Lunedì 12 Gennaio 2026 18:01
Napoli, donne e rivoluzione
Teatro 7 Off Con Beatrice Fazi Testo di Pierpaolo Palladino Adattamento e regia Roberto Marafante Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente [...]
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Dopo il folgorante, profondamente toccante e anche divertente “Cinque donne del sud” che rivelavano (se ce ne fosse ancora bisogno) tutta la forza espressiva, la padronanza del palco e la grande capacità di vestire in un frenetico monologo donne completamente diverse tra loro, torna questa grande interprete con una nuova proposta.
Lo spettacolo ha in comune con quello solo la camaleontica poliedricità di Beatrice Fazi, che porta in scena un bellissimo e sentito monologo in cui veste più personaggi femminili (e anche qualcuno maschile).
Il testo è ambientato nella Napoli del Settecento e si incentra non solo sulla figura di una donna che si barcamena tra scontri di potere, ribellione sociale, sentimenti e vita personale sullo sfondo della cultura e dei valori dell’Illuminismo che si scontrano con la tradizione religiosa e l’ingenuità dei ceti poveri di Napoli.




Beatrice è Gloria, figlia del proprietario della stamperia reale di Napoli. Colto, attratto dagli ideali illuministi che circolano attraverso i testi della sua stamperia, ha lasciato in eredità alla figlia il desiderio di conoscenza e di libertà. Gloria racconta il suo incontro con Assunta, figlia di una prostituta dei vicoli di Napoli che inizia a lavorare al suo servizio e che lei cercherà vanamente di istruire. Nonostante la diversità culturale e caratteriale, tra le due si instaura un rapporto che le porterà a confrontarsi e a contaminarsi.
Gloria sogna di cambiare la società napoletana, assorbita ai Borboni, e di salvare l’attività del padre.
Assunta è legata alla superstizione e alla religione più bigotta, Gloria si è formata leggendo Rousseau, Diderot, Voltaire.
Nessuna delle due uscirà vincente dalla Rivoluzione del 1799, perché entrambe saranno travolte dagli eventi insieme ai loro sogni e alle speranze.

Gloria ci accoglie a inizio spettacolo prigioniera in una cella oscura e malsana, graziata dalla pena di morte e pronta per essere mandata in esilio in America, lontana dalla sua amata Napoli. Affranta e distrutta, prepara le sue poche cose che raccoglierà in una valigia testimone di tutta la sua vita, custode e protettrice dei suoi ricordi e degli affetti sempre più lontani.
In maniera struggente, profonda e a volte violenta per il dolore provato ci rende partecipi delle sue vicissitudini, raccontandoci tutta la sua storia e le motivazioni che l’hanno condotta all’amaro destino.
Lo farà dando vita ad una pletora di personaggi riuscitissimi, alcuni nobili spocchiosi e alteri, altri semplici e rozzi popolani. Un cappello, una giacca, un grembiule e una cuffia trasformeranno l’attrice di volta in volta mentre la voce cambia insieme al tono e alla mimica.
Tante persone in una interpretate in maniera eccelsa, che raccontano la cruda realtà del tempo dove non c’è spazio per idee libertarie, figuriamoci se espresse da una donna.
Attraverso dialoghi serrati e coinvolgenti in una scenografia che ricostruisce una cella con poche suppellettili e mobilie utilizzate dall’attrice per dare movimento alla scena, la donna urlerà il suo credo senza temere le conseguenze e affronterà con coraggio la prigionia, la solitudine e la paura.
Anzi, userà ogni stratagemma per far arrivare al pubblico il suo messaggio: credere in qualcosa di più grande di se stessi, credere nel bene comune.
Nella cella l’unica presenza, oltre ai suoi ricordi, è un ratto che la fa sobbalzare di tanto in tanto, a spezzare per un istante l’atmosfera dolorosa dei pensieri che però tornano subito a riempire la cella vuota.
Per Gloria arriverà la rivalsa personale. Uscita di prigione, potrà dedicarsi all’educazione dei giovani immigrati in America. A loro insegnerà come affermare i valori in cui ha sempre creduto.


Ho trovato particolarmente apprezzabili quei momenti in cui l’artista continua a parlare girando le spalle al pubblico, creando dei bei momenti introspettivi. O quando estrae da un separé o dalla valigia indumenti, bandiere, oggetti, anche burattini. Tutte trovate che arricchiscono la piece.

Beatrice ci regala un interpretazione avvincente, ricca di pathos, sanguigna, sentita, viscerale ed accorata, che esalta con grande maestria. È chiaro che vive con energia il suo personaggio e lo ama.
La regia di Marafante si sente e si vede, attenta ad ogni stato d’animo, movimento, espressione. Ha lavorato creando una bella sinergia con l’attrice sul testo di Palladino, ricco di sfumature, storia e umanità belle le musiche e gli effetti sonori che implementano il pathos. Insieme hanno lasciato il segno tenendo il pubblico con il fiato sospeso, immerso nell’ascolto di un pezzo di storia avvincente raccontata da un personaggio che trasuda forza, coraggio, speranza.
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