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Martedì 6 Settembre 2022 04:09

I Barberi a Roma

Quando Casa Savoia cancellò, con un tratto di penna, una delle più amate tradizioni romane: il Carnevale e la sua corsa dei Barberi

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Quello che sto per narrarvi è uno di quei casi in cui il vecchio detto “il meglio è nemico del bene” calza a pennello. È anche uno di quei casi in cui le “anime belle”, armate delle migliori intenzioni, finiscono per fare danni irreversibili, proprio in nome di quelle ottime intenzioni. Infine – per chi volesse vederci una chiave politica e sociale – è uno di quei casi in cui le “élite”, a torto o a ragione, si sentono portatrici di una morale troppo “superiore” per riuscire a comprendere l’animo di un “popolo”.

Quello che sto per narrarvi è, insomma, il racconto di come il Carnevale romano – esaltato per secoli da viaggiatori e artisti di tutto il mondo – con la sua più sentita manifestazione, la corsa dei Barberi, sia morto di schianto, con un tratto di penna, per scelta del re Vittorio Emanuele II, da pochi anni arrivato a Roma, dopo la conquista della città, attraverso la breccia di Porta Pia.

Era il 16 del mese di febbraio del 1874 e nulla, quel giorno, lasciava prevedere l’imminente fine di una tradizione secolare. Anzi, la presenza, per la prima volta, sulle tribune montate per l’occasione, del nuovo re Vittorio Emanuele – quel re stranamente definito secondo, anche se primo re d’Italia – ad ammirare di persona i fasti del Carnevale Romano, sembrava essere un ottimo auspicio. 



Però, prima di proseguire nel racconto, facciamo un passo indietro, per capire cos’era il Carnevale Romano in quel momento. Il Carnevale di Roma, infatti, fino al 1874, era forse la più famosa festa popolare del mondo, capace di attrarre migliaia di turisti, in un’epoca in cui il turismo non era ancora di massa.

Narrato da Goethe, immortalato da Gericault, quel Carnevale viveva di numerosi eventi e di nottate sfrenate. C’era, ad esempio, la festa dei moccoletti, in cui tutti giravano per le vie della città mascherati e con in mano una candela, autorizzati ad agire senza freni inibitori. Ma ancora più amata, all’interno del carnevale, il momento più atteso di tutti i festeggiamenti, era sicuramente la corsa dei Barberi.



Decine di cavalli scossi, cioè senza cavalieri, venivano lasciati correre da Piazza del Popolo, lungo tutta l’attuale via del Corso – un tempo detta via Lata – fino a piazza Venezia, dove un ampio striscione segnava la linea finale della gara, quella in cui i cavalli venivano ripresi dai “barbareschi”, cioè dagli uomini che si occupavano di loro, per essere poi riportati nelle rispettive stalle e scuderie.

“Curreno a la corza, curreno da la smossa a la ripresa” diceva il Belli in un suo sonetto. La “smossa” era la partenza, quella che ancora oggi, a Siena, in occasione del Palio, viene infatti chiamata la “mossa”. Prima ancora, però, aveva luogo un lungo e complesso cerimoniale, che interessava l’intera città.



I cavalli, in un numero che andava da quindici a venti, prima della gara venivano portati in cavalcata dagli addetti al Campidoglio, chiamati i “Fedeli di Vitorchiano”, poiché quasi tutti originari di quel paese del Viterbese. I “Fedeli”, vestiti nella loro elegante livrea, con un cappello “a marmitta” e un mantello giallo e rosso, preceduti da araldi con trombe, galoppavano fino al palazzo pontificio, dove il Papa impartiva la sua benedizione.

Portati poi in Piazza del Popolo, ai cavalli venivano applicate delle lunghe stringhe di cuoio che terminavano con piccole sfere di metallo appuntite, simili a quelle delle antiche mazze ferrate. Queste sfere, durante la corsa, sbattevano lungo il dorso dei cavalli e avevano, dunque, la funzione di “frustino”, per stimolarli a correre più velocemente.



