Lunedì 19 Gennaio 2026 12:01
Politica dei visti Usa, Africa penalizzata


Si alza ulteriormente l'asticella per chi desidera entrare negli Stati Uniti. Colpiti 38 Paesi, di cui 24 africani. Di contro, per i ricchi c'è la possibilità di comprare la cittadinanza con la Gold Card
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Politica dei visti Usa, Africa penalizzata
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Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di alzare ulteriormente l’asticella per chi desidera entrare negli Stati Uniti. Con l’estensione dell’obbligo di cauzione fino a 15.000 dollari per ottenere un visto turistico o d’affari, introduce una nuova barriera all’ingresso che colpisce 38 Paesi nel mondo, di cui ben 24 africani. La misura è stata presentata ufficialmente nei giorni scorsi come strumento di contrasto all’immigrazione irregolare. Per portata e selettività geografica, la nuova normativa assume un significato che va ben oltre la dimensione amministrativa, inserendosi nel più ampio disegno politico e strategico dell’amministrazione della Casa Bianca nei confronti soprattutto del continente africano.
Il provvedimento riguarda i visti di categoria B1/B2 per soggiorni temporanei per affari, turismo, conferenze e incontri professionali. La cauzione, che può arrivare fino a 15mila dollari, viene stabilita caso per caso durante il colloquio consolare ed è formalmente rimborsabile se il visto viene negato o se il viaggiatore rispetta i termini del soggiorno. Nella sostanza, tuttavia, introduce un filtro economico che rende l’accesso agli Stati Uniti estremamente oneroso per milioni di potenziali richiedenti, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.
La scelta trumpiana fa seguito a quella della tassa di centomila dollari per i visti H1B che consentono di assumere lavoratori stranieri specializzati, duramente contestata dai datori di lavoro statunitensi. La Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione delle Università americane avevano intentato una causa, sostenendo che la decisione non rientrava nelle competenze di Trump. Ma questi ha trovato un giudice federale che gli ha dato ragione, adducendo i «poteri conferitigli dal Congresso per motivi economici e di sicurezza nazionale». Un’azione legale è stata intentata anche da una coalizione di ospedali, scuole e sindacati, per l’impossibilità di reclutare medici e insegnanti stranieri. In sintesi, dopo la guerra dei dazi e dopo gli attacchi armati a Paesi stranieri, Trump ha aperto anche la guerra dei visti. Di contro, ai multimilionari ha dato la possibilità di ottenere la cittadinanza statunitense comprandola per un milione di dollari con la cosiddetta Gold Card.
Per i visti B1/B2 la concentrazione della misura sull’Africa non è casuale. Nigeria, Algeria, Senegal, Angola, Uganda, Zimbabwe, Costa d’Avorio, Gabon e numerosi altri Stati africani figurano nell’elenco dei Paesi interessati. Si tratta di realtà molto diverse tra loro per dimensioni economiche, stabilità politica e relazioni con Washington, ma accomunate, secondo l’amministrazione statunitense, da tassi elevati di permanenza oltre la scadenza del visto. Pur non negando che esista un problema di presenze straniere irregolari negli Usa con visti fatti scadere, sulle dimensioni del fenomeno, attribuito dal presidente Trump a cittadini di soli 38 Paesi, in maggioranza africani, non ci sono o comunque non sono stati comunicati dati ragionevolmente attendibili. Molti osservatori giudicano dunque il criterio adottato parziale e politicamente orientato, soprattutto perché ignora fattori strutturali come la fragilità economica, la limitata mobilità globale e le asimmetrie nei regimi di visto.
Per comprendere appieno la portata della decisione, è necessario collocarla nel quadro più ampio della politica trumpiana verso l’Africa. Fin dall’inizio del suo mandato, Trump ha mostrato uno scarso interesse per il continente, relegandolo ai margini dell’agenda di politica estera statunitense. A differenza delle amministrazioni precedenti, che avevano tentato – con risultati alterni – di combinare sicurezza, cooperazione allo sviluppo e diplomazia economica, Trump ha privilegiato un approccio riduttivo, centrato quasi esclusivamente sul contenimento dei rischi. In questa visione, l’Africa appare principalmente come una fonte potenziale di instabilità: terrorismo, migrazioni, crisi umanitarie. L’obbligo di cauzione per i visti si inserisce perfettamente in questa cornice, trasformando la mobilità africana in un problema di sicurezza piuttosto che in un’opportunità di scambio.
