Venerdì 28 Luglio 2023 06:07
La “palazzina” romana fu anche occasione per fare grande architettura. E’ ora di riscoprirla
Nel libro "Palazzine in Cerca d'Autore", Stefano Nicita ci guida tra una bellezza troppo spesso inosservata. Un'anteprima del suo racconto fotografico
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La “palazzina” romana fu anche occasione per fare grande architettura. E’ ora di riscoprirla
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Per Italo Insolera, uno dei più apprezzati urbanisti italiani, la palazzina romana è il simbolo della rendita fondiaria e immobiliare. Un’operazione volta all’arricchimento di pochi, tanto che nel suo capolavoro Roma Moderna, scriverà la parola palazzina sempre in corsivo, quasi a prenderne le distanze, a simboleggiare un distacco culturale oltre che urbanistico. Questo stigma su una tipologia edilizia che costituisce quasi l’80% del nostro tessuto edilizio, ha costituito una condanna a priori di un edificio che invece riserva sorprese inaspettate.
In un momento storico compreso tra il 1920 e il 1960, nel quale la richiesta abitativa era enorme, tutti i più grandi architetti si impegnarono nel progettare palazzine. Anche coloro che poi fingeranno di essersene dimenticati. Moretti, Ridolfi, Libera, Pellegrini (che addirittura le cancellerà dal suo Curriculum). Perfino Bruno Zevi che esecrava la tipologia, ne realizzerà alcune.
Accanto a tante palazzine anonime e senza estro, le strade di Roma sono disseminate di esperimenti coraggiosi, di innovazione. Soprattutto nel secondo dopoguerra vivere in una palazzina era segno di successo personale; il giusto abitare delle classi borghesi e medio alte. I piani regolatori avevano fissato poche regole: l’altezza, i distacchi, le chiostrine. Tutto il resto era lasciato alla libertà espressiva dei progettisti che hanno potuto inserire nuovi materiali, adottare linguaggi inediti. Tra le due guerre il segno è stato lasciato da Piacentini, De Renzi, Aschieri, Capponi, Franzi e tanti altri che hanno sprovincializzato Roma, importando modelli europei.
Nel dopoguerra, la mano di Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, del fratello Ugo, Cesare Pascoletti, Venturino Ventura, Julio Lafuente , solo per citarne alcuni, ha prodotto edifici di una qualità così alta che le loro soluzioni sono state adottate 30 anni dopo come ancora mirabili e sbalorditive. Nascono le zone funzionali interne agli appartamenti, con la divisione tra giorno, notte e servizi. Gli atri e gli androni sono piccoli capolavori di proporzioni e artigianato di marmisti ed ebanisti.
E sono tante anche le palazzine non firmate o che comunque hanno un progettista ignoto a colpire per la loro bellezza. Con lo scopo di rendere giustizia e dare visibilità alla ricerca architettonica romana, Stefano Nicita ha prodotto un libro semplice ma dal grande valore visivo. Laureato in architettura, classe 1969, ama la fotografia e la bicicletta. E proprio spostandosi in bici ha iniziato a scattare foto degli edifici che lo colpivano. Lo incontro a casa mia, in una palazzina borghese del quartiere Trieste, che lui subito attribuisce a Serena Boselli e Massimo Parboni Arquati che in effetti hanno progettato altri immobili nella stessa strada.

