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Domenica 25 Settembre 2022 08:09

Diario urbano (e inurbano)

13 - FORZA LUPI? / Pensieri oziosi da dentro e fuori il GRA

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L’altro giorno guardavo in tv un documentario sui cinghiali. “Wild Italy” s’intitolava quella trasmissione. Era una replica e il tipo davanti alla telecamera, un naturalista, uno che ama un sacco gli animali, diceva che, beh, sì i cinghiali a Roma cominciano a essere tantini e che un modo semplice per farli diminuire un po’ di numero c’è: i lupi. Mettiamo un po’ di lupi intorno a Roma e il gioco è fatto.

Pare infatti che i lupi sono gli unici loro predatori dei cinghiali e perciò sono anche gli unici che possono risolvere il problema. Detta così, sembra proprio una cosa naturale. È la cara vecchia selezione del pesce grande che mangia il pesce piccolo. E del lupo che mangia il cinghiale. Anche perché i cacciatori che ammazzano i cinghiali per farsi le pappardelle, quelli sono degli esseri cattivi, dei crudeli assassini. Ma se ci pensa il lupo a squartarselo vivo il cinghiale e a pucciarselo nel cappuccino a colazione, al posto del cornetto, allora è la natura che trionfa.

È la natura che trionfa ed è pure la coscienza che si tranquillizza. Perché mica simo stati noi a fare fuori i cinghiali eh! Ci hanno pensato i lupi. E che gli vuoi dire ai lupi? Niente. Ma proprio niente. Che adesso nemmeno più “Crepi il lupo” gli puoi dire, perché ti guardano tutti storto. E allora “Viva il lupo”, perché il lupo si fa ciucciare le zinne da Romolo e Remo e, intanto, ci libera pure dai cinghiali.

Questa storia dei lupi, a dirla tutta, mi pare un po’ come contro la Russia. Che mica la stiamo facendo la guerra alla Russia noi. Noi no, proprio no. Perché l’Italia ripudia la guerra, si sa. Lo dice pure la costituzione. Poi, va beh, se a sparare ai russi coi missili italiani sono i simpatici ucraini del battaglione Azov, ah beh, allora va bene, allora è la giustizia che trionfa.

Certo, sono pure un po’ nazisti quelli di Azov, però leggono Kant. E pure i lupi. No, non leggono Kant, ma voglio dire, sono simpatici i lupi, no? Certo, non lo so se incontrare un branco di lupi in giro per Roma sia molto meglio che incontrare una mandria di cinghiali. Non lo so se questa soluzione sia una toppa peggiore del buco. Forse aggrava il problema e lo raddoppia. Proprio come fare la guerra ai russi per procura. Però tant’è. È la natura, bellezza!

Qualcuno poi la deve avere presa proprio sul serio questa faccenda dei lupi, perché pare che, in pochi mesi, dalle nostre parti, i lupi siano addirittura triplicati. Lo ha detto l’Ispra: istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. E l’altro ieri, dei vicini, che hanno le telecamere fuori il portone di casa e che la mattina si sono trovati i bidoni dell’immondizia tutti rovesciati per terra, sono andati a guardare le immagini, pensando di vedere i cinghiali. Invece no: hanno visto i lupi. Era stato un simpatico branco di lupi, che di notte scorrazza da queste parti e rovista fra i cassonetti.

Non so se ai cinghiali faccia una grande differenza quella di diventare ragù per le pappardelle o essere mangiati vivi da un simpatico lupacchiotto. Però la pappardella, si sa, è politicamente scorretta e il lupacchiotto, invece, è bravo e buono. Come il battaglione Azov. Quindi “Viva il lupo”, e andrà tutto bene, e saremo tutti figli di questi lupi, e anzi ci balleremo proprio coi lupi, e chi dice ancora “Crepi il lupo” peste lo colga!

Forza Roma, forza lupi, so’ finiti i tempi cupi… Ma siamo proprio sicuri?



Mercoledì c’è la Champions. Giovedì l’Europa League. Venerdì lo sciopero dei mezzi. Più o meno tutte le settimane. Un romano lo sa e sa anche che, se ti sbrighi e hai un po’ culo, ci sono gli orari protetti, quelli in cui qualche mezzo gira lo stesso. Basta affrettare il passo e arrivare in tempo, come i parigini durante il coprifuoco per prendere l’ultimo metrò, come in quel vecchio film di Truffaut, con una Catherine Deneuve davvero spettacolare.

I romani lo sanno e lo sa anche qualcun altro. E allora beh, ma mica uno può aggirare lo sciopero così, con tanta facilità. I romani lo sanno, quel qualcun altro lo sa, e allora, mentre i romani sono ancora lì, a bordo del loro ultimo metrò prima dello sciopero, quel qualcun altro, all’ora x, fa chiudere tutto. Sbarrati i cancelli delle fermate della metro: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

Eran duecento, non tutti giovani e forti, su quel loro ultimo metrò e, quando sono scesi dalla metro A, si sono trovati tutti chiusi dentro alla stazione. Beh dai, sempre meglio restare chiusi lì, dei domiciliari che c’erano durante il lockdown. Puoi averci pure la casa grande eh, ma vuoi mettere quanto è più spaziosa una fermata della metro, per restarci reclusi per un po’?

E poi, in quella fermata, puoi scambiare pure due chiacchiere, fare amicizia, magari rimorchiarti quella tipa belloccia che avevi adocchiato durante tutto il percorso. Insomma, una ficata. Invece, quei romani piagnoni, quelli rimasti chiusi lì, nella fermata del metrò, quei duecento, non tutti giovani e non tutti forti, pare che si siano tutti lamentati. Che massa di stupidi, ignoranti e ingrati!

