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Giovedì 8 Gennaio 2026 13:01

Il vescovo Marcuzzo: «Gaza è distrutta. Non c’è niente»



Continua il pellegrinaggio di speranza in Terra Santa con il gruppo di operatori della comunicazione e sacerdoti della diocesi. Padre Meli: «La ricostruzione non è iniziata. Ancora 2 milioni di persone senza ospedali, senza medici»

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Alle 6 del mattino al Santo Sepolcro regna il silenzio. Si celebra all’interno dell’edicola: un piccolo gruppo, in piedi e in fretta. «Tutto quello che si fa al Sepolcro si fa in fretta», dice nell’omelia don Filippo Morlacchi, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, da diversi anni ormai a Gerusalemme, che accompagna il gruppo di operatori dei media e sacerdoti romani in pellegrinaggio con l’Opera romana pellegrinaggi. Il primo, dopo il 7 ottobre 2023.

Nella sede del Patriarcato latino di Gerusalemme il vescovo emerito Giacinto Marcuzzo, già vescovo di Nazareth, saluta «uno dei primi gruppi dopo la ripresa. Speriamo che ci sia la pace – aggiunge -. Non ne siamo ancora sicuri». Qui intanto «noi conserviamo la presenza di Gesù. È quello che fanno i cristiani di Terra Santa, che sono qui dai tempi di Gesù». Lo testimonia il villaggio di Thaibe, rimasto così da allora.

In Palestina si contano oggi circa 50mila cristiani. In Israele circa 150mila. Il muro di separazione impedisce ai palestinesi di entrare per lavorare, quindi ci sono molti stranieri. «I francescani qui, in Giordania, in Libano, in Siria custodiscono la presenza cristiana – sono ancora le parole del presule -. Insieme ai cristiani locali – aggiunge – in questa diocesi si contano 4 Paesi: Giordania, Palestina, Israele e Cipro. Poi ci sono due vescovi vicari per gli stranieri e uno per gli ebrei cristiani cattolici. Qui – racconta – facciamo tanto per la pace e l’educazione, con tante scuole. È importante perché nelle scuole pubbliche tutto è musulmano. Ma molti musulmani sono nelle nostre scuole – circa metà e metà – e crescere insieme aiuta a vivere insieme in pace da adulti. Siamo più importanti per le nostre scuole che per le parrocchie. Dove c’è una comunità cristiana c’è sempre un po’ più di pace che altrove».

Inevitabile il riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza. «Gaza è distrutta. Non c’è niente. Da 3 anni non c’è scuola. Non si riconoscono nemmeno più le strade. Per fortuna non bombardano più, non si combatte più. Ma sarà importante la seconda fase del piano di pace, su cui ancora non c’è accordo. Intanto si continua a morire: non ci sono ospedali. Il patriarca ha ottenuto di poter mandare aiuti ogni 15 giorni. Medicinali e alimentari. E tutto quello che arriva viene subito spedito. Siamo gli unici che possono mandare qualcosa», riferisce.

«La situazione non è pacifica – gli fa eco il cancelliere del Patriarcato padre Davide Meli -. La ricostruzione non è iniziata. Mancano tutti i servizi e i luoghi in cui si lavorava sono stati distrutti. Sì vive sul 50% della superficie originaria: 2 milioni di persone senza ospedali, senza medici. Senza infrastrutture ma neanche cose essenziali come le garze».

All’inizio della guerra, prosegue il cancelliere, servivano soprattutto alimenti di base come frutta e verdura e beni di prima necessità. «Ora ci concentriamo su tende e materiali utili dato che le case sono state distrutte. Prima della guerra – ricorda – avevamo 5 scuole. Ora ne funziona solo 1: la nostra, all’interno della nostra parrocchia, nella quale vivono circa 400 persone. Sulla scuola stiamo cercando di investire: è la strada verso il futuro. Dare scuola ai bambini è anche toglierli dalla strada. Il terzo ambito su cui ci concentriamo è quello sanitario. Basti pensare che al momento mancano anche gli strumenti per diagnosticare». Intanto «abbiamo appena inviato il primo carico dell’anno. I costi del trasporto fluttuano, superando a volte il valore stesso dei materiali, anche se ora si stanno stabilizzando. In ogni caso, lo facciamo volentieri».

8 gennaio 2026

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