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Giovedì 14 Luglio 2022 04:07

Il classismo dell’Ecopass

Il cronoprogramma di progressive chiusure al traffico delle zone centrali di Roma, non sembra prevedere un contemporaneo potenziamento del trasporto pubblico

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Che la tutela dell’ambiente e, dunque, la drastica riduzione nell’emissione di gas dannosi, debba essere fra le priorità della politica – a livello sia locale che globale – è una tale ovvietà, che risulta forse superfluo specificarlo. Che però anche a Roma, come un po’ ovunque, le strade che si stanno via via definendo per raggiungere questo fine, abbiano spesso un forte retrogusto elitario, è quasi un’altra ovvietà.

Tra le scelte indicate, a tal fine, dalla giunta capitolina guidata da Roberto Gualtieri, una delle più importanti è la progressiva chiusura al traffico delle aree più centrali della città. Non solo l’attuale zona a traffico limitato, ma tutta la cosiddetta fascia verde, cioè un’area molto ampia, che va ben oltre il centro storico e che lambisce la periferia, toccando in alcuni punti il GRA.

Nelle scorse settimane, durante i cosiddetti “stati generali della mobilità”, le forze politiche di maggioranza, hanno indicato un ambizioso cronoprogramma, con progressive limitazioni del traffico, fino ad arrivare a un biglietto d’ingresso per accedere in centro con un mezzo privato – il cosiddetto “Ecopass” – sul modello di quanto già sperimentato a Milano: “Apriremo entro l’8 dicembre 2024 una zona di pollution charge corrispondente al 2% del territorio cittadino, con pagamento per l’ingresso” ha dichiarato, in quell’occasione, il nostro Sindaco.



Ora, se già la scelta di usare un termine anglofono come “pollution charge”, rischia di far venire l’orticaria – denotando un abuso di quel business english fighetto, molto di moda, ma il cui principale scopo è quello di farci sembrare al passo coi tempi, coprendo un vuoto di contenuti – vediamo nello specifico come si pensa di arrivare a quell’obiettivo e con quali eventuali compensazioni per chi, magari per lavoro, deve raggiungere proprio quel 2% off limits della città. Un 2% che, come vedremo, a breve si allargherà a circa un 50%.

Il primo punto all’ordine del giorno, che ci si aspetterebbe in questi casi, sarebbe quello di un forte potenziamento del trasporto pubblico, che riuscirebbe, già di per sé – senza bisogno di alcun ticket e di alcuna misura coercitiva – a disincentivare l’uso della vettura privata. Laddove bus, tram e metro, risultano rapidi, efficienti e ben distribuiti nelle varie zone della città, i cittadini lasciano spontaneamente la propria autovettura, privilegiando i mezzi pubblici. In pratica, non ci sarebbe perciò bisogno di fare quasi nient’altro per ridurre drasticamente l’inquinamento.

Peccato però che, durante i recenti “stati generali della mobilità”, ben poco sia stato detto in merito. Nessuna notizia significativa su nuove e ben coordinate linee di bus o di tram. Nessuna data certa per l’ultimazione dei lavori in corso per il metrò. Nessuna indicazione sicura su come ridurre i 15 minuti di attesa fra un convoglio e l’altro che attendono attualmente i viaggiatori della metro C, o i 30 di chi viene in treno da Ostia. Solo qualche vaga frase e nulla più.



Contemporaneamente, invece, sono state fornite date certe e già calendarizzate, rispetto alle nuove misure coercitive anti inquinamento che verranno adottate contro il traffico privato. Misure che avranno scadenze piuttosto rapide. Già da novembre 2022, infatti, partirà il blocco per i diesel fino a Euro 3 e le autovetture a benzina fino a Euro 2, attualmente interdetti solo nella ZTL, ma che, tra pochi mesi, non potranno circolare in tutta la fascia verde. Parliamo di oltre 230 mila autovetture, cioè del 10% dell’intero parco macchine capitolino.

Da novembre 2023, il divieto verrà esteso anche ai diesel Euro 4 e da novembre 2024 a quelli Euro 5, oltre che agli autoveicoli a benzina Euro 3. Roboanti, su questo tema, le parole dell’assessore alla Mobilità del Comune di Roma, Eugenio Patanè, che così si è espresso per spiegare le nuove misure: “Abbiamo il dovere di trasformare Roma in una città a misura d’uomo riducendo il numero di autovetture. Per migliorare la qualità della vita. Per tutelare la salute di tutte e tutti, perché la quantità di malattie legate alla qualità dell’aria che respiriamo distruggono in modo intollerabile intere famiglie e comunità. Per la qualità del nostro ambiente sia inteso come patrimonio naturale che come patrimonio storico e artistico che mal si concilia con lo smodato utilizzo e l’eccesso di autovetture parcheggiate in strada”.