Sul balcone di palazzo Venezia – non ancora famoso per i discorsi di un futuro Duce – era intanto esposto il premio riservato al vincitore, che consisteva in una bandiera e in un drappo di stoffa fornito dalla comunità ebraica, a incremento dei 1130 fiorini d’oro che ogni anno quella comunità consegnava, per finanziare il Carnevale di Roma.

È curioso che una festa benedetta dal Papa, massima autorità cattolica, fosse finanziata proprio “dalli giudii” romani. Questa tradizione, che a prima vista sembrerebbe un’antica forma di sponsorizzazione dell’evento, per dare un’immagine positiva degli ebrei di Roma, era in realtà un obbligo.

Tutto nacque in seguito alla direttiva di papa Paolo II, che nel 1468 impose agli ebrei una tassa di 1130 fiorini d’oro. O meglio: 1100 fiorini di tassa, più trenta fiorini a “rimborso” dei trenta denari pagati al traditore Giuda. Dal 1849, con Pio IX, essendo nel frattempo cambiata la monetazione in uso a Roma, la somma venne poi trasformata in seimila scudi.



Il nome stesso di via del Corso è un lascito della Corsa dei Barberi. Infatti, all’antica via Lata venne attribuito il nome di Via del Corso, proprio perché destinata alle corse dei cavalli.

A memoria di ciò, sulla strada, all’altezza dell’incrocio con via della Vite, c’è una targa in latino, incisa nel 1665, dove si ricorda che la via “libera e dritta per la comodità pubblica e per ornamento”, ha anche la qualifica di “Urbis Hippodromum”, cioè d’ippodromo della città.



Qualcuno, forse, si starà chiedendo come mai quei cavalli venissero definiti “Barberi”. Il termine deriva dalla parola Berbero in quanto venivano usati soprattutto i cavalli di Barberìa – cioè del Nordafrica – che erano considerati veloci ma anche robusti.

Il termine “Barberi” è ancora oggi abitualmente utilizzato a Siena, a definire i cavalli che partecipano al Palo. Anche lì il termine nasce per le stesse ragioni, anche se, in realtà, le razze di cavalli più utilizzate oggi, non vengano più dal Nordafrica, ma siano quelle anglo-sarde, considerate ancora più veloci e più resistenti.



“L’ansia d’incominciare la corsa – scrisse Johann Wolfgang Goethe – rende i cavalli indomabili, mentre la presenza di tanta gente intorno li innervosisce. Spesso saltano sotto lo stallo vicino, spesso si spostano al di là della corda di partenza e tutto questo disordine non fa che aumentare ad ogni momento l’interesse dell’attesa. E anche gli stallieri sono sovreccitati ed oltremodo preoccupati perché l’abilità di chi lancia il cavallo al momento della partenza può decidere fra l’altro del vantaggio di questo o di quello”.

Mentre le autorità sono sedute sui palchi, montati nei luoghi di partenza e di arrivo, il popolo romano è in piedi, assiepato lungo il percorso, nel chilometro e mezzo circa che separa piazza del Popolo da piazza Venezia, oltre che sulla terrazza del Pincio, per assistere dall’alto alla gara.



Tutto è rimasto immutato nei secoli e questa è la situazione della festa anche nel febbraio del 1874. Unica novità, la presenza del nuovo re venuto dal Piemonte. Nell’eccitazione generale, i cavalli partono, quando ecco che un bambino, sfuggito dalle braccia della madre, attraversa incosciente il percorso e viene travolto dai cavalli al galoppo. Morirà poco dopo.

Non è la prima volta che a Roma accadeva un simile evento luttuoso durante le feste del Carnevale. D’altronde queste feste rituali – non solo il Carnevale Romano, ma un po’ tutte le feste popolari – sono una metafora dell’esistenza e nascono anche in funzione –in qualche caso soprattutto in funzione – di gioco e di sfida con la morte, una morte che fa parte degli eventi annoverati come possibili, anche se, ovviamente, si tenta di proteggersi da lei e di scongiurarla.



Il re Vittorio Emanuele, però, che ha assistito al tragico episodio, appare sconvolto e, il giorno stesso, decide di proibire in futuro lo svolgimento della corsa dei Barberi romani. Il giorno dopo, a tal fine, firmerà un apposito decreto.

