Martedì 15 Settembre 2020 21:09

Quer pasticciaccio della pasticceria

La celebre pasticceria Cavalletti chiude definitivamente, come hanno scritto per giorni i media, oppure no, dopo un misterioso post che ha fatto scattare nuovi titoli? Cronaca ragionata di una crisi, che non è solo quella del virus

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Vivo a Roma Nord e ho una figlia che adora il millefoglie, perciò è quasi giocoforza che, in occasione del suo compleanno, io debba dirigermi verso viale Libia, girare per via Nemorense e fermarmi davanti alla pasticceria Cavalletti, “regina” proprio del millefoglie. Utilizzo il termine regina non a caso, perché la leggenda vuole che persino Elisabetta II d’Inghilterra ordini qui, ogni anno, una torta di quel tipo e se la faccia spedire fino a Buckingham Palace. Una leggenda, ma come tutte le leggende forse ha un fondo di verità.

Però la pasticceria Cavalletti stavolta sembra chiusa: luci spente, serrande abbassate. “Boh avrà prolungato le ferie” penso io a voce alta. “No no, ma che ferie, Cavalletti nun riapre proprio più!” mi fa, sconsolato, un passante. Anche i negozianti di zona confermano la notizia: dopo il lockdown di marzo la pasticceria non ha più riaperto e, quasi certamente, mai più riaprirà.
Siamo ai primi giorni di settembre.

Appena qualche giorno dopo la mia visita “fallimentare” in via Nemorense, tra il 7 e l’8 del mese (data spesso fatale nel nostro paese) i principali quotidiani romani e nazionali sanciscono ufficialmente la “resa senza condizioni” di quella pasticceria: da Repubblica al Messaggero, da Huffington Post a Roma Today, appaiono articoli che annunciano la definitiva chiusura di Cavalletti. C’è chi parla di una cordata di imprenditori che doveva rilevare la struttura ma poi si è tirata indietro, chi del fallimento della società; alcune voci, forse meno autorevoli e di certo prive di verifica, si spingono a lanciare ombre fantasiose, che vanno verso mondi poco limpidi, narrando storie di strozzini e malavita. Sui social parte il tam tam dei clienti disperati, orfani di quella che per loro è una vera e propria istituzione.
Sembra una triste storia senza lieto fine. Invece non è così.



L’agenzia di stampa Dire, la prima a lanciare l’annuncio di morte della storica pasticceria, è la stessa che il 15 settembre spiazza tutti con un clamoroso colpo di scena: “Con un post a sorpresa su Facebook, la storica pasticceria di via Nemorense, nel quartiere Trieste di Roma – famosa nel mondo fin dal 1951 per il Millefoglie – ha annunciato l’imminente riapertura”, si legge in un take. Tutti i principali quotidiani si affrettano allora a rilanciare l’annuncio, in una apoteosi del “copia-incolla” in cui il comunicato viene ripreso e ripubblicato senza alcuna sostanziale modifica.

Quello che però nessuno degli articoli apparsi indica con precisione, è dove appaia esattamente questo post che, sia l’agenzia Dire che i principali quotidiani, citano fra virgolette: “Abbiamo sentito parlare di una nostra chiusura, abbiamo sentito di una cordata, di un ipotetico fallimento, abbiamo sentito veramente tante cose ma l’unica cosa che abbiamo ascoltato è stato l’affetto della gente. Un affetto che ci ha riempito il cuore e dato ancora più forza e sprint per riaprire. Cavalletti è una storia che dura da tanto tempo e mira all’infinito. Un momento duro e complicato come il lockdown l’abbiamo semplicemente trasformato nell’opportunità per riorganizzarci e rinnovarci per ripartire ancora più forti e solidi di prima. Finalmente ancora pochi giorni e potrete tornare a deliziarvi con il Millefoglie e far parte di questa storia che è anche la vostra e ve ne siamo grati”.

Nel gruppo Facebook della pasticceria Cavalletti di questo post non c’è alcuna traccia. Né appare sulla pagina dei fan denominata “Il millefoglie è solo Cavalletti”, che anzi non risulta aggiornata da tre anni. In più il negozio è ancora chiuso e sia i suoi numeri di telefono che il suo sito internet non risultano attivi. E allora? Riapre davvero Cavalletti? E, soprattutto, esiste davvero il post citato da decine di autorevoli giornali? La risposta è sì, ma per trovarlo, quel post fantasma, bisogna intrufolarsi nel gruppo “Quartiere Africano anche io”. E’ lì che, a firma di Alessandra Aversa e datato 14 settembre 2020 (quindi un giorno prima della pubblicazione delle notizie di stampa)
compare davvero il post
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Quella della presunta morte e resurrezione della pasticceria Cavalletti è una piccola vicenda di un piccolo angolo di Roma: ma è una storia che, a mio avviso, è importante conoscere, anche perché ci aiuta a riflettere su alcune questioni generali, che valgono sia dentro che fuori dai confini del Quartiere Africano, di Roma Nord e della Capitale.

Il primo punto riguarda il nostro mestiere di giornalisti e il vostro ruolo di lettori. Dare per scontata una notizia, anche quando arriva dalla più autorevole delle fonti, è un errore comune ma gravissimo. Verificate, abbiate sempre dei dubbi. Spesso in buonissima fede, noi che scriviamo abbiamo talmente fretta di chiudere un pezzo che non sempre quando annunciamo la morte o la resurrezione di qualcuno, chiunque esso sia, abbiamo tempo e modo di verificare se quella persona (o, in questo caso, quella pasticceria) sia davvero morta o sia resuscitata. Se ce lo dice una fonte che consideriamo affidabile tanto ci basta. Eppure anche la fonte più affidabile può sbagliare e, in questo caso, ha evidentemente sbagliato (se poi abbia sbagliato prima annunciando la morte, o dopo annunciando la resurrezione di Cavaletti, ancora non ci è dato da sapere con assoluta certezza).

Il secondo punto riguarda la verosimiglianza di una notizia. Se per diverso tempo tutti hanno creduto possibile che una fiorente attività come quella della pasticceria Cavalletti, rinomata per qualità, ricca di una clientela sempre numerosa e spesso di prestigio, facente parte di un settore come quello del “food”, meno toccato dalla crisi rispetto ad altri, possa essere stata messa definitivamente in ginocchio dal Covid, è perché, anche se si cerca di negarlo, tutti sappiamo in cuor nostro che l’economia romana, fatta soprattutto di piccole realtà artigiane e commerciali a gestione familiare, dopo anni di vacche grasse, è ormai in apnea.

La nostra economia cittadina galleggia in una quotidianità che, dietro alla facciata del “non è successo niente, andrà tutto bene”, fatica a sbarcare il lunario, nonostante le riaperture di maggio. E se persino le voci più fantasiose, come quelle che parlavano di malavita e di strozzinaggio, agli occhi di molti apparivano verosimili in questa vicenda, è perché quei molti sanno che anche quel tipo di “virus”, quello mafioso e malavitoso, oltre al Covid, si è ormai diffuso in città.

Mi fa enormemente piacere se alla fine la pasticceria Cavalletti risulterà “negativa al tampone” e tornerà in piena attività come un tempo. Mi fa piacere da romano e da cliente. Ma attenzione, perché, comunque finisca quella vicenda, il “virus” della crisi è in circolazione, capace di colpire in modo letale soprattutto in una città come Roma. Perciò è solo guardando in faccia questa realtà per prendere adeguate contromisure e non certo negando o sminuendo la gravità del problema, che si eviterà un rapido e assai probabile aumento dei casi.

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