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Giovedì 15 Gennaio 2026 11:01

Dialogo ebraico-cristiano: Di Segni e Spreafico a confronto sulla “benedizione”

Pontificia Università Gregoriana
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L'incontro di approfondimento in vista della 37ª Giornata. A fare da filo conduttore, la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Il presule: «C'è bisogno di empatia per aprire il cuore alla compassione»

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Favorire il dialogo e «la mutua comprensione» equivale a «tenere aperte le domande, ricercando non solo e non tanto una soluzione teologica, quanto strade da percorrere insieme»,  riconoscendo inoltre l’importanza di «approfittare di ciò che è oggetto di confronto e fare tesoro di ciò che ascoltiamo, portandolo nella nostra vita, nelle nostre comunità e purificando il nostro cuore». Così monsignor Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti, ha messo in luce il senso e il valore della Giornata per
l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si celebrerà sabato 17 gennaio ma che per la nostra diocesi ieri sera, 14 gennaio, ha visto confrontarsi all’Università  Gregoriana, a pochi passi da piazza Venezia, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni e il biblista Ambrogio Spreafico, vescovo emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino-Anagni-Alatri.

La riflessione dei due esperti, intervallata e animata anche dai brani del gruppo musicale “Progetto Davka” diretto da Maurizio Di Veroli, ha preso le mosse dal versetto del 12° libro della  Genesi “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”, scelto come filo conduttore per questa 37ª Giornata dedicata. Per prima, l’analisi del rabbino Di Segni, che rispetto al versetto  biblico ha osservato come «in un mondo oggi infestato di odio antiebraico, il messaggio contenuto in queste parole può sembrare paradossale» poiché si afferma che «ogni bene che arriva al mondo, arriva dal popolo ebraico». Il rav ha spiegato come «la benedizione, nella Bibbia ebraica, è un’invocazione di bene» e che «gli uomini sono tenuti a benedire Dio, come espressione di lode, mentre Dio, tramite i suoi sacerdoti, benedice il suo popolo».

Ancora, Di Segni ha notato come la benedizione scelta come oggetto di riflessione per la Giornata «ricorre 4 volte nella Bibbia e l’interpretazione più chiara si coglie in riferimento alla benedizione di Giacobbe che incontra Giuseppe e i suoi figli», a dire che «chi benedice invoca una benedizione sulla discendenza» affinché «la sua sorte sia come quella di Abramo». Un altro  modo per guardare al versetto biblico filo rosso della Giornata per il dialogo ebraico-cristiano è, per Di Segni, considerando «Abramo come tramite, per cui attraverso di lui saranno benedette tutte le famiglie della terra». Ancora, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma ha considerato «come è elaborato questo testo nella tradizione cristiana», citando tre riferimenti biblici del Nuovo Testamento: la Lettera di san Paolo ai Romani, quella ai Galati e il capitolo 3 degli Atti degli apostoli.

Da un lato, ha osservato l’esperto, «le due interpretazioni del testo di Genesi sono  coerenti» poiché «Paolo rivendica la nobiltà dell’antica fede e dice che quelli che hanno fede vengono benedetti insieme ad Abramo, che rappresenta quindi un modello e che genera una figliazione spirituale». C’è però in Galati 3 anche «una contrapposizione tra fede e Legge e il dire che la fede è quella in  Gesù, così come la discendenza è quella di Gesù», ha continuato Di Segni, riconoscendo quindi che «ci sono degli elementi di rottura che hanno diviso per millenni i nostri mondi e che continueranno a farlo se ci fermiamo alla teologia», sicché «il brano della Genesi diventa elemento divisivo» se letto solo in questa chiave teologica, mentre occorre allargare lo sguardo e  considerare, ha concluso il rabbino capo, che «Abramo è padre di una moltitudine».

Da parte sua, il vescovo Spreafico ha voluto «leggere il tema di questa Giornata alla luce della Dichiarazione Nostra Aetate, documento conciliare frutto del lavoro e della riflessione di uomini e donne che apre e genera la mutua comprensione tra cattolici ed ebrei e che è estesa a tutte le fedi». Il presule ha considerato dapprima «la particolarità della chiamata di Abramo che si estende  poi universalmente», affermando che «nulla è stato così determinante nella storia come quella benedizione»; in secondo luogo Spreafico ha osservato come sia evidente «oggi un rigurgito di un nuovo antisemitismo che nulla può giustificare» e che non può trarre alimento dalla tragica guerra in corso. Per questo si è interrogato su «come opporsi a questa cultura». Primariamente, ha affermato, «bisogna trovare una sinergia, favorendo il dialogo, in occasioni come quella odierna, guardando l’altro come parte della stessa famiglia umana e andando oltre le differenze, pur senza annullarle». Ancora, Spreafico ha sostenuto che «c’è bisogno di empatia per aprire il cuore alla compassione» così da «saper avere uno sguardo complementare e non antitetico sulle questioni e Abramo è in tal senso il modello a cui fare riferimento» poiché «in Abramo c’è un inizio: la fede di Abramo rende possibile cominciare di nuovo la storia umana e per questo in lui saranno benedette tutte le famiglie della terra», sono ancora le parole del biblista.

Ad Abramo, infatti, ha spiegato, «viene affidato un compito salvifico di portata universale» sulla base della «sua fiducia in Lui» perciò «Abramo è il ricostruttore ed il credente dei nuovi inizi», laddove «Dio non accetta mai che tutto sia finito per sempre». Allora, «nel cammino di Abramo Dio ricostruisce il suo popolo – sono ancora le parole di Spreafico – ed egli traccia una nuova strada, cercando sempre di ricomporre le controversie e facendosi portatore della benedizione di Dio»; da qui il monito di Spreafico a considerare come «la nuova alleanza non elimina l’antica alleanza ma la rinnova con un altro popolo» e a riflettere sul valore della figura di «Abramo quale uomo di pace e questo è un tempo che ha bisogno di uomini di pace e di intercessori», ha concluso.

Proprio di una donna di pace e di dialogo aveva parlato nel suo intervento in apertura dei lavori Massimo Gargiulo, pro-direttore del Centro per gli studi giudaici “Cardinal Bea” dell’ateneo che ha ospitato l’incontro, ricordando Eva Ruth Palmieri, interprete e traduttrice, già consigliera dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, morta lo scorso novembre per una malattia. «Senza l’agire delle persone – ha detto Gargiulo – tutti i documenti rischiano di rimanere astrazioni, specie nei momenti di crisi» per cui è importante considerare che «il dialogo va fatto con le persone che si  devono riconoscere costruttrici e costruttori di pace».

15 gennaio 2026

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