Qualcuno ci ha pure provato a farglielo capire: “Ma restate lì, dai, che fuori è molto peggio. Ma non l’avete visto come si è ridotta Roma? Ci stanno i cinghiali fuori. E la monnezza. Ci sta la crisi. E il razionamento. Restate lì, che non ci sono bollette e nemmeno l’affitto o il mutuo da pagare. Restate lì, che con un euro e cinquanta passa la paura!”

Ma non l’hanno capito e hanno iniziato ad urlare, a sbattere i pugni contro i cancelli. E qualcuno li ha visti. Li ha sentiti. E si è intenerito. C’è sempre qualcuno che s’intenerisce a sproposito. E dopo una mezz’oretta li hanno fatti uscire. Però c’erano i cinghiali fuori. E la monnezza. E c’erano le bollette e il mutuo da pagare.

Mi sa che venerdì prossimo la prendo pure io la metro. L’ultimo metrò. Speriamo solo che stavolta non riaprano i cancelli.



Le bollette! Il gas! Oddio oddio il gaaaas! Oddio le bollette! Il razionamento! Oddio oddio il razionamento! Ormai non si parla d’altro. Dovunque. E del fatto che c’è la guerra. E del fatto che c’è la crisi. E che manca l’energia. E che adesso, fra un po’, quando comincia a fare freddo, noi come ci riscalderemo?

Sì va beh, ma diciamocelo seri: a noi romani che ce frega? A Roma mica fa mai freddo. A Roma c’abbiamo questo bel clima temperato. E non ci serve mica mai il piumone, qui. E non nevica mai. C’abbiamo pure le ottobrate romane, noi. Quelle belle ottobrate, quelle che ce ne possiamo andare ai Castelli, alle fraschette e chiedere un tavolino fuori, così chi fuma non rompe nemmeno le palle. Daje. Se ne riparla a dicembre inoltrato semmai.

Infatti nelle cartine d’Italia, quelle a colori per dividere le zone, a noi di Roma ci hanno messi in arancione. C’avete presente le cartine d’Italia a colori? Quelle che andavano via come il pane durane la pandemia. Quelle con le zone gialle, le zone rosse, le zone bianche, le zone così e così.

Adesso la pandemia non va più di moda, che la trovi giusto all’Outlet di Castel Romano in saldo, la pandemia: come i modelli Armani di due anni fa. Però le cartine d’Italia a colori, quelle vanno ancora e le hanno ricicciate. Pare che ne fosse avanzato uno stock di cartine e, siccome c’è la crisi, tocca non sprecare niente. Ora servono per il razionamento del gas, quelle cartine.

Noi a Roma siamo arancioni, in quelle cartine lì. Arancione è un bel colore. Un bel colore caldo. Mica come quegli sfigati di azzurri, o di blu: i colori di dove fa un sacco freddo. Anche se, alla fine, mi sa che gli sfigati veri siamo proprio noi, che nelle zone calde i riscaldamenti tocca usarli meno e accenderli più tardi, che tanto c’abbiamo le ottobrate. Dicono così.

E pure la carbonara, noi romani, mica possiamo più cuocercela come prima eh. Tocca farlo solo col fornello spento, per risparmiare, come ci dice il premio Nobel Parisi. Che invece quegli sculati di altoatesini, che lì fa freddo e un po’ di gas allora glielo devono proprio mandare, i knodel se li possono pure far rosolare per bene, tacci loro. Che invidia!

Per cucinare il pollo, invece, non c’è problema, che quello possiamo cuocercelo a schiaffi. Hanno calcolato che ne servono esattamente 23.034 di schiaffi, che così ti viene bello croccante e fai pure allenamento per i bicipiti. Poi, mi raccomando, la doccia massimo una ogni tre giorni e solo in compagnia, magari di una bella ragazza, così ci puoi pure fare l’amore e alla fine ti ci riscaldi pure: due piccioni con la tua fava.

Insomma, dicono proprio che ci sarà il razionamento, fra un po’. Perché c’è la guerra. Che però la guerra non c’è. Anche se la guerra eccome se c’è. Pure se ovviamente no. Insomma non c’è proprio nessuna guerra, ma proprio nessuna, ma me possino cecamme se nun c’è, quando chiedi perché l’Italia, che la guerra la ripudia, poi regala le armi in giro. Però la guerra c’è, c’è eccome, ma me possino sempre cecamme se c’è, quando chiedi perché ci sarà il razionamento. Chiaro, no?

Insomma, pare proprio che noi saremo sempre più poveri, qui, e anche sempre più bellici. Pure qui a Roma, pure se fa ancora caldo ed è zona arancione. E, mentre l’estate finisce, l’ora delle decisioni irrevocabili pare sempre più vicina. Niente paura, romani: noi abbiamo lance, spade, frecce, mortaretti, tricchi tracche e castagnole. E con queste armi potenti, dico armi potenti, spezzeremo le reni alla Russia e ai suoi compagni, a Rocco e ai suoi fratelli!

E quando il generale inverno arriverà, per cercare di deprimerci, di demoralizzarci, quando comincerà a fischiare il vento, a infuriare la bufera, nulla potrà fermarci: pasta al dente eppur bisogna andar, a cucinare la pizza primavera, dove sorge il sol dell’avvenir! Il fuoco è spento eppure io ribollo, e ogni donna a me dona un sospir, perché a schiaffi io prendo pure il pollo: forte è il cuore e il braccio nel colpir!



A Roma, dal giorno in cui ne parlò Verdone in un suo film – “…ma ce serve, o nun ce serve?” – ci siamo dimenticati di avere un fiume. Si chiama Tevere e passa pure per il centro, proprio di fianco al Lungotevere. Poi però, ogni tanto, i giornali ce lo fanno ricordare che c’è. Per esempio quando non si fa lo stadio a Tor di Valle, perché l’area è a rischio idrogeologico “per via della vicinanza col Tevere”.