Questa impostazione non è però in contraddizione con l’attivismo selettivo degli Stati Uniti in alcuni dossier strategici africani, come l’interferenza nella Repubblica Democratica del Congo o il sostegno al Corridoio di Lobito. Al contrario, ne rappresenta il completamento logico. L’amministrazione Trump opera una netta separazione tra due livelli di relazione: da un lato, la chiusura sociale e simbolica nei confronti delle popolazioni africane; dall’altro, un coinvolgimento mirato e strumentale su territori, risorse e infrastrutture considerate cruciali per gli interessi statunitensi.
Nel caso della Repubblica democratica del Congo, l’azione americana – diretta o mediata attraverso attori regionali – non mira alla stabilizzazione politica o allo sviluppo strutturale del Paese, ma alla gestione controllata dell’instabilità. L’obiettivo è garantire l’accesso a risorse minerarie strategiche come cobalto, rame e coltan e impedire che la Cina consolidi un monopolio sulle catene del valore. La frammentazione politica e la debolezza istituzionale del Congo diventano così funzionali a una logica di negoziazione asimmetrica, coerente con una visione dell’Africa come spazio da amministrare più che come partner da costruire.
Una logica analoga si ritrova nel progetto del Corridoio di Lobito, promosso come alternativa occidentale alla Belt and Road Initiative cinese. Sebbene presentato come iniziativa di sviluppo e integrazione regionale, il corridoio risponde soprattutto all’esigenza statunitense di assicurarsi vie di trasporto affidabili per i minerali critici dell’Africa centrale e australe, aggirando infrastrutture controllate o finanziate da Pechino. In questo quadro, non è richiesta una maggiore mobilità africana verso gli Stati Uniti, né un rafforzamento dei legami sociali e culturali: ciò che conta è la sicurezza delle filiere e la cooperazione dei governi locali.
Dal punto di vista geopolitico, la cauzione sui visti rappresenta quindi una forma di esternalizzazione del controllo migratorio e, al tempo stesso, un segnale politico. Washington trasferisce sugli individui e sui Paesi di origine il costo della prevenzione delle irregolarità, affermando una concezione transazionale delle relazioni internazionali. L’accesso agli Stati Uniti diventa un privilegio riservato a chi può permetterselo, mentre la responsabilità delle violazioni ricade interamente sugli Stati africani, senza che a ciò corrisponda un reale rafforzamento del partenariato.
Dal punto di vista africano, questa strategia viene letta come l’ennesima manifestazione di un rapporto profondamente asimmetrico. Le implicazioni vanno ben oltre la dimensione migratoria. Limitare l’ingresso negli Stati Uniti di imprenditori, professionisti, accademici e studenti africani significa ridurre il capitale relazionale su cui si costruisce l’influenza internazionale. Il soft power americano, storicamente fondato sulla capacità di attrarre talenti e formare élite straniere, viene progressivamente eroso.
In un continente in cui la competizione tra potenze è sempre più intensa, questa chiusura selettiva rischia di produrre effetti duraturi. Cina, Russia, Turchia e Paesi del Golfo offrono modelli alternativi di cooperazione, spesso percepiti come meno condizionanti sul piano simbolico e politico. Ciò tuttavia non nasconde due questioni. La prima è che tali Paesi escludono dai loro rapporti con quelli africani, come peraltro in casa propria, ogni aspetto relativo ai diritti umani, secondo un criterio di non ingerenza la cui rigidità è da tempo superata nel diritto internazionale nei casi di palesi e generalizzate violazioni di tali diritti. L’altra riguarda l’indebitamento degli africani. che rischierebbe di diventare ancora più insostenibile. In merito, comunque, proprio la Cina sta valutando di fa accettare al gruppo dei BRICS le richieste africane di pagare i debiti nelle proprie valute e non più in dollari e comunque di sottrarsi alla loro attuale finanziarizzazione ormai non più controllata dagli Stati creditori, ma dai soggetti privati e quindi legata alle speculazioni borsistiche.
Nel breve periodo, progetti come il Corridoio di Lobito possono rafforzare la posizione statunitense e contenere l’avanzata cinese. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, l’assenza di fiducia, scambi umani e capitale relazionale rischia di minare la sostenibilità di queste stesse iniziative. La politica dei visti diventa così l’indicatore di una più ampia ritirata strategica mascherata da assertività. Nel tentativo di contenere rischi percepiti, gli Stati Uniti finiscono per indebolire la propria posizione in uno dei continenti chiave del XXI secolo. Trump sembra non curarsene, coerente con una visione di corto respiro delle relazioni internazionali, fondata sulla chiusura selettiva, sulla riduzione degli impegni esterni e su un approccio securitario che privilegia il breve periodo rispetto alla costruzione di partenariati strategici duraturi.
19 gennaio 2026
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