Stefano Nicita
“Ho cominciato a raggiungere il lavoro in bici per mantenere una certa forma fisica – mi spiega – e ho scoperto un modo nuovo di vedere Roma. Se passi più volte nello stesso posto a quella velocità hai punti di vista diversi e ne apprezzi dettagli che possono essere sfuggiti in precedenza. Ho cominciato a scattare le foto in maniera molto spontanea“.
Domanda: Quindi senza cavalletti, luci, quinte particolari?
Risposta: “Non voglio che le mie foto siano perfette. Non cerco le astrazioni, anzi ho voluto restituire la realtà includendo i fiori, le piante, gli alberi. Tutti quegli elementi che permettono a Roma di essere una città paesaggio, anche per motivi casuali che le conferiscono un carattere unico. Molti quartieri hanno una personalità forte determinata soprattutto dalla palazzina che diventa un elemento architettonico e una caratteristica urbana“.
D. Eppure i romani spesso non sono consapevoli di vivere in una palazzina d’autore o comunque che ha un valore intrinseco per la sua modernità.
R. “E’ vero, in quegli anni c’è stata anche una ricerca artistica di cui molti non sono a conoscenza. E a me piace fare da ponte tra gli addetti ai lavori e la gente comune. L’architettura può e deve essere amata da tutti, altrimenti resta qualcosa di elitario e per certi versi superfluo. Penso che una ricerca come la mia possa avere un interesse sociale oltre che architettonico“.
D. Mentre scattavi le foto, qualcuno ti ha chiesto come mai stessi inquadrando una palazzina?
R. “Mi è capitato ma in genere scatto velocemente. Una volta avevo puntato l’obiettivo verso un edificio di Fiorentino e Di Castro e una signora che risiede all’interno si è avvicinata. Le ho spiegato chi fossero gli autori e lei mi ha contraddetto, citandomi il nome dell’impresa costruttrice. Molti fanno confusione tra il costruttore e il progettista. Altro motivo per cui è necessario conoscere meglio Roma Moderna“.
D. E’ vero che non si rispettano le proporzioni o i colori, montando verande, condizionatori, inferriate?
R. “L’attenzione è scarsa, è vero. Ma è anche normale per abitare un luogo, adattarlo alle proprie esigenze. L’unità esterna del condizionatore è una violenza, ma almeno, nei casi fotografati da me, sono installate su una palazzina bella. Pensa se fosse pure brutta!”
D. La palazzina del tuo cuore? Quella che ancora ti emoziona anche se l’hai guardata cento volte?
R. “In via Barnaba Oriani 60, firmata da Monaco e Luccichenti. Non la conoscevo, l’ho scoperta per caso, in bici ovviamente, e mi colpisce il fatto che abbia varie facce, due volumi differenti, una parte più razionalista, un retro materico con la pietra mista, una progettazione sapiente che permette l’affaccio dei balconi sul verde“.

