Sabato 10 Gennaio 2026 08:01
«Cisgiordania, un genocidio silenzioso»


Le testimonianze dal Caritas Baby Hospital di Betlemme in occasione del pellegrinaggio dell’Opera romana. «È il momento più difficile dal 1967». Crescono i disturbi mentali
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«Non c’è nessuno che non abbia subito conseguenze della guerra. Se c’è un genocidio a Gaza ce n’è uno silenzioso in Cisgiordania. La vita non è più la stessa per nessuno». A parlare è Shireen Khamis, responsabile della comunicazione del Caritas Baby Hospital di Betlemme. «Lo vediamo nei malati, nello staff, nei loro racconti», aggiunge. E ricorda che dall’inizio della guerra sono pochissime le visite all’ospedale mentre «generalmente circa 3mila persone passavano di qui».
Insieme a lei, giornalisti e sacerdoti romani in pellegrinaggio con l’Opera romana pellegrinaggi incontrano anche suor Elia, superiora delle suore di Maria Bambina che prestano servizio nell’ ospedale. Sono qui dal 2021: è il terzo ordine. Prima di loro c’erano le suore Elisabettiane di Padova. «Le prime sorelle erano arrivate nel 1969», racconta.
Da qui, a parlare sono i numeri. «Nel primo anno di guerra 10mila pazienti non sono potuti venire in ospedale a causa dei check point – riferisce Shireen -. Ma la guerra ha toccato tutta la nostra vita». Inevitabile il riferimento a Gaza. «Qui non c’è narrazione, non ci sono media che raccontano. Eppure nel nord della Cisgiordania ci sono attacchi oggi giorno. Certo, il numero di vittime non è paragonabile ma qui migliaia di persone vengono uccise nel silenzio. Il genocidio – usa due volte questa parola, Shireen – avviene silenziosamente. Le terre sono confiscate ogni giorno. È il momento più difficile dal 1967».
Il problema principale è che «la gente non può più andare a lavorare in Israele, quindi è aumentata la povertà. Ora il check point è aperto solo dalle 6 alle 13, per chi ha il permesso». Dal 7 ottobre è stato revocato ogni permesso per entrare in Israele. «Ma arrivati al checkpoint anche quelli che ce l’hanno possono comunque essere mandati via». Anche semplicemente trovare il checkpoint aperto «è una questione di fortuna».
In questa situazione, l’attività del Caritas Baby Hospital va avanti grazie al contributo dell’ associazione Aiuto bambini Betlemme. «Il 70% dei fondi che riceviamo viene dall’Europa: Italia, Svizzera, Germania», rende noto la responsabile della comunicazione. Per quanto riguarda i disturbi, con la guerra «sono aumentati i disordini neurologici. L’epilessia, in particolare. Naturalmente – precisa – non c’è una ricerca scientifica che conferma che questo sia legato alla sia guerra, ma l’evidenza è questa. Crescono i disturbi mentali». Per confermarlo, racconta un episodio recente. «Su Gaza volano sempre droni, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Due mesi fa li abbiamo sentiti anche qui per 2 ore, al termine delle quali 15 persone sono state ricoverate nel reparto per i disturbi mentali. Basta a rendersi conto di cosa può succedere nella Striscia».
I piccoli ricoverati qui di solito arrivano per lo più dal sud Cisgiordania «ma il checkpoint ne proibisce l’ingresso quindi ora vengono prevalentemente da Betlemme». Settanta i letti disponibili, 20 quelli dedicati ai neonati; 9 i posti in terapia intensiva. A gestire tutto il sistema sanitario è il ministero palestinese della Salute. «I bimbi non vengono mandati in ospedali israeliani, troppo costosi. Baby Hospital è diventato un punto di riferimento e gli altri ospedali governativi mandano qui i pazienti. Raramente in Israele. Il ministero cerca di usare i servizi degli ospedali palestinesi, anche se in Israele. Nell’est, soprattutto. Sono gli ospedali costruiti prima del 1967, quindi vengono ritenuti palestinesi.
La particolarità del Caritas Baby Hospital è che «è l’unico ospedale che ha posto per le mamme dei bimbi ricoverati – sottolinea suor Elia -. Vengono qui, dormono, abbiamo 50 posti, e vengono istruite tutti i giorni su cura e prevenzione. Poi tornano nei villaggi e insegnano alle altre mamme. È un incoraggiamento per loro».
Nel tempo della guerra, dalla Striscia di Gaza non è arrivato nessuno. «Qualcuno è stato portato in Italia, per l’intervento di padre Faltas, vicario della Custodia; altri in Spagna e in Germania. La Francia ha accolto 200 asini – racconta la responsabile della comunicazione -. Alcuni erano qui quando la guerra è iniziata e sono rimasti bloccati. Alcuni ragazzi sono morti da soli e sono stati seppelliti in Cisgiordania».
Spesse volte infatti le autorità non danno ai genitori il permesso di accompagnare il loro bambino e «i piccoli vengono da soli. Alcuni hanno ricevuto cure cardiologiche in Israele e poi non hanno potuto rientrare in Gaza quindi li hanno portati qui. Due sono rientrati in Gaza e un arrivato lì è morto, perché non ci sono cure».
È successo solo una volta, nel 2024, che 70 bambini sono potuti uscire da Gaza, grazie a SOS Villaggi dei bambini. «L’unico episodio in 2 anni». I checkpoint infatti «possono separare tutto, chiudono interi villaggi». Il risultato è che «l’arabo di Israele quando viene qui torna a essere palestinese – intervene Andre, l’operatore locale che accompagna il gruppo -. Non possiamo immaginare il futuro. Ma senza giustizia non c’è pace, tutto è senza senso».
In questo momento «non c’è cessate il fuoco: solo eri a Gaza 10 persone sono morte, di cui 5 bambini – informa Shireen -. C’è violazione dei diritti umani, non c’è giustizia. I checkpoint chiudono i villaggi e dividono le famiglie. Questa è una prigione a cielo aperto. E i bambini crescono vedendo solo armi».
Qui, le fa eco la suora, «il Giubileo della speranza lo abbiamo visto: le persone vivono di speranza. Non possono uscire, non hanno lavoro ma sperano in un futuro migliore. Come suore cerchiamo di dare loro questo speranza. Tutti speriamo nel futuro ma per le persone che vivono qui è ancora più importante. In 100 metri, al di là del muro che ci separa, la vita cambia completamente. Per noi è un grande dolore».
10 gennaio 2026
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