Lunedì 5 Gennaio 2026 10:01
La pace inizia da scelte quotidiane


Una riflessione dell’incaricato diocesano per la pastorale sociale sul messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale. Ripudiare la guerra per costruire la riconciliazione
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La pace inizia da scelte quotidiane
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Come sappiamo, “pace a voi” sono le prime parole di Gesù risorto ai discepoli chiusi nel cenacolo, in preda alle paure del momento. Papa Leone XIV nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace, ci ricorda che la pace nasce proprio lì dove la paura sembra prendere il sopravvento. Non possiamo dimenticare a questo proposito che Dio si incarna nella storia, mentre i pastori vegliavano di notte, e l’evento della resurrezione avverrà quando ancora era buio. La paura, la notte, accompagnano il cammino della umanità in ogni stagione della sua storia, ma la luce di Cristo illumina la storia e apre a sempre nuove possibilità di riconciliazione e di nuovi cammini. Cristo nostra Pace ha realizzato in sé stesso le condizioni per costruire la pace.
La pace che viene da Cristo, ricorda Leone XIV, è disarmata: non impone, non domina, non minaccia; è disarmante: perché tocca il cuore, cambia lo sguardo sull’altro, rende possibile ciò che sembrava impossibile. In un mondo segnato da conflitti, il Papa ci invita a non rassegnarci alla violenza come destino inevitabile. La pace non è un’utopia, ma una vocazione, che inizia da scelte quotidiane: parole che non feriscono, gesti che riconciliano, decisioni che cercano il bene comune. Accogliere la pace di Cristo significa diventare artigiani di pace, testimoni credibili di una speranza che non delude e che al termine del Giubileo deve ora incarnarsi nelle scelte dei singoli e delle comunità.
Spesso invece il nostro sistema per stare in piedi deve identificare il nemico, lo deve quasi produrre. Questo è vero anche in alcune scelte pseudo-educative che, veicolate scientemente da alcuni media, fanno passare il messaggio della paura dell’altro, dello straniero che è già nemico per definizione. Anche la Chiesa, ci hanno alcune volte malamente insegnato, ha dei nemici e quindi occorre difenderla: dal relativismo, dal soggettivismo, dal laicismo e così via, Gesù però non si è mai difeso. C’è tutta una storia di nemici che abbiamo combattuto mentre il male era interno a noi: il potere, il denaro, la paura di perdere posizione dominante.
Per questo quando Gesù dice “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra”, ci dice di andare oltre il nemico. Nel Vangelo di Giovanni anche Gesù prende uno schiaffo, ma lo rende inefficace: “Se ho sbagliato mostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?” Gesù invita a non opporre alla violenza, altra violenza, altrimenti questa cresce e poi diventa un crescendo interminabile. La logica del porgere l’altra guancia o di lasciarsi togliere il mantello o di lasciarsi trascinare in tribunale, significa riconoscere la violenza, dargli un nome e “combatterla” ma come fa il sole con le tenebre che a poco a poco sono vinte dalla espansione della luce.
Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace e può inserirsi naturalmente nei grandi processi di pace della storia. L’uomo del potere, del privilegio, della lobby, risulterà sempre un corpo estraneo alla pace e diventerà quasi senza rendersi conto, alleato della guerra. “Metti via la spada”, dirà Gesù a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato.
La prima violenza è quella dell’occhio; si lavora per la pace e la si costruisce, imparando giorno dopo a giorno a guardare il mondo con gli occhi dello Spirito, sapendo scrutare i segni dei tempi. Il fatalismo, il giudizio di condanna senza appello sono solo modi per nascondere il disimpegno, per ripararsi fuori dal mondo reale. Il Papa ci sfida invece a che «ogni comunità diventi una “casa della pace, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa».
Cristo ha pagato per tutti noi un prezzo altissimo alla Pace, e anche noi dobbiamo farlo; la storia della nostra salvezza si apre con la strage degli Innocenti e si chiude con il Calvario, non dimentichiamolo. L’uomo di pace non rinuncia a difendere la giustizia, né confonde il bene col male prendendo una attitudine rassegnata o neutrale. L’uomo di pace è una “pecora” che non intende farsi “lupo”, come ricordava don Primo Mazzolari.
Scrive papa Leone nel suo messaggio: «Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
Come sono tragicamente attuali le parole degli accusatori di Geremia: “si metta a morte Geremia perché scoraggia i guerrieri e il popolo”. Bisogna togliere di mezzo chi parla di pace e riconciliazione, perché disturba la nostra corsa agli armamenti. Dove sono oggi i profeti che parlano di pace e riconciliazione e non solo di legittima difesa?
Quelli che ci sono vengono silenziati dalle propagande di regime, sostituiti da finte diplomazie che parlano sottovoce. Chi è fedele a Gesù Cristo non dice parole sottovoce, che non disturbano troppo, ma parole che creano divisione ci ricorda il vangelo. I profeti di pace parlano a voce alta ed entrano nel palazzo del Re, non come cappellani di corte ma solo come prigionieri, proprio come ha fatto Gesù.
Da secoli tutti affermano di fare la guerra per difendere il bene e la giustizia. In realtà la guerra serve a salvaguardare precisi interessi. Nel mondo complesso e plurale non si può costruire la riconciliazione se non partendo da un punto comune: la condanna, il rigetto di ogni tipo di guerra. In questo modo come seme fecondo potremo collaborare alla costruzione di un mondo non violento dove «non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere, per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri» (Madre Teresa di Calcutta, discorso alla consegna del premio Nobel per la Pace, 1979).
5 gennaio 2026
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