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Mercoledì 13 Luglio 2022 04:07

‘Na piotta

CHE VOR DÌ? 'NA PIOTTA / Storie e leggende dei motti romaneschi

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È l’unità di misura principale dei romani, che da secoli calcolano in piotte e mezze piotte il proprio patrimonio. E se prima corrispondeva a cento lire, o, in casi più rari, a centomila, la piotta è passata indenne attraverso il cambio lira-euro, aumentando notevolmente il proprio potere d’acquisto, che oggi corrisponde a cento euro. La piotta è dunque quel metro di calcolo attraverso cui nella Capitale si muove l’economia, a cui si affiancano i “sacchi” e gli “scudi”, termini che analizzeremo in successivi articoli e che fanno impallidire, per complessità nell’articolazione e lontananza dalla logica decimale, la sofisticata divisione in pence e pound usata dai britannici per la propria valuta. Non c’è romano che non abbia valutato in piotte il contenuto del proprio portamonete, eppure pochi sanno perché si dica così.

La tesi più accreditata, fa risalire la nascita del termine al lungo periodo del regno di Giovanni Mastai Ferretti, l’ultimo Papa Re. Ciò avvenne quando furono immesse in circolazione numerosissime monete recanti l’effige papale. I romani iniziarono a soprannominare “piotte” quei denari, un termine che deriva da “Pio”, cioè il nome con cui Mastai Ferretti era divenuto Papa. Che quel Pio delle monete soprannominate piotte fosse proprio Pio IX, non è però certo. Anzi, alcuni studiosi affermano che il meccanismo sia scattato molto tempo prima, ai tempi di qualche altro Papa Pio, predecessore di Mastai Ferretti. Indipendentemente dal fatto che il Papa Pio fosse il nono, il settimo, o l’ottavo, quel che sembra certo e su cui praticamente tutti concordano, è il passaggio dalla moneta papale al termine popolare.

La fortuna del termine “piotta” è stata tale, a Roma, che quella parola, per estensione, è passata presto ad indicare non più solo le monete, ma il numero cento in generale, anche quando non è riferito a un valore economico. E così, il passaggio successivo, che, partendo dal sostantivo piotta, ha coniato il verbo “piottare”, è stato quasi inevitabile. Piottare, a Roma, vuol dire andare a cento chilometri orari, cioè, per estensione, andare molto veloce. L’ultimo passaggio, è l’uso non più solo fisico ma anche metaforico di quel verbo. Così, ad esempio, un romano che abbia una copiosa sudorazione, non è raro che possa sentirsi sentirsi dire che “je piottano l’ascelle”.

Visto il successo della parola, vero marchio distintivo capitolino, è stato anche inevitabile che il più noto rapper della Città Eterna, colui che si è posto come primo obiettivo quello di esportare la romanità, in Italia e nel mondo, da quella più elegante a quella “supercafona”, scegliesse come nome d’arte proprio quello di Piotta, attuale soprannome di Tommaso Zanello, il musicista di Montesacro, protagonista della scena musicale, non solo romana, da oltre un ventennio.

A questo punto, restiamo in attesa di ulteriori eventuali sviluppi della parola che, come spesso succede alla lingua, soprattutto a quella di uso più comune e popolare, potrebbe trasformarsi ed evolvere rapidamente, “piottando” verso nuove e inattese trasformazioni.

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