al PSI un risultato soddisfacente. Alla fine il partito non ha raggiunto nemmeno i tremila voti, chiudendo con uno 0,28% che lo lascia al di sotto anche dei compagni-rivali di un tempo: il Partito Comunista Italiano.

 



Ultimo derby in programma nelle elezioni per il Campidoglio, era quello fra “pro gender” e “no gender”, ovvero fra il Partito Gay, che poneva al centro del sua programma le battaglie della comunità LGBT+, contro il Popolo della Famiglia, formazione antiabortista e decisamente schierata per la famiglia tradizionale e contro molte delle tematiche care al mondo gay, lesbo e trans.
In questo strano derby, che poco aveva a che fare con le problematiche specifiche della città di Roma e molto con temi etici di portata più generale, hanno prevalso i Gay, anche se, pure in questo caso, si tratta di una vittoria risibile, giocata su un numero di voti complessivamente molto basso e su percentuali microscopiche.
Quella ottenuta dalla formazione guidata da Fabrizio Marrazzo, storico attivista LGBT+, è infatti pari allo 0,25%, con appena 2.700 voti complessivi per il partito. Eppure Marrazzo, in campagna elettorale, ha più volte dichiarato di puntare al 15%, un dato percentuale, a suo avviso, corrispondente ai membri della comunità LGBT romana. I voti apparsi sulle schede sono stati infinitamente di meno. Unica soddisfazione è per l’appunto quella di poter sopravanzare, anche se non di molto, il Popolo della Famiglia, considerato come una sorta di contraltare politico.

 



Proprio come il Partito Gay anche il Popolo della Famiglia era partito con propositi ambiziosi. La formazione guidata da Mario Adinolfi aveva infatti proposto un’esponente del proprio partito, Fabiola Cenciotti, quale possibile candidata a sindaco di Roma – sindaco con la “o”, poiché lei non ama il termine “sindaca” – in rappresentanza dell’intero schieramento di centrodestra. Una volta che quello schieramento ha scelto in sua vece Enrico Michetti, il Popolo della Famiglia ha optato allora per una propria candidatura autonoma, confermando sempre Fabiola Cenciotti quale ipotetico sindaco.
Tale scelta si è però, via via, trasformata, da vera battaglia politica, in una pura operazione di testimonianza. Forse a causa della poca notorietà di Fabiola Cenciotti rispetto al leader nazionale Mario Adinolfi, forse per la presenza sulle schede di ben 38 formazioni politiche, che hanno finito per frammentare enormemente il voto, il Popolo della Famiglia si è alla fine attestato su uno 0,19% che certo non lascia molto soddisfatti i suoi dirigenti e i suoi sostenitori.

 

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