Ma non è ancora la fine definitiva. L’allora sindaco di Roma, Pietro Venturi, ha una diversa sensibilità rispetto al re. Sa bene, infatti, che vietare la corsa significa condannare a morte il Carnevale Romano, cioè una delle più antiche e sentite tradizioni della città e uno dei più coinvolgenti eventi turistici, richiamo per visitatori da tutto il mondo.

Perciò, aggirando il decreto regio, nel 1876, a soli due anni dallo stop, il sindaco Venturi decide di riprende la tradizione delle corse, al fine di non colpire a morte lo spirito e l’economia della Capitale. Il suo tentativo avrà successo, ma durerà poco: neanche lo spazio di un decennio.



Nel 1884 a Roma c’è un altro sindaco e anche un altro re, un re che ha deciso di rendere più fortemente “sabauda” la città dei sette colli: Umberto I. Nell’Urbe sono iniziati importanti lavori, primi esempi di massiccio consumo del suolo cittadino, con la nascita dei cosiddetti “quartieri umbertini”, come l’Esquilino o Prati.

Il nuovo sindaco Leopoldo Torlonia, dal canto suo, sta associando il suo nome a vari scandali, non solo a quello della Banca Romana, ma anche a un bell’atto di speculazione edilizia, che porterà alla distruzione dell’antica villa Ludovisi – sebbene questa fosse considerata universalmente una delle maggiori e più intoccabili meraviglie di Roma – realizzando al suo posto un nuovo quartiere di palazzi, nella zona dell’attuale via Veneto.

Non contento di ciò, in contemporanea, il sindaco Torlonia – strizzando in tal modo l’occhio ai Savoia – nel 1884 decide anche di compiere uno “sfregio” dello spirito di Roma, ripristinando le decisioni del primo re d’Italia e vietando, stavolta davvero per sempre, l’antica corsa dai Barberi.



Con un curioso esempio ante litteram di “politically correct”, il “buon” Leopoldo Torlonia sostituisce perciò la corsa con una sfilata a cavallo non competitiva – che dunque non rischia di provocare incidenti – a cui vuole fare partecipare tutti gli artisti romani, da svolgersi ogni giovedì grasso tra piazza del Popolo e piazza Venezia.

La “Cavalcata degli Artisti”, però, non piace affatto ai romani, che in massa la boicottano e non si recano a vederla. Tanto che, già nel 1891, anch’essa viene abolita. Contemporaneamente, l’intero spirito del Carnevale Romano resta poco a poco senza ossigeno. Una alla volta, tutte le feste e le tradizioni di quel meraviglioso evento, finiscono per morire di consunzione.

Oggi, di tutte quelle emozioni e di quelle tradizioni non è rimasto più nulla, forse nemmeno il ricordo. Proprio come accaduto per le meraviglie di villa Ludovisi. E – magra consolazone – proprio come accaduto anche per un sindaco come Leopoldo Torlonia, forse fra i peggiori che abbia conosciuto la città.



L’ultimo “colpo di coda” dei cavalli Barberi romani, si ha poi nel 1935, nel pieno del ventennio fascista. L’artista Corrado Cagli, infatti, dipinge in quel’anno un grande affresco all’Aventino, nella biblioteca di quella che doveva diventare la nuova “Casa della Gioventù”. Un affresco raffigurante l’antica corsa. L’opera è visibile ancora oggi in quelle che attualmente sono le sale dell’Accademia nazionale della danza, a Castel dei Cesari.

Però, visto l’affresco, l’allora ministro all’Educazione Nazionale, Renato Ricci, resta quasi schifato. Egli ritiene che l’opera non sia degna del luogo, che non rappresenti quel contenuto didattico e quello spirito militaresco che si vuole infondere nei giovani fascisti e, dunque, ne ordina la distruzione.

Cagli, furbescamente, anziché distruggere l’affresco, sceglie di nasconderlo dietro una finta parete di cartongesso, per “liberarlo” solo a ventennio finito. Oggi, proprio quell’affresco, ha ricevuto un recente e importante restauro: una piccolissima rivincita per quei Barberi, che tanto spazio hanno avuto nella storia di Roma, che tante autorità hanno poi voluto distruggere – concretamente o simbolicamente – e che ormai quasi nessuno ricorda più.

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