Via B. Oriani, la palazzina di Monaco-Luccichenti
D. I profili social dedicati all’architettura di Roma dagli anni ’30 al ’70, stanno riscuotendo sempre più successo di pubblico. Penso al Contrafforte, a Prestinenza Puglisi, a Modern Rome Architecture. Sono utili per far notare qualcosa che prima passava inosservato?
R. “Molto utili. Il contributo più importante lo ha dato Open House ma in tutta Europa (forse anche in tutto il mondo, Usa in primis) c’è una tendenza alla riscoperta di quella parte del moderno un po’ dimenticata. Ad essere maggiormente interessati sono i più giovani per i quali evidentemente c’è meno condizionamento ideologico. La mia ricerca rientra in quest’onda, anche se il lavoro che ho fatto è fuori dagli schemi tradizionali“.
D. Dagli anni 80 in poi, è come se si fosse persa la vena creativa. Di quale male soffre l’architettura più recente?
R. E’ anche la banalità delle case di oggi che mi ha spinto a intraprendere questo lavoro di rivalutazione. In primo luogo ai giorni nostri non c’è più esigenza di costruire nelle quantità dell’epoca e si sa che l’architettura si sviluppa quando c’è entusiasmo e necessità di fare. In quegli anni si cercava di fare meglio del vicino, che poteva essere Moretti, Monaco o un Luccichenti ecc…, c’era una necessaria ricerca dell’originalità e quando si realizzano tanti edifici, sui numeri è ovvio che emergono cose belle. Negli ultimi decenni mi sembra che si siano perse sia la capacità costruttiva che la profondità progettuale.
D. Gli androni degli anni ’30, ’40, ’50, ’60 sono a volte gemme sconosciute. Le scale, i portoni. C’è attenzione alla loro conservazione o si rischia di snaturare e stravolgere?
R. “La cosa che si nota di più purtroppo è la sostituzione di molti portoni con qualità non all’altezza di quelli dell’epoca. Ne ho visti e scoperti tanti sebbene non abbia avuto facilità ad entrare, tranne in alcuni casi. I condòmini e i portieri spesso guardano con sospetto chi si avvicina troppo per curiosare. Mi piacerebbe molto dedicare agli androni un nuovo libro. Magari se divento famoso, sarà più facile entrarci?” (ride).
D. A proposito di nuovi libri, ce ne è uno già quasi pronto. Ci puoi dare un’anticipazione?
R. “Sarà dedicato a Julio Lafuente. Ho avuto accesso all’archivio detenuto dalla figlia che ha apprezzato il mio stile di ricerca, allo stesso tempo attento ma informale, concentrato sulla residenza e i dettagli architettonici. Lafuente è strettamente collegato a due protagonisti di quegli anni, Monaco e Luccichenti, essendo stato collaboratore del loro studio per anni. Proprio questo legame mi ha spinto a studiarlo ed è interessante approfondirne i dettagli“.
D. Perché il libro si intitola “Palazzine in cerca d’autore”, sebbene di molte di loro l’autore sia noto?
R. “Fondamentalmente perché non esistono targhe sulle palazzine in cui sia indicato il progettista, quindi la ricerca dell’autore è un problema comune; riguarda chi non lo sa perché non è del settore, chi lo ha dimenticato, chi pensa sia di un altro o chi apprezza una palazzina di cui non si conosce l’autore. Insomma il libro vuole tendere una mano a chi guarda la palazzina e non ne conosce il progettista e ciò nonostante quella costruzione gli suscita curiosità o provoca emozione“.
Ho chiesto a Stefano Nicita di scegliere e commentare per diarioromano alcune delle palazzine ritratte nel suo libro. Le vediamo qui di seguito

Via Bertoloni, anni ’40 o ’50 (?). La palazzina si distingue per la sua evidente modernità in un ambito caratterizzato da villini più “classici” del primo Novecento e in particolare per il coraggioso e movimentato disegno dei balconi perimetrali, quasi a conformazione stellare, pur se contenuti in un rettangolo, ad arricchire il paesaggio urbano

Via B. Oriani 60. V. Monaco-A. Luccichenti. 1952-54. La composizione è particolare perché giocata sull’incontro tra due volumi rettangolari non ortogonali tra loro, relativamente chiusi sul lato pubblico ma aperti con ampi balconi a sfruttare il bell’affaccio posteriore su Villa Glori

Via Pezzana. Ugo Luccichenti, 1953-54. La palazzina ha una doppia faccia con fronte su strada ordinato e geometrico e retro irregolare e a gradoni, sagomato sul profilo del terreno e con ampie terrazze affacciate sulla valle del Tevere. Interessante il sistema trave-pilastro che segna l’ingresso decentrato

Salita dei Parioli, anni ’30-’40. Si notano soprattutto: la vetrata ‘funzionalista’ del corpo scala, il raggruppamento a nastro delle finestre, la pensilina di ingresso a piano terra e il disegno della recinzione e del cancello

Via Sant’Angela Merici. Davide Pacanowski, 1951. Edificio particolare, come il suo autore, ingegnere-architetto ebreo-polacco, cancellato dall’Albo di Roma a seguito delle leggi razziali del 1938 ma poi progettista di varie palazzine negli anni ’50, con elementi vicini al linguaggio del Movimento Moderno e con i balconi a profili smussati curvi

Via Montanelli. Venturino Ventura, 1960. I materiali dominanti sono: il legno dei rivestimenti della facciata e degli intradossi dei lunghi balconi e della copertura e il cemento a vista di quelli circolari posti sui tre spigoli del triangolo, quasi torri reinterpretate in chiave moderna
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