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Sabato 10 Gennaio 2026 17:01

Il “grazie” di Betlemme: i pellegrini danno speranza



Le voci della comunità cristiana locale alla conclusione del pellegrinaggio dell'Opera romana. «L'Italia è parte della Terra Santa»

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«Vi aspettavamo: l’Italia è parte della Terra Santa. Senza i pellegrini manca un aspetto essenziale della nostra Chiesa locale». Sono le parole di benvenuto dei frati della comunità francescana della basilica Natività e del Campo dei pastori, a Betlemme, al gruppo di giornalisti e sacerdoti che conclude oggi il pellegrinaggio con l’Opera romana pellegrinaggi.

Qui «siamo con le mani in pasta nell’accoglienza», raccontano. Ora finalmente «qualcosa si sta muovendo», aggiungono. E la voce racconta la speranza e il desiderio che la vita finalmente riparta, in una terra nella quale «i pellegrini danno speranza perché ci fanno sentire che i cristiani del mondo sono accanto a noi», afferma Robert, titolare di un negozio di souvenir, membro del gruppo Scout di Terra Santa.

«Prima due anni di pandemia – ricorda -, poi appena iniziavamo a riprenderci è scoppiata la guerra di Gaza, che non pensavamo fosse peggio dell’Iraq, ci facesse stare tutto questo tempo chiusi nelle nostre città, perché uscire è complicato. Cominciamo a dimenticare la nostra realtà – confida -. Quando abbiamo sentito notizie di tregua la gente era entusiasta, voleva mandare al mondo il messaggio che la luce del Signore sta uscendo da Betlemme. Ora speriamo che la presenza dei pellegrini aumenti, per toccare con mano la realtà che viviamo».

Una realtà che resta dura. «Manca il lavoro, dipendiamo da quello che Dio ci manda – sono ancora le parole di Robert -. I frati sono custodi della nostra presenza, vivono le nostre difficoltà. Frontiere, blocchi, mancanza di lavoro. Ma non possiamo stare così per tutta la vita. Fino a quando possiamo resistere? Noi, i nostri figli… Come sarà la Terra Santa? Dove saranno quelle pietre vive? La presenza dei pellegrini è importante per la nostra resistenza. Devono conoscere meglio la realtà cristiana di Terra Santa».

È d’accordo anche Roni, anche lui impegnato con la sua famiglia in un’attività di commercio di souvenir e oggetti religiosi. «Per fare un pellegrinaggio è importante conoscere anche le pietre vive, e per noi vedere quante persone toccano il nostro cuore. Noi abbiamo un piccolo negozio aperto da mio nonno nel 1927. È rimasto sempre aperto, anche quando non c’era nessuno. A volte solo per i frati che custodiscono i Luoghi Santi e le pietre vive della nostra Chiesa. Ma fino a quando possiamo resistere? Siamo molto stanchi, per la prima volta. Sentire che non siamo soli ci dà forza – prosegue -. Voi fate parte di Betlemme. Dobbiamo resistere, tutti i cristiani che sono dentro Betlemme».

Lo precisa il parroco di Betlemme, padre Raffaele. «Quando parliamo di Betlemme si devono comprendere tutte le comunità cristiane della zona. E la situazione è dura. Io sono stato qui dal 1999 al 2010, poi in Galilea e da pochi mesi sono tornato qui come parroco. Il problema è soprattutto politico: sentirci prigionieri, e vedere la gioia di un giovane che ottiene un permesso per andare a Gerusalemme. Da un punto di vista psicologico – rileva -, le ripercussioni sono tante. I bambini hanno paura di sognare. E questo dura dal 1948. Prigionieri dentro questo muro. Noi custodiamo le pietre e le persone, ma insieme a voi – sono le parole rivolte ai pellegrini -. Le persone ancora credono, hanno speranza e iniziano a sentire il sostegno di tutti. Ma i problemi sono tanti, da tanti punti di vista, non solo spirituali. Vogliono che li aiutiamo a capire come sorridere di nuovo. Hanno dentro un dolore che non viene mai guarito».

Nicole, del gruppo giovani, lavora al ministero del Turismo. «Siamo circondati da tutte le parti. La prima restrizione è che siamo chiusi qui dentro, ora abbiamo avuto solo qualche permesso per il Natale ma non tutti hanno avuto questa fortuna. Dobbiamo attraversare un check point e a volte siamo maltrattati o costretti a tornare indietro. Anche nei nostri luoghi – racconta – è difficile uscire la sera per i continui ingressi dei soldati israeliani nella zona. È un pericolo». Poi c’è la disoccupazione e «molti pensano di emigrare».

Lina, del gruppo giovani, dà voce alla felicità di tutti. «Abbiamo sentito la vostra vicinanza. Abbiamo visto tramite voi la Provvidenza divina. Ci piacerebbe come gruppo giovani continuare questa collaborazione, anche come gemellaggio». Quindi affida a tutti il suo messaggio: «Apprezzare le piccole cose che si hanno perché chi vive nella guerra non ha gli stessi privilegi».

Tra le altre cose, i frati gestiscono la Casa del fanciullo, fondata nel 2007, alla quale fanno riferimento anche tanti ragazzi. «Dopo l’intifada – spiegano – tante famiglie sono distrutte.  I ragazzi vengono dalle 12 alle 16. È un’opera sociale, che portiamo avanti in collaborazione con la parrocchia. Per costruire ponti – riflettono – è centrale il ruolo della scuola». Tanti, concludono, i «segnali di speranza, come la presenza dell’Azione cattolica. Per noi, poter uscire in qualche modo da questo ambiente è un aiuto ad aprire gli occhi».

10 gennaio 2026

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