Oppure l’altro giorno, quando dalle parti di ponte Duca d’Aosta, trovano una mucca. Che non è proprio il tipo di animale che ti aspetti sul Tevere. Di solito sul Tevere ci vive giusto qualche clochard e qualche razza di strano pesce, geneticamente modificato. Le mucche no. Non sono adatte a quell’habitat.  Infatti, pure quella che hanno trovato vicino al ponte, sembra non sia sopravvissuta.

Poi leggo meglio e scopro che non è annegata. La mucca, dico. Pare fosse già morta quando è finita nel fiume. Sembra che qualcuno ce l’abbia buttata dentro. Anche perché era chiusa in un enorme sacco. Proprio come succede ai cadaveri dei film gialli. Quelli che poi ritrovano in avanzato stato di decomposizione e privi di documenti. Così non si sa mai bene da dove provengano né chi siano. Proprio come accaduto alla mucca.

Povera mucca. Che però, lo confesso, mi sarebbe subito passata di mente quella mucca lì, poveretta, se per caso non avessi visto una notizia di cinque anni fa: 2017 e c’era proprio una mucca trovata morta nel Tevere. In avanzato stato di decomposizione e priva di documenti. Un’altra dico, mica la stessa. E poi pure sul Mattino di Napoli, nelle pagine dedicate alla provincia: una mucca trovata morta nel fiume, a Nocera, nel 2021. Poi un’altra ancora, un mese fa.

Accidenti. Pare proprio che qui ci sia stata una moria delle vacche, come lei ben sa. Sarà colpa dei fratelli Caponi? Quelli di Totò e Peppino e la Malafemmina, dico. Saranno stati loro? O forse i loro discendenti. Certo che, non bastavano i cinghiali, qui a Roma, e poi i gabbiani, i ratti. Non bastava la peste suina, il vaiolo delle scimmie, l’influenza dei pomodori. È arrivato anche il virus delle mucche?

E però il sacco in cui era chiusa… No, no, altro che virus: qui c’è la mano di un serial killer! Ma perché se la prende con le mucche, poverine? Sotto campagna elettorale, poi. E così mi ritorna in mente un nome che un tempo era molto di moda: “Muccassassina”. Era una roba che andava tantissimo negli anni Novanta. Feste megagalattiche organizzate da Vladimir Luxuria. E se fosse una vendetta contro di lui? Anzi contro di lei. Anzi contro di l**. Oppure un messaggio contro la sinistra, amica della causa LGBT.

E se fosse un avvertimento contro Monica Cirinnà, che ama i gay, ama le coppie di fatto ed ama pure essere candidata? Ma no, in quel caso avrebbero fatto ritrovare un cane mica una mucca. Perché Monica Cirinnà ama soprattutto i cani. E le loro cucce. E allora non so. Insomma, non solo gli investigatori, ma mi sa che anche io brancolo nel buio. Le indagini sono proprio arrivate a un punto morto, senza un vero sospettato.

Però una cosa buona l’ha fatta quella mucca. Mi ha fatto ricordare che qui a Roma abbiamo un fiume. Si chiama Tevere e passa pure per il centro, proprio di fianco al Lungotevere. Sì, l’ho già detto, lo so. Ma se mi fermo a guardarlo, non è nemmeno così male questo fiume. Mica lo so io si ce serve o nun ce serve. Però bello è proprio bello, sto fiume. Tacci sua!



Dice che Roma fa proprio schifo. E in effetti, beh… C’è pure un sito che si chiama proprio così: romafaschifo, scritto tuttattaccato, una roba che fa un sacco di like. Qualche anno fa pareva pure che si candidassero alle elezioni: “Vota Roma fa schifo”, c’era scritto su alcuni manifesti. Ma poi non si candidò nessuno.

Come non si candidarono mai quelli del “Partito di Roma Nord”, che qualche tempo fa andava un sacco di moda pure lui. Adesso meno. Adesso vanno più di moda quelli che Roma fa proprio schifo, quelli del “Partito di Roma No!” E in effetti, beh… “Ma chi ha ridotto Roma così?” si chiedono quelli lì, quelli che romafaschifo lo scrivono tuttattaccato. Già, chi è stato, che toccherebbe proprio menaje?

Ci penso, ci ripenso. Di chi è la colpa? Forse è stato il sindaco Gualtieri! Beh no, dai, lui c’è da meno di un anno e Roma faceva parecchio schifo pure prima. Allora Virginia Raggi? Ma pure prima di lei Roma faceva abbastanza schifo. Forse è colpa di Marino? Oppure Alemanno? O Veltroni? O magari sarà stato Pio Nono? Già, com’era Roma ai tempi di Pio Nono?

Correva l’anno 1860, quando il turista Paul Desmarie gironzolava per Piazza Farnese: “Domine aiutaci! Che ammasso di schifose lordure circonda quelle due disgraziate fontane, le quali poi non sono già in contrade remote, ma sì in luogo popoloso, e pel quale ad ogni ora del dì passano persone dabbene che vanno alle loro faccende! Per non dire delle fecce, delle bucce, dei torsi, dell’erbacce fradicie ch’ivi si raccolgono, accompagnate anche non di rado da qualche gatto morto, o da qualche canaccio sfinito d’inedia”.

Olé! Ma allora Roma faceva schifo pure nell’Ottocento? Pare di sì. E pure nel Rinascimento: “Cosa tristissima è questa e degna di non piccola meraviglia – scriveva Poggio Bracciolini nel Quattrocento – Il colle del Campidoglio, una volta a capo dell’impero romano e cittadella del mondo, davanti a cui tremavano tutti i re e i prìncipi, è a tal punto desolato, rovinato e mutato da quel suo primitivo splendore, che è diventato deposito di letame e d’immondezza”.

