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Mercoledì 25 Gennaio 2023 19:01

Giorno della Memoria, Miriam Dell’Ariccia: “Da Teresa, che mi salvato, imperitura lezione di umanità”

Ogni volta che parlo con Miriam Dell’Ariccia, alias Memme Bevilatte, è come se lo facessi per la prima volta. Perché ogni volta, Memme, come la chiamo io da quando la conosco, riesce a raccontare sé stessa oltre la sua storia, che è di salvezza, ma che parla il linguaggio della solidarietà umana, quella che, anche […]

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Ogni volta che parlo con Miriam Dell’Ariccia, alias Memme Bevilatte, è come se lo facessi per la prima volta. Perché ogni volta, Memme, come la chiamo io da quando la conosco, riesce a raccontare sé stessa oltre la sua storia, che è di salvezza, ma che parla il linguaggio della solidarietà umana, quella che, anche in quegli anni tremendi che ogni 27 gennaio ricordiamo, è pure esistita, producendo amore, cura e tramando di vita. Oggi Memme ha 81 anni, 79 dei quali vissuti grazie a Teresa, che a Riano, per oltre otto mesi, l’ha nascosta ai tedeschi.  

Chi è stata, per te, Teresa Giovannucci? “Teresa Giovannucci è stata la mia seconda madre. Se mia madre mi ha dato la vita, Teresa me l’ha custodita. Ha fatto in modo che io continuassi a vivere”.

La salvezza di Teresa come una imperitura lezione di umanità? “Sì, proprio così. In quei terribili duecentocinquanta giorni di nascondiglio Teresa e Pietro hanno lasciato alla mia famiglia la loro camera da letto e si sono trasferiti a dormire in un locale adiacente al salone d’ingresso della loro casa, un locale adibito a forno e utilizzato da tutto il paese, e anche dai soldati tedeschi della vicina guarni­gione, per cuocere il pane e scaldare cibi. Hanno dormito su un pagliericcio trasformato alla bell’e meglio proprio sopra il forno a bocca grande in cemento. Quando ci penso, e la cosa, come puoi ben immaginare mi capita spesso, io mi commuovo, perché per me quel gesto di Teresa e di Pietro rappresenta il senso più alto di umanità che una persona può manifestare nei confronti di suoi simili”.

Tanto da meritare il titolo di Giusti tra le Nazioni? “Il 30 giugno del 1993 (nella foto Miriam e Teresa quel giorno, ndr), Teresa e Pietro, nel corso di una cerimonia che si è svolta in Campidoglio, sono stati ufficialmente nominati “Giusti” dall’ambasciatore d’Israele Avi Pazner, ricevendo un certificato d’onore e una medaglia nominativa. In loro memoria, a Gerusalemme, nel Giardino dei Giusti, è stato piantato un albero con accanto una lapide commemorativa. I loro nomi fanno parte del lungo elenco di uomini e donne scritto sul muro dello Yad Vashem”.

Il 16 ottobre del 1943 ci fu a Roma il terribile rastrellamento degli ebrei, che coinvolse 1.259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Quando e come Teresa vi convinse a seguirla a Riano? “Il 30 settembre del 1943. Teresa era incinta e approfittando di una visita ginecologica a Roma venne a farci visita. A casa però non ci trovò. Dalla sera prima ci eravamo nascosti nel retrobottega di un negozio di olio e vino. Venne lì, su indicazione della portiera del palazzo dove vivevamo. Ci convinse ad andare con lei. E noi, alla chetichella, senza dare troppo nell’occhio, insieme a lei, prendemmo il trenino da piazzale Flaminio a Riano, con la paura addosso di essere scoperti per un nonnulla”.

Cosa sarebbe successo se Teresa non vi avesse costretto a seguirla a Riano? “Saremmo finiti nel campo di sterminio di Auschwitz. Come tutti gli ebrei rastrellati quel giorno. Saremmo stati portati al Collegio militare di Via della Lungara e due giorni dopo saremmo stati deportati ad Auschwitz”.

Quale il periodo di Riano, in cui avete vissuto sotto falso nome e in cui Teresa ai più diceva che voi eravate degli sfollati di guerra, che più ti è rimasto impresso? “Ho diversi ricordi. Seppur piccola, infatti, la paura, evidentemente, ha prodotto in me una grande reazione di memoria. A Riano c’è stato un periodo in cui siamo rimasti venti lunghi giorni chiusi in una stanza senza mai poter uscire. E io ricordo una piccola sedia sulla quale mi mettevo seduta e rimanevo immobile, in silenzio, per ore, perché non potevo né parlare, né piangere, né ridere e né giocare. Da questa sediolina di legno fissavo il vuoto. Quella sediolina ora ce l’ho con me a Roma”.

Quando ripensi al 16 ottobre del 1943 cosa provi? “Angoscia e rabbia. La rabbia di essere stata, mio malgrado, testimone diretta di quanto stava avvenendo attorno a me. E con essa l’impotenza, per non aver potuto far niente”.

Per te, Miriam, che vivi di pane e di Shoah, cosa rappresenta il Giorno della Memoria? “Rappresenta il giorno in cui tutti possono prendere coscienza, almeno una volta l’anno, di ciò che è stato. Di quanto terribili siano state le leggi razziali. Di cosa l’odio può generare. Di come sia importante conoscere per evitare che tutto possa ancora riaccadere. Di quanto essenziale sia tramandare alle future generazioni la Storia. In tutte le scuole, da nord a sud, in cui vado a raccontare la mia storia è come se passassi il testimone, con la speranza che questo venga raccolto da più giovani possibili”.

La tua storia, appunto, come testimonianza di esistenza oltre il dolore. A proposito, a te piace sentirti chiamare più Miriam o Memme Bevilatte? “Memme adesso mi ci chiami tu. Mi ci ha chiamato per tanto tempo anche mio padre. E a Riano, ancora, alcuni mi ricordano con questo nome. Non ho preferenze. Anzi, ti dirò di più, quando penso a quel periodo e vago con la mente nei ricordi mi dico che Memme è come un’amica immaginaria che mi ha tenuto compagnia in quegli otto mesi in cui tutto era solitudine. Solitudine di speranza”.

Buona Memoria, Memme. A te e a tutti noi.

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