Tutto molto nobile e tutto molto bello. A parole. Consideriamo però che la cosiddetta fascia verde, occupa circa la metà del territorio cittadino, tra l’altro quella a più alta densità di uffici. Quindi, per almeno metà dei romani, sarà presto impossibile raggiungere in macchina il proprio luogo di lavoro, se non risultassero in possesso di auto di ultima generazione. Parliamo di autoveicoli che, mediamente, hanno costi non inferiori ai 30 mila euro – e forse mi tengo basso – anche nel caso di vetture usate. Quante famiglie, in un periodo di crisi e di rincari come l’attuale, hanno la possibilità di affrontare una simile spesa?

Benissimo, dirà qualcuno, così l’auto verrà finalmente disincentivata. Sì, ma offrendo quali alternative a chi vive fuori dal centro storico, o addirittura all’esterno del Raccordo? Esiste, o esisterà in quel futuro immediato che ci separa dal novembre 2024, una rete capillare di mezzi pubblici, in grado di sostenere il nuovo flusso di cittadini che si prevede si riverserà su bus e metro, a seguito dell’abbandono progressivo del mezzo privato? Oppure esiste una rete di ciclabili ben ramificata che possa svolgere questo compito? E, in una città che invecchia, per gli over 40, over 50 e over 60 meno in forma su un piano fisico, dunque non in grado di affrontare spostamenti in bici, soprattutto d’inverno, che tipo di mobilità è prevista? E per i portatori di handicap?

A tutte queste domande, mancano risposte chiare, con tempi certi, da parte dell’amministrazione. Inoltre, cosa forse più grave, avviando il cronoprogramma di chiusure al traffico, senza un contemporaneo potenziamento della rete pubblica, la logica di fondo che si è scelta, risulta essere una logica punitiva, di colpevolizzazione del singolo, soprattutto se meno abbiente. Pare essere in atto una sottile criminalizzazione di colui che non è in grado di permettersi di comprare un’auto elettrica, additato come untore, come inquinatore, come nemico della collettività, addossando su di lui – e, per estensione, sulle classi più povere, dunque meno dotate di auto ibride o elettriche – ogni responsabilità morale dell’inquinamento.



Una logica aberrante: aristocratica e classista. Una logica che se la prende con coloro che non mangiano brioches e che non hanno mai comprato una macchina “green”. Gente che, oltre tutto, si ostina spesso a vivere in quartieri periferici, quelli che il Comune, per decenni, ha continuato a far spuntare come funghi e a non servire con mezzi pubblici adeguati. E i residenti, maledetti, si ostinano a volersi muovere da lì. In macchina!

Dal dopoguerra a oggi, senza soluzione di continuità, si è continuato a costruire, allontanando, progressivamente, i residenti meno abbienti dal centro, per trasferirli lì, in quelle zone sempre più lontane, sorte a macchia di leopardo, senza un’idea urbanistica e, soprattutto, senza una viabilità sensata, senza bus, né metrò. Congestionando Roma. E la responsabilità, ovviamente, adesso viene addossata a chi ci è andato a vivere lì, senza munirsi preventivamente di auto elettrica, non di chi ha ideato e mal gestito quei posti.

Sono quartieri privi di servizi e dai quali, dunque, è spesso indispensabile spostarsi. Ma per spostarsi, è impossibile non prendere la macchina, data l’insufficienza della rete Atac. Anche se poi, la macchina di chi vive lì, molte volte è lo scassone di nonno, quello Euro 0, dato che, visto quanto costa già solo la benzina e quanto si prende mediamente di stipendio in quelle zone, figuriamoci se poi restano i soldi per comprare un’automobile nuova.

Ebbene, a quanto pare, è tutta colpa di costoro, se oggi Roma è trafficata e inquinata. È colpa dello scassone di nonno e di chi lo guida. E non di chi (non) ha pianificato la città in questi decenni, anche perché chi (non) ha pianificato e chi (non) gestisce Roma, si sa, è tutta gente perbene, che ci tiene all’ambiente, visto che la macchina elettrica o ibrida, solitamente, non ha grosse difficoltà economiche a permettersela, oltre a vivere, in molti casi, in quartieri più centrali e meglio serviti dai bus, congestionando meno il traffico.

Dunque, amici, romani, concittadini di periferia, sbrigatevi a dare via lo scassone, perché ve lo chiede il pianeta. E non sperate di prendere la metro, perché i nuovi vagoni per implementare la linea C, più volte annunciati, a oggi nessuno li ha ancora ordinati e quelli nuovi della metro B sono bloccati dal TAR. Informatevi in fretta di quanto costi un’elettrica e, se non avete soldi per comprarla, fate debiti. L’ambiente, le finanziarie e i cravattari, ve ne saranno grati.

Così, proprio come spera il nostro assessore, trasformeremo presto Roma in una città a misura d’uomo. A patto solo che quell’uomo abbia il portafogli sufficientemente gonfio o che, in alternativa, abbia firmato sufficienti cambiali.

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