Ecco, è tutta colpa dei Papi, allora? Vuoi mettere come era bella, sicura e pulita la città ai tempi dell’Impero? A quei tempi sì che si viveva bene! Marco Terenzio Varrone, più o meno coetaneo di Augusto, ci racconta proprio come era bella e pulita l’Urbe ai tempi suoi: “Nemmeno Ercole ce la farebbe a ripulire Roma”. Mentre Giovenale, parlando di una sua tranquilla passeggiata, ci fa sapere che “le gambe che si ingrassano di fango, si pestano i piedi, le tuniche appena rammendate si strappano” e poi anche che “potresti passare per un negligente, se vai fuori a cena senza aver fatto testamento”. Ah ma allora annamo bene, proprio bene!

Roma ha sempre fatto schifo, a quanto pare. E allora forse aveva ragione quel tipo a cui Roma piaceva, proprio perché è fatta così: “Tutto era sudicio e tutto era Roma – scriveva un altro turista dell’Ottocento, un certo William Wetmore Story, un americano – L’ombra e la macchia che molti chiamano sudicio io le chiamo colore e so che la pulizia di Amsterdam rovinerebbe Roma per l’artista. L’eccessiva pulizia sta stranamente in contrasto col pittoresco”.

Ecco, la pulizia sta in contrasto col pittoresco. “Moolto pittoresco!” diceva Enrico Montesano in una sua famosa gag, vestendo i panni di una turista inglese. E allora prendiamocela così, come suggeriscono questi anglosassoni: “Tutto è sudicio e tutto è Roma”. E tutto è molto pittoresco. Sì, e noi ce la prendiamo proprio così, come ce la prendiamo da sempre… questa nostra pittoresca città.



L’altro giorno facevo zapping, di quello un po’ sonnolento, che tanto in tv non fanno niente d’interessante ad agosto, quando a un certo punto ti becco un video. Uno di quelli fatti col cellulare, che a vedere non si vede quasi niente. Più che altro si sente. E a sentire si sente uno, tutto incazzato, che dice: “Inginocchiateviiiii!”

Dice che si chiama Albino quello che urla. Sarà mica Albino Luciani? Il papa Giovanni Paolo primo. Magari è un vecchio suo video di quando diceva messa: “Fratelli, in ginocchio” Sì, però figurati se un papa urla così… E infatti non è il papa. Dicono che è il capo di gabinetto del sindaco. Il sindaco di Roma. Ed è una di quelle volte che alla parola gabinetto ti vengono battute sceme come alle elementari.

“Inginocchiateviiiii… Vi ammazzooo… Vi do cinque minutiiiiii…” Insomma una roba così. Che c’è pure una donna che parla, ogni tanto: “Amore, calmati…” e pare che è la moglie. La moglie di Albino, dico. E anzi pare che sono tutti un po’ parenti e tutti parecchio amici, pure quelli che si devono inginocchiare. E sono tutti dello stesso partito e tutti più o meno candidati in una qualche elezione.

Insomma una bella comitiva di amici, che ha spiegato che mica c’era niente di male, perché, dicono loro, raccontandoci per bene come sono andate le cose, che stavano solo parlando della Roma e della Lazio e del Frosinone Calcio e della serie A e della serie B e se c’era o non c’era un rigore. E non erano tutti proprio proprio d’accordo sull’arbitraggio. Eh beh.

Insomma è gente appassionata quella gente lì. Che è poi la gente che fa politica a Roma. Gente de core. Gente di un bell’ambientino, come ha detto pure un altro che fa politica a Roma. E meno male. Perché ci fanno capire che la politica a Roma è sempre passione e magia. Passione quando si parla di calcio. Magia quando si parla di altro.

Bello, no? Quella magia che fa apparire i soldoni nella cuccia di un cane. Ma solo dei cani che fanno politica. O che fa vincere un concorso a tutti i politici di Allumiere. O che fa finire in galera tutta la giunta di Terracina. Perché non c’è mica solo Roma a essere appassionata e magica: c’è pure la provincia. Per osmosi.

C’è passione e magia e però si sa come siamo noi romani, che a volte perdiamo la brocca ed esageriamo un po’. Soprattutto se parliamo di calcio. Perché quel gruppo di amici di Albino parlava solo di calcio, l’altro giorno. Di Roma, di Lazio, di Frosinone, di serie A, di serie B e di rigori regalati. È evidente.

Che poi non ti scopro che Albino ha pure un cognome conosciuto? Mica lo sapevo eh! Pare che il papà era uno famoso, qualche anno fa. Era pure un ministro. Un ministro ingiustamente criticato dagli studenti, ai tempi della Pantera. Brutti tempi. Primi anni Novanta. Altra epoca. Un altro secolo. Quando una Pantera cattiva scorrazzava per Roma.

Tempi bui. Quando la gente non s’inginocchiava mica. Erano tutti atei e non c’era ancora il Black lives matter. Non avevano il senso del sacro. Né dell’inclusione. E non parlavano troppo di calcio. Protestavano e basta, senza un vero perché. Ora, invece, per fortuna anche i giovani hanno ritrovato l’equilibrio. E s’inginocchiano.

E, sempre per fortuna, la Pantera non gira più da un pezzo per le vie di Roma. Che poi mo, pure se ci provasse, se la magnerebbero subito i cinghiali. E i giovani, da bravi, adesso non parteggiano mica più per la Pantera. Adesso stanno proprio coi cinghiali. E li difendono. Inginocchiandosi. Nei secoli dei secoli.
Amen.



Ieri me ne passeggiavo per via di Settebagni e vedo che l’edicola che sta lì, all’angolo con Bufalotta, c’ha le serrande abbassate: “E bravo, è andato in ferie pure lui… fra un po’ rimango proprio solo qui a Roma”. Non so bene se dentro di me sentivo più timore o più speranza, mentre pensavo questo.

C’era pure un cartello, lì, sula sua serranda. Pareva uno di quelli flu, quei classici prestampati, con su scritto “Chiuso dal… al…” e le date aggiunte a penna. Mi avvicino per leggere quando riapre, così, giusto per curiosità. Ma invece, vedo che c’è scritto “Vendesi” sul cartello, con un numero di cellulare.

