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Lunedì 12 Settembre 2022 04:09

Auffa

CHE VOR DÌ? AUFFA / Storie e leggende dei motti romaneschi

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A volte i modi di dire hanno etimologie molto particolari, degne della mente di un esperto di enigmistica come Stefano Bartezzaghi. È il caso dell’espressione “Auffa”, cha Roma non è un’esclamazione d’impazienza, ma significa “gratis”.

Infatti, in origine “Auffa” era quello che oggi si definirebbe un acronimo: “Ad Usum Fabricae Apostolicae”, le cui iniziali formano la parola AUFA. Una sigla che ha poi subito il raddoppiamento della “effe”, a causa di un tratto di pronuncia tipico del dialetto romano.

In sostanza si trovava in regime di “AUFA” chi forniva il materiale da costruzione destinato alla basilica di San Pietro e, pertanto, non era costretto a pagare la tassa daziaria. Ecco spiegato perché “Auffa” ha poi finito per significare “gratis”.

È probabile, ma non certo, che da questo termine derivi anche l’espressione “A buffo”, cioè senza pagare e di conseguenza, anche “fare i buffi”, cioè fare debiti.

A questo modo di dire, ne è poi legato un altro, oggi caduto un po’ in disuso: “Nun se frega er santaro”, che sta a significare “ci sono cascato una volta, ma non ci casco più”.

Vuole una leggenda che un venditore d’immagini sacre, arrivando davanti alle chiese, urlasse: “Un baiocco cinque santi, er papa auffa!” Il che significava che le immaginette che riproducevano i santi avevano un prezzo, mentre quella del papa veniva regalata. La cosa apparve offensiva nei confronti del Santo Padre, perciò il venditore fu prelevato dalla polizia.

Una volta tornato in libertà, il poveretto tornò anche a fare il “santaro”, ma questa volta si limitava a strillare: “Un baiocco cinque santi!” Un giorno, un poliziotto in borghese che lo teneva d’occhio, gli chiese: “E ‘er papa auffa’?” Ma il venditore non cadde nel tranello e gli rispose: “Nun se frega er santaro! Un baiocco cinque santi!”

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