Servizi > Feed-O-Matic > 696300 🔗

Venerdì 16 Gennaio 2026 12:01

Don Caliandro: in periferia, con il pensiero a don Tonino Bello



Parroco a Santa Maria Madre dell'Ospitalità, in periferia, tra l’accoglienza delle famiglie e le visite ad anziani e malati. Il ricordo del presule, che era vescovo di Molfetta quando entrò in Seminario

L'articolo
Don Caliandro: in periferia, con il pensiero a don Tonino Bello
proviene da
RomaSette
.

#in diocesi #massimiliano caliandro #santa maria madre dell'ospitalità #tonino bello #torraccio #uniti nel dono #vetrina #villaggio dell'ospitalità
leggi la notizia su RomaSette





Spot tv e radio, video e articoli – protagonisti anche i periodici diocesani come Romasette.it iscritti alla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) – mettono in luce, nell’ambito della campagna Cei per la sensibilizzazione sul sostegno ai sacerdoti, l’impegno dei presbiteri e le attività promosse grazie alla collaborazione con i laici. Opportunità per richiamare alla corresponsabilità economica verso l’operato dei sacerdoti e sentirsi “
Uniti nel dono
“. Nella campagna di sensibilizzazione si inserisce il racconto di storie dell’impegno di sacerdoti come quella di oggi dedicata all’esperienza di don Massimiliano Caliandro, parroco di Santa Maria Madre dell’Ospitalità

Fra tre mesi celebrerà il 29° anniversario di ordinazione presbiterale e guardandosi indietro non sa ben identificare il momento in cui è nata la sua vocazione al sacerdozio. Quel che sa per certo è che con gli anni il suo bagaglio spirituale si è fatto più leggero, perché ora, dopo aver passato al setaccio il superfluo, è consapevole di non portarlo da solo. «Da giovane prete ero felice perché mi sentivo “arrivato”, avevo l’illusione di avere tutto sotto controllo. Oggi, invece, provo solo grande gioia perché mi sento affidato. Ho capito che io, da solo, non sono niente. Ho messo tutto nelle mani di Cristo».

A parlare è don Massimiliano Caliandro, parroco di Santa Maria Madre dell’Ospitalità in via del Torraccio, zona Villa Verde, periferia est di Roma. È nato il 3 giugno 1972 a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, ed è stato ordinato sacerdote il 12 aprile 1997 nella sua parrocchia di origine, la chiesa madre di Santa Maria Assunta, appartenente alla diocesi di Oria. Parlando della “chiamata” a seguire Cristo, spiega che «la prima è sempre un po’ più acerba». Nel suo caso, una sorta di inquietudine si è manifestata intorno ai 17 anni mentre frequentava il liceo scientifico. Come accade per tanti adolescenti, anche Massimiliano, terminato il cammino sacramentale, si era allontanato dalla comunità parrocchiale dopo la cresima. Prepotente, però, tornava a bussare una domanda: che senso ha la mia vita? «Facevo tante cose, ma non c’era una finalità – ricorda -. Con il senno di poi dico che il mio bisogno di senso era il bisogno di salvezza. Per riscoprire Gesù, riscoprire il Vangelo, per sentirmi salvato, non per essere salvato».

Da qui la decisione di entrare nel Seminario di Molfetta, negli anni in cui il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi era don Tonino Bello. Al solo nominare il venerabile sacerdote pugliese, gli occhi di don Caliandro si fanno lucidi. «Veniva a trovarci spesso – dice -, e se per qualche motivo non poteva raggiungere il Seminario ci invitava a casa sua. Osservarlo significava toccare il Vangelo con mano. È stato “il” testimone, la persona che ci ha mostrato come vivere seguendo lo stile di Gesù. Ospitava in casa gli sfrattati, si rapportava con tutti come se fossero suoi fratelli, dal povero al tossicodipendente. Lo ammiravo ma non capivo ancora quanto potesse costare lasciarsi ferire dalla gente. Ora ho capito che il prezzo è l’esodo continuo da sé stessi, perché dalla schiavitù bisogna uscire ogni giorno. Per crescere bisogna lasciarsi ferire dagli altri. Quando ero giovane e vivevo più “il ruolo” che la mia umanità, non mi facevo coinvolgere».

Una maturazione spirituale, la sua, raggiunta passando attraverso il dolore, dopo aver sperimentato la propria fragilità, anche con la morte dei genitori. «Ho vissuto quello che da sempre predicavo – dichiara -, che l’amore è più forte della morte». Giunto a Roma, dopo un’esperienza in una parrocchia del centro e l’insegnamento della religione in un liceo statale, ha svolto il suo ministero per lo più nelle periferie. Per tanti – osserva – è stato come passare «dalle stelle alle stalle. Per me è stato il contrario perché nei quartieri centrali la povertà è mascherata, è umana e spirituale. Il disagio dei giovani delle periferie è materiale ma c’è in loro voglia di riscatto, di mettersi in cammino per uscire da una vita grigia. In questi contesti mi sono lasciato coinvolgere e anche ferire dalle fragilità di chi vive ai margini».

La mattina presto, con il freddo o il solleone, don Massimiliano ha l’abitudine di andare a correre, tanto che i suoi fedeli lo chiamano il “prete runner”. Anche questi momenti sono per lui occasione di incontro per un saluto o per fermarsi qualche minuto con chi ha bisogno di un consiglio. La mattina, poi, si divide tra uffici dei servizi sociali e scartoffie burocratiche per aiutare le dieci famiglie accolte nel “Villaggio dell’Ospitalità”, costruito nello stesso comprensorio della parrocchia. Si dedica inoltre alle visite ai malati e agli anziani. Dal pomeriggio, fino a tarda sera, è sempre in parrocchia per ascoltare chi ha bisogno. «Non mi angoscia se non facciamo mille attività – ammette -. Soffro se le persone restano anonime. La chiesa deve essere casa per tutti. Per questo mi sento libero dagli orari: sono gli imprevisti a ricordarmi che gli appuntamenti veri li fissa Qualcun altro».

L’obiettivo è che chiunque arrivi in via del Torraccio non trovi solo un parroco, ma una comunità. Persone come Anna, che oltre a seguire i bambini del catechismo per la prima comunione, con il marito Pasquale, medico in pensione, assiste le famiglie del Villaggio. «Pensavamo di dover insegnare loro qualcosa – raccontano -, ma sono state le tante persone accolte in questi anni che ci hanno rafforzato e insegnato molto. Abbiamo imparato a essere pazienti e a fermarci per ascoltare».

Lino è invece catechista dei ragazzi che si stanno preparando alla cresima. «Gli adolescenti hanno bisogno di parlare tra loro e di ascoltarsi – dice -. Vogliono trattare temi come il bullismo, i social, il rapporto con i genitori, e li portiamo a riflettere su come Gesù entri in queste tematiche oggi». Obiettivo degli operatori parrocchiali è «fare comunità – concordano Lino, Anna e Pasquale -. Le persone oggi hanno bisogno di socializzare».

16 gennaio 2026

L'articolo
Don Caliandro: in periferia, con il pensiero a don Tonino Bello
proviene da
RomaSette
.

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per migliorare i servizi offerti e ottimizzare l’esperienza dell’utente. Si prega di leggere l'informativa sulla privacy. Chiudendo questo banner si accettano le condizioni sulla privacy e si acconsente all’utilizzo dei cookie.
CHIUDI