Saranno mesi che non ci compravo più un giornale lì. L’ultima volta ero andato per la Settimana Enigmistica. Anzi no, c’ero pure tornato un giorno a cercare il Messaggero, per un articolo che m’interessava e che non c’era mica sull’edizione on line. Insomma, lo so che se quello ha chiuso è pure un po’ colpa mia, che da anni non gli davo più una lira.

Però mi è crollato il mondo lo stesso. Sì lo so che è da mo’ che chiudono le edicole. Sì sì, lo so della crisi dell’editoria. Si, ho capito. Non casco mica dall’albero del pero. Ci lavoro pure nell’editoria, io. Quindi lo so. E però lasciatemi comunque essere triste. Posso? Primo, perché adesso dove minchia la compro la Settimana Enigmistica? Secondo poi, perché come lo incarto il pesce domani? I giornali servono a questo, o no?

E io domani me ne volevo proprio andare a Ostia o a Fiumicino, a comprarmi un po’ di pesce buono. Ma adesso mi tocca vedere se c’è ancora un’edicola aperta, se no poi mica posso incartare niente. E allora, sai che ti dico? Pendo la mia bella macchina, che tanto c’è meno traffico in giro, così comincio a ispezionare Roma, per capire se qualche edicola resiste.

Piazza Talenti nisba, è chiusa pure lei. Piazza Capri idem e mi dicono da un bel po’. Edicole “vive”, nei paraggi, zero zero carbonella. Però va beh dai, io qui sto in periferia e si sa che in periferia non li abbiamo mai letti i giornali. Semo gente de borgata, noi. Ovvio che qui le edicole chiudono. Magari in centro, invece… Però, se m’avvicino alla Ztl, mica cambia tanto la faccenda. Anche a Prati un mortorio.

Ok. Sarà un po’ come il vinile. E pure come i cd. Non è mica che senza il vinile e senza i cd, che non li compra più nessuno, è finita la musica. Così è per l’informazione. Però boh. A me un’edicola chiusa fa più tristezza di un ex negozio di dischi. Sarà forse perché il negozio di dischi poi riprende vita, perché ci aprono una nuova pinseria, mentre le edicole ti restano lì, in bella mostra, come relitti, come reperti d’archeologia commerciale.

Forse finirà come per le cabine telefoniche, che prima o poi le smontano. Oppure te le lasceranno in piedi, inutili e ammuffite, come le cabine rosse di Londra: giusto per far fare le foto ai turisti. Chissà. Intanto, mi leggo le ultime notizie on line sul mio smartphone, giusto per tenermi informato e poi, lemme lemme, me ne ritorno a casa.

Di traffico in giro ce n’è davvero sempre meno. Sì, fra un po’ rimango proprio solo qui a Roma: solo come un’edicola aperta tra i palazzi di questa città.



Mi ero appena ripreso dal trauma, che zac, nel bel mezzo di questa torrida estate, mi capita fra capo e collo un’altra notizia terribile. Una cosa proprio brutta, capace di abbattere un toro. Sì lo so della guerra in Ucraina. Sì ok che c’è la crisi di governo. E poi Taiwan, il Kosovo, le bollette alle stelle…

No ma dico, uno non fa in tempo a riprendersi per Totti e Ilary, che sbrang, come un fulmine a ciel sereno, non mi ti si separano pure Claudio Amendola e Francesca Neri? No, ma io dico, ma pure il papà dei Cesaroni?! Nun ce volevo crede!

Che poi, a pensacce bene, c’avrebbero pure un ‘età… Bella gnoccolona lei, bello gnoccolone lui, per carità… ma vanno tutt’e due per i sessanta. Dico ma dico fermete proprio! Vabbè che vabbè, ma chi ve s’aripija mo? Totti e Ilary c’hanno quasi vent’anni de meno. E dai su, fate pace, almeno voi!

È una roba così sconvolgente, che il grande capo Estiqaatsi ha dovuto interrompere le vacanze e tornare di corsa in città, per tentare di mettere una buona parola e risollevare la situazione. Ma nemmeno ha fatto in temo a provarci, che subito escono voci di divorzio pure fra Icardi e Wanda Nara. Ecco, nun c’abbastava la crisi economica e quella internazionale! C’abbiamo pure la crisi delle coppie famose.

Però per fortuna, fra tanti disastri e tante coppie che scoppiano, ce n’è forse qualcuna che si mette finalmente insieme. Che poi io lo dicevo da subito di quei due… e invece pareva che niente, che erano troppo diversi… e poi che non si mescola il lavoro e i sentimenti e perciò mai fra colleghi… E invece…

Fatto sta che Papa Francesco ha detto che mi sa che adesso si dimette pure lui. E io già me lo vedo che litiga con Ratzinger a Castel Gandolfo su cosa vedere la sera in tv. Bergoglio che protesta per la minestrina, perché lui vorrebbe il manzo argentino e il dulce de leche. E Ratzinger con la cuffietta in testa, quel bel camauro che a lui gli piace ancora tanto, che tira tardi la notte per preparare una nuova enciclica, mentre Jorge lo rimprovera.

“Ma che te li rovini a fare gli occhi a stare sveglio a scrivere fino a quest’ora, che tanto stiamo in pensione e non ce le pubblicano più le encicliche? E poi dai su, ma basta con questa piuma d’oca! Ma perché non usi mai il computer che ti ho regalato io?”

Me li immagino così: una casa Vianello in riva al lago. Una Villa Arzilla, centro esclusivo per ex Papi, pieno di suorine premurose, un po’ monastero, un po’ Amici Miei atto terzo, in attesa che rilevi la società il Sassaroli, portando finalmente un po’ di vitalità e un bel po’ di strappone al seguito.

Me li immagino così. Ma intanto Papa Francesco mica s’è dimesso davvero. E Claudio e Francesca mi sa che si separano. Proprio come Totti e Ilary. E in Kosovo fanno la guerra per le targhe delle macchine. E io a settembre non so proprio per chi votare. E fa un caldo da fare schifo.

