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Giovedì 15 Settembre 2022 07:09

La storia di Tor Marancia, il quartiere che diventava un acquitrino

Soprannominata Shangai, la zona fu bonificata nel dopoguerra. Oggi caratterizzata dai magnifici murales, conserva diversi problemi e sembra sorella minore delle ex borgate storiche

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No, non siamo alla Garbatella magnificata da architetti e urbanisti, né a San Saba al centro dell’attenzione degli storici. Tor Marancia dista poche centinaia di metri da questi quartieri ma ha sempre sofferto il ruolo di area dimenticata dai più, di terra da sfruttare e colonizzare. Un suo primo riscatto ha cominciato a viverlo in tempi recenti, dal 2015 in poi, quando è stata scelta dai migliori street artist per la realizzazione di magnifici murales. E un secondo tempo lo avrà nei prossimi cinque/dieci anni quando la riqualificazione dell’ex Fiera di Roma porterà qui servizi e spazi da troppo tempo mancanti.

Oggi passeggiare per le sue strade in apparenza anonime sembra dire poco, eppure questo luogo può raccontare una storia incredibile, la storia della trasformazione del proletariato in piccola borghesia, delle borgate che diventano città.

Il nome viene da una torre ormai abbattuta che nei  secoli è stato tramandato ad un’altra, dalla conformazione molto simile, che si può ammirare nel piccolo Parco all’angolo con via Annio Felice. Torneremo tra poco a parlare di questo giardinetto perché le sue condizioni non sono affatto buone ma intanto guardiamoci l’ex Torre San Tommaso, ora Tor Marancia.



Attorno a questa collinetta, nel 1933 vennero trasferite  502 famiglie provenienti dagli sventramenti di via dei Cerchi e di rientro dall’Abissinia. Il tempo era poco per cui si decise di costruire casette precarie, con materiali scadenti, servizi igienici poco funzionali e assenza di fognature (le “casette pater”). Italo Insolera definisce Tor Marancia e Primavalle “borgate di seconda generazione” perché assommavano gli sfrattati dal centro ai poveri che già vi abitavano. In particolare a via delle Sette Chiese c’era un grosso insediamento di baracche che pian piano venivano smantellate.

Una scuola venne costruita e l’Ufficio Assistenza Sociale provava a dare aiuto ai più bisognosi ma il vero problema restavano le acque piovane. Bastava un temporale per rendere il quartiere un acquitrino. “L’acqua ci viene addosso come sulle banchine di Ripetta“, dice un personaggio de Il Pupo, romanzo che Alberto Moravia ambienta proprio qui. E fu così che gli abitanti chiamarono il loro nuovo quartiere Shangai, perché la melma, le zanzare e la tubercolosi ricordavano le periferie del Vietnam più che la capitale del regno. Il nome Shangai si ritrova in diversi angoli della zona, nei murales e nei ricordi dei più anziani.



 

Da queste foto dell’Istituto Luce traspare la disperazione di alcuni, lo smarrimento di altri per essere stati catapultati in un nuovo luogo, pieno di fango. Storie di miseria e difficoltà raccontate dalle carte dell’Assistenza Sociale raccolte nell’archivio capitolino: stanze che ospitavano fino a 11 persone, padri che picchiavano le figlie, donne definite “facili” con troppa leggerezza ma anche momenti felici, balli. stornelli romaneschi e feste fino a tarda notte.







 

Questo tessuto sociale che parla di un Italia che non c’è più, viene raccontato in “Le politiche abitative della Roma Fascista” – L’esempio della popolarissima Tor Marancia, di Flavio Conia, pubblicato per Diacronie.

Solo nei primi anni ’50 le casette pater verranno buttate giù e al loro posto sorgeranno gli edifici dello Iacp, l’Istituto per le Case Popolari. La legge De Gasperi sul risanamento delle periferie e la battaglia di alcuni senatori comunisti, portarono qui un quartiere moderno con tante palazzine dignitose, senza pretese architettoniche ma fornite di servizi, di una chiesa, di una scuola tutta nuova e soprattutto di impianti di raccolta delle acque finalmente efficienti.


Un cortile tipico delle palazzine della zona
Sempre state gialle le palazzine di Tor Marancia si riempiono improvvisamente di colori tra il 2014 e il 2015 quando il lotto 1 delle case popolari, il primo e più grande, accoglie murales giganti frutto di artisti provenienti da tutto il mondo. La più imponente raccolta di opere di street artist , della capitale e una delle più note in Europa è chiamata Big City Life, il cosiddetto museo condominiale. Voluto da Stefano Antonelli e Francesca Mezzano, è stato finanziato da 999 Contemporary e dalla Fondazione Roma presieduta da Emmanuele Emanuele. La bellezza di questi lavori stordisce e attira decine di visitatori ogni giorno. Ecco alcuni dei murales.

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 









Sono 22 gli artisti che hanno contribuito alla nascita di un distretto di arte pubblica unico al mondo. Prima di dipingere le opere hanno ascoltato i residenti, le loro storie, i loro racconti e da tutto questo è nata l’esperienza che si può ammirare nei cortili condominiali. Nella foto che segue, pubblicata da
Viaggiatori nel Tempo,
la mappa con i nomi di chi ha disegnato le facciate.



Uscendo dal lotto 1 e dirigendosi verso l’ex Fiera di Roma si avverte l’abbandono dell’immensa area, chiusa ormai dal 2005.
Abbiamo già visto il progetto
previsto per questo spazio e dunque soffermiamoci ancora sui simboli di Tor Marancia. I più giovani hanno dimenticato l’appellativo Shangai e ora si limitano a chiamare la zona “Torre” o “Torma”. Anche Andrea Gandini, noto per le bellissime incisioni sulle ceppaie degli alberi, ha lasciato qui, in via dell’Arcadia, la sua firma relativa all’attuale Torma.



 

Chiudiamo con la denuncia relativa al parco che custodisce Tor Marancia. Riqualificato nel 2020, oggi è di nuovo nel degrado. Nel campo di calcetto ci sono rifiuti e le reti delle porte sono completamente distrutte. Il nastro di terreno che presumibilmente avrebbe dovuto ospitare un campo da bocce è mal ridotto e il viale di accesso per i disabili (l’altro ingresso ha delle scale insormontabili) non viene pulito da tempo immemore.









Non c’è solo la cronica mancanza di manutenzione, ma qui si sconta anche l’assenza di memoria delle giovani generazioni. Se ricordassero quello che questo terreno ha rappresentato per i nonni, le lotte per ottenere case e luoghi dignitosi, oggi farebbero più attenzione a mantenere il decoro di un posto dove affondano radici anche loro.

 

 

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