Che estate di melma!



Pare che a molti turisti non piace più il Colosseo. Lo hanno messo nero su bianco, eh! Hai presente quei siti specializzati dove fare commenti sui posti dove vai? Quelli dove puoi mettere le stellette, oppure dare un voto. Una roba tipo Quattro Ristoranti, ma senza Alessandro Borghese. Ecco, lo hanno scritto lì, su quei siti lì.

“Era tutto rotto! Ma non si occupano delle infrastrutture in Italia?” ha sentenziato uno. E, in effetti, come dargli torto? “Ha bisogno di una bella riverniciata e vanno rimessi a posto pure i sedili che sono scomodi e di pietra” ha commentato un altro. Già. Ma che figura ci facciamo? Con tutte le offerte di Poltrone e Sofà, ancora nessuno ci ha pensato a metterci dei bei divanetti? Uno invece dice che: “C’ero già stato trent’anni fa, ma non l’hanno ancora finito” Si sa come vanno certe cose in Italia, no? Probabilmente sono finiti i fondi. Oppure la ditta che ha preso l’appalto, ha avuto un po’ di problemi col bonus 110%.

A proposito di bonus 110%, ma il tetto? Ma non lo vogliamo proprio finire il tetto? “Non ha nemmeno il tetto né le porte e c’è una corrente terribile. Gli lascio solo mezza stella!” Poi uno dice gli sprechi di energia! Con quello che adesso costa riscaldare gli ambienti! Alla faccia della bioarchitettura e della transizione ecologica! “Quando sono andato lì non c’era nemmeno uno spettacolo dei gladiatori!” ha poi concluso un altro.

Insomma, hanno ragione i turisti. È solo un povero vecchio disgraziato senzatetto il nostro Colosseo! Pure Russel Crowe non ci lavora più da vent’anni. Lui ha capito l’antifona, si è licenziato e se n’è tornato a casa sua. Mentre i suoi colleghi rimasti, quelli vestiti da centurioni, ormai si limitano solo a farsi qualche foto. Sì, lo so che è tutta colpa degli animalisti! Maledetti! Quelli ormai non ti fanno fare più niente! Protestano ogni volta che ci massacri qualche elefante, lì al Colosseo, qualche leone, o qualche bel gruppo di cristiani!

E comunque, animalisti o no, insomma, alla fin fine, ma sto Colosseo ce serve o nun ce serve? Perché si ce serve, io lo voglio vivere e ce vojo pure andà a abità, signori. Ma si nun ce serve – e Io dico che nun ce serve – levamolo, sotteramolo! Al posto del monumento un grande parcheggio d’asfalto, a tre piani: come Los Angeles! Risultato, due punti virgolette: traffico azzerato, inquinamento disintegrato.

E già che ci siamo asfaltiamo pure il Tevere. Approfittiamone adesso che c’è la secca e che c’abbiamo i fondi del PNRR. Perché pure sto fiume, ma ce serve o nun ce serve? Io dico che nun ce serve! E visto che abbiamo fatto trenta, facciamo anche trentuno.

E allora a sto punto Roma, no perché dico proprio tutta Roma, co’ tutta la monnezza, co’ tutti i cinghiali, e poi san Pietro, er traffico, la festa de’ Noantri, Dybala, Lotito, lo stadio vecchio e quello nuovo, la metro rotta, i bus flambé, Fontana de’ Trevi, Torbella, Torpigna, Torrino, Torquato – che è n’amico mio de Centocelle – ma davero ce serve, oppure nun ce serve? E se forse nun ce servisse più?



Oh manco hanno ancora deciso dove lo faranno e già ne ha combinati di danni st’inceneritore. T’è spuntato dal nulla così, che Gualteiri aveva detto che no, ma me possimo cecamme, ma quale inceneritore? Ma non lo farò mai! Ma giurin giuretta. Poi, vinte le elezioni, eccotelo tiè che lo fa, che tanto un po’ cecato Gualtieri c’è già di suo e cambia poco se lo fa, me possino cecamme.

Poi scoppiano mille incendi a Roma, ed ecco che gli assessori, tutti preoccupati, dicono ai giornali: “Lo sappiamo noi chi è stato! Sono stati i mafiosi! Sì sì! Brutti zozzi! È stato il clan dei rifiuti, quelli che non vogliono l’inceneritore a Roma!” Ah sì? Ma che c’entra il clan dei rifiuti? Ma perché chi non vuole l’inceneritore a Pomezia, manda a fuoco gli sfasci di Centocelle? Ma non sta lontana Centocelle da Pomezia? Boh. Però, oh, se lo dicono loro…

E se pensì che è finita lì, te sbaji proprio, perché quando arriva Draghi in Parlamento te se ritrova l’inceneritore pure là dentro. Che uno dice: sì ma mo che c’entra l’inceneritore co’ Montecitorio e co’ Palazzo Chigi? Ma è che, finché lui non sa dove deve piazzarsi, finché non decidono la zona, st’inceneritore nun c’ha casa e allora gira dappertutto, che nun lo fermi proprio. Peggio de Zelensky ai tempi d’oro, ai primi mesi della guerra, che te lo ritrovavi pure al festival di Cannes e alle previsioni del tempo.

L’inceneritore è uguale, che magari c’avrà il papà ucraino pure lui, vallo a sapè. Magari l’hanno progettato a Chernobyl. E se c’è la crisi di governo te se ficca in mezzo pure lì, che poi così a Conte gli girano parecchio e gli girano a Draghi e pure a Mattarella. E lui ci gode a falli stranì. E li incenerisce. E insomma cade il governo per colpa sua. Dell’inceneritore dico.

Ma secondo me, porello, nun è cattivo. È che si sente solo. Che a lui de fa arrabbià Conte e Draghi, un po’ je dispiace pure. È solo un modo pe’ fasse notà. Che poi così quarcheduno se intenerisce. E gli trova casa. Se non altro pe’ tojeselo dai cojoni. Che me sa che porta pure un po’ sfiga. Mejo tenesselo bono. O forse pure quella è tutta na manfrina?

Aò, comunque sia, ma chiamalo scemo st’inceneritore!



Dice che, porello, ha dovuto chiude pure lui. Come chi? Ma Briatore, no? Chi, se no? Pare che giovedì è mancata l’acqua pure a via Veneto e allora, com’è come non è, lui s’è incazzato coll’Acea e per ripicca ha chiuso la pizzeria. Via tutti! Closed! Stop! Raus! E annate pure a magnà la pajata dar Buiaccaro, che qui la pizza oggi niente! Sì, sì, dico proprio quella pizza che costa tipo cinquanta euro. E che comunque pare ch’è buona. La pizza, sì. Però senz’acqua come la prepari? E c’ha ragione Briatore!

E c’aveva ragione pure quando tutti lo prendevano pel culo. Dico quando lui s’è lamentato, perché gli altri la pizza la mettono a cinque e lui deve metterla a cinquanta… e come fanno gli altri che la roba costa… e poi le tasse, e poi l’affitto, e il personale, e bla bla… Sì, ok, ma io dico: ma saranno cazzi suoi quanto la mette la pizza Briatore? A casa sua farà pure come gli pare, o no? Cinquanta euro per lui vanno bene? E allora pure per me! L’importante è poi non andarci da Briatore.

Ieri mi sono fatto due pizze con la bufala al Tufello: buonissime! Quindici a testa, compreso l’antipasto, due birre medie, l’acqua e il caffè. Sì, c’era pure l’acqua nel locale, mica come a via Veneto! Poi però, qualcun altro, sarà andato a spendere dieci volte tanto da Briatore. E allora? Si vede che quei soldi ce l’ha. E fa bene Briatore a farglieli cacciare! E fanno male tutti quelli che lo criticano. Lo criticano di che? E perché? Solo per invidia, mi sa.

Oh, sia chiaro: a me i ricchi stanno tutti sul cazzo, questo è certo. E per il semplice fatto di essere ricchi. Perché la proprietà è un furto! Sempre! Io, in questo, sono più comunista dei comunisti! Però, una volta che sei ricco, se poi ti metti, coerentemente, a fare proprio il ricco e quindi fai pure lo sborone e te la tiri e freghi i soldi ad altri ricchi, mettendo la tua pizza a cinquanta euro, perché stai lì, a via Veneto e, da un momento all’altro, lì possono passare Fellini e Mastroianni, ma che problema c’è?

L’importante è che trovi chi ci casca e quei soldi te li dà. Che poi, anche lì, se tu lo trovi o no, sono solo problemi tuoi, mica deve venire qualcun altro a fare le pulci e la morale, no?! Ah, ma mi dite che, comunque sia, Fellini e Mastroianni sono morti e quindi non passano? Sì, ma se qualcuno ancora non lo sa e ci crede che possano passare a via Veneto e i cinquanta euro me li dà, mica è colpa mia, no?

Insomma, più sul cazzo dei ricchi, mi sa che mi stanno solo i moralisti invidiosi. Quindi: bravo Briatore! E però, Briatore s’attacca se spera di vedermi alla pizzeria sua di Via Veneto. Cinquanta euro una pizza, oh, dico… ma chi se l’è persi? Ma che voi da me, Briatò? Io ce lo so che Fellini è morto, eh. E pure Mastroianni! Ah, e se poi volete venire con me a quel locale del Tufello dove fanno una bufala e pachino che è uno spettacolo, fatemi un fischio che ci mettiamo d’accordo. Offro io.

 



È qualche giorno che, dove mi muovo mi muovo, becco un incendio. Passo per Roma nord, faccio via della Bufalotta e mi bloccano, perché la strada è chiusa: c’è troppo fumo e hanno pure evacuato un po’ di case. Vado al mare a Ostia, che dico lì, con tutta l’acqua che c’è, lì mica può scoppiare un incendio, no? E poi, pure se scoppia, lo spengono subito. Invece no, mi ero sbagliato. C’è la vecchia torre di Michelangelo, all’Idroscalo, che manca poco che finisce in cenere pure lei. Insomma, un casino. E poi pure sull’Aurelia, che lì hanno appena spento il TMB di Malagrotta, pure sull’Aurelia, dico, ma che ce la facciamo mancare un altro po’ di diossina e di polvere venefica sparsa per l’aria? Tutto a fuoco anche da quelle parti.

Insomma oh, ma che niente niente, qui a Roma è tornato Nerone? M’è venuto questo dubbio, perché se no non si spiega. E allora, mi sono ricordato che noi di Romareport lo conosciamo pure di persona Nerone.
Lo abbiamo intervistato qualche mese fa
, quando si era presentato candidato per diventare sindaco. E se glielo chiedessi proprio a lui se c’entra qualcosa? Se lo chiamassi? Mi sembra una buona idea. Così almeno ci togliamo il dubbio. Mi faccio dare il numero dalla redazione e provo a fargli uno squillo.

“Ciao Nerò, ma hai visto che qua brucia tutto? Ma che sei stato tu?”

“So’ stato io de che? Ma che voi da me? Ma che me stai a pijà per BIP??”

“No, no! Qua brucia tutto sul serio. Dico: ma che sei stato te, come dumila anni fa?”

“Ao e mo vabbè che vabbè, ma me sa che allora te devo da ridì quello che v’ho già detto quando m’avete fatto l’intervista…”

“E cioè?”

“E cioè che nun c’entravo gnente manco dumila anni fa! So tutte feic nius, come se dice adesso. Che mica le feic nius so’ nate co’ internet eh. C’erano pure dumila anni fa, che te credi?”

“Ma che, dici davero??”

“E dico davero sì! Io quando scoppiò l’incendio stavo a Anzio. Ero annato a trovà i parenti. Che poi so’ tornato subito a Roma, pure co’ la Nettunense e la Pontina bloccata, pe dà na mano a li poveracci. J’ho pure aperto i giardini de casa mia, eh, a tutta quella gente che scappava, pe falli salvà.”

“Ma allora nun stavi a sonà la lira e a guardatte lo spettacolo, tutto contento?”

“Ma ancora ‘ste str…zate? E ‘namo su!”

“Quindi nun sei stato tu?”

“Ma te pare a te? Certo che no! E questo lo sanno tutti gli storici, ormai. E sai da quando? Dal millecinquecento. Già allora qualcuno pubblicò le prove che io ero innocente. Ma c’è poco da fa… Ormai me so fatto sta nomea e da dumila anni porto sta croce.”

“Una bufala, quindi…”

“Sì, messa in giro dai miei nemici politici in Senato. Perché io ero troppo democratico e je facevo perde tutti i privilegi…”

“Sti zozzi!”

“Eh. Era pieno de fijidena pure allora in politica, che te credi?”

“Hai capito sì? Mica ce lo sapevo. Ma quindi nun c’entri gnente manco stavorta?”

“Aridaje! Certo che no!”

“Ma allora, senti, ma famo ‘na bella intervista, così ste cose le famo sapé a tutti. Tu fai bella figura e io pure, che intervistà Nerone mica è da tutti eh!”

“No, no! Ma che intervista? Io ste cose te le sto a dì così, da amico. Nun vojo proprio sta più sui giornali, in tv. Basta. Co’ sto callo poi…”

“Sei sicuro?”

“Certo che so’ sicuro. Oh e vedi de nun sbatteme sur giornale de domani eh? Ste cose te l’ho dette da amico e basta.”

“Ma me possino ceccamme! Da amico… Certo… Daje Nerò, vabbè, s’aribeccamo n’antra vorta allora…”

“Sì, sì… s’aribeccamo…”

“Ciao Nerò!”

E mo? Mo che ce scrivo io sul giornale? Sarebbe stata pure bella l’intervista! Senti… ma lo sai che c’è? Ma un’intervista a Nerone, ma quando mi ricapita più? Io adesso la pubblico lo stesso. Magari la butto un po’ in caciara… la piazzo lì nel “Diario” che così si nota meno. Poi tanto, metti pure che Nerone se ne accorge e protesta, casomai fosse, dopodomani pubblichiamo la smentita a a posto così e stigranca… Ma che noi giornalisti siamo meno zozzi dei politici o dei senatori romani? Ma manco pe’ gnente! A noi ce spiccia casa, quella gente, quei fijidena… Vero Nerò?

 



Ieri c’erano delle belle nuvole grigie nel cielo. Pareva proprio che dovessero venire giù due gocce. Giusto due, che tre sarebbero state di troppo. Perché la prima goccia affascina, la seconda strega, ma la terza boh. E invece niente, è stato solo un falso allarme. E così, le surfinie del mio terrazzo continuano a soffrire. In silenzio. Le nuvole sono servite solo a non fare andare un po’ di gente a Ostia. Meno male, dai. Anche perché a Ostia ci dovevo andare io – pure se per lavoro – e allora, perlomeno, non ho beccato il traffico.

Visti i quaranta gradi all’ombra, durante il tragitto, mi aspettavo di trovare il Raccordo bloccato dai ragazzi che lottano per il clima. Quelli di “ultima generazione”, che guai a chiamarli “extinction rebellion”, come fa qualche giornale, che poi ci restano male. Bravi, che un po’ di difesa del nostro italico idioma, oltre che dell’ambiente, ci vuole proprio! Invece no: ieri il Raccordo era libero e scorrevole. I ragazzi, loro ci erano andati al mare. O forse erano solo rimasti a casa, per fare vedere, orgogliosi, a mamma e papà, tutte le interviste video ottenute. E gli articoli che parlano di loro. E pure i like e le minacce social, quelle raccolte in questi giorni. Un successone indubbio.

Chissà perché, quei ragazzi che bloccano il Gra, il Sacro Gra, il Grande Raccordo Anulare che circonda la Capitale – e se nasce una bambina poi la chiameremo Roma! – non dicono “ao”, non dicono “famo”, non dicono “annamo”. Parlano tutti corsivo, ‘sti pischelli, proprio come va di moda adesso, con quell’insopportabile calata finto milanese, da saputelli, così simpatica che, appena la senti, ti tira fuori i ceffoni dalle mani. Ceffoni a grappoli, come se piovesse. Ma comunque no, non c’è verso neanche così: tanto proprio non piove.

Non piove, governo ladro! Prendersela un po’ col governo, dai, ci sta. Ci sta tutto. Anche perché, fa un caldo del cavolo e pure al supermercato qui sotto, quello che, ad agosto dell’anno scorso, usavo per rinfrescarmi un po’, hanno deciso che l’aria condizionata la tengono bassa. Così Draghi è contento, l’Italia vince la guerra – ai mondiali non ci siamo andati ma qualcosa dobbiamo pur vincere, no? – e a loro non gli appioppano una multa.

Però, porca paletta, adesso nemmeno posso farmi una doccia. Lo ha detto Fulco Pratesi: se mi faccio una doccia, poi muore il pianeta. E, al di là di tutto, io sono pure amico del figlio e della nuora. Di Fulco Pratesi, intendo. Dico sul serio, eh. Metti che li incontro, appena docciato, poi che cacchio di figura ci faccio? E allora niente. L’omo è omo e ha da puzzà. E ha da soffrire un po’. Che, comunque, Pratesi assicura che poi non si puzza. Perché, senza doccia, poi si è in odore di santità. E allora, non resta che aspettare il tramonto, perché col buio l’aria rinfresca e arriva un po’ di sollievo.
Intanto, domani è un altro giorno.

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