Giovedì 29 Gennaio 2026 14:01
Intervista a Lorenza Gentile
“La volta giusta” è il nuovo, delizioso romanzo di Lorenza Gentile, scrittrice milanese che, pur...
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“La volta giusta” è il nuovo, delizioso romanzo di Lorenza Gentile, scrittrice milanese che, pur essendo ancora molto giovane, ha già all’attivo varie opere.
Il libro racconta la storia di Lucilla, una giovane donna che, dopo tre fidanzamenti naufragati miseramente, spera di aver finalmente trovato l’amore con Enrico. Così, la ragazza accetta con entusiasmo la proposta del nuovo compagno, che le chiede di gestire con lui una locanda in un minuscolo paese a rischio di spopolamento sulle Alpe Marittime. Ma i Grandi Amori, si sa, sono sempre a rischio di estinzione, ed Enrico si tirerà indietro in un batter d’occhio. Lucilla, così, dovrà decidere se gettare la spugna o tirare fuori la grinta ed accettare la sfida di gestire da sola la locanda.
Il libro ci è piaciuto da matti e Lorenza, una ragazza straordinariamente simpatica il cui cognome non potrebbe essere più azzeccato, ha accettato di parlarcene con squisita cortesia e disponibilità.
Nelle tue opere le protagoniste hanno delle fragilità, eppure sono sempre pronte a lasciarsi andare all’avventura. Quanto di te c’è in loro, e in Lucilla in particolare?
Sicuramente quando scrivo attingo a quello che è il mio sentire del momento; per me, cioè, scrivere un romanzo è fare i conti con quello che mi interessa, che sto provando, che per me è importante e che respiro intorno a me. Quindi, è come se ogni mio romanzo fosse un po’ uno specchio del periodo che sto vivendo. C’è moltissimo di me nelle protagoniste, eppure c’è uno scarto, nel senso che quando io le immagino sento la loro voce, il loro conflitto interiore, il loro modo di vedere il mondo e non è esattamente il mio. É come se io affrontassi degli argomenti che mi stanno a cuore, ma attraverso lo sguardo di qualcun altro che forse un po’ mi somiglia, e invece in tante cose è diverso da me. Lucilla, in particolare, vive un’insicurezza che io conosco molto bene: si sente sempre meno di qualcosa, pensa sempre di non essere abbastanza, quando arriva in montagna non sa fare niente, ma si affida al compagno del momento. Però allo stesso tempo è anche un’idealista, una donna che vede il bello intorno a sé, e che comunque non si lascia mai abbattere del tutto. In fondo è un’ottimista, nella migliore accezione del termine, nel senso che ha fiducia nel fatto che le cose possano migliorare. Ha un’idea anche molto romantica della montagna e in questo mi assomiglia molto.
Nella tua narrativa i luoghi sono dei veri e propri personaggi. Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo in un paesino di montagna a rischio spopolamento?
Sì è verissimo, in tutti i miei romanzi i luoghi agiscono sulla storia, sempre. In questo libro, a differenza degli altri, ho scelto di raccontare un luogo che inizialmente io non conoscevo, ma che mi ha folgorata. Mi sono trovata sulle Alpi Marittime per caso, nel corso di una gita di una giornata. Ho scoperto i borghi a rischio spopolamento che si trovano lì e anche una locanda, che davvero è stata riaperta da poco. Mi sono innamorata di quei posti, ho iniziato a frequentarli, a ascoltare le storie di chi ci vive, di chi è rimasto, di chi ci vorrebbe tornare. Già da prima volevo raccontare la realtà di un borgo a rischio spopolamento, ma non sapevo dove; l’Italia è piena di questi posti magici. Oggi, ci sono anche tante persone, soprattutto della mia generazione, che stanno decidendo di tornare in questi posti o di lanciarsi in nuove avventure, riaprire librerie, bar, locande, ristoranti, alberghi, e mi affascinava molto questo tipo di storia, perché forse una parte di me sogna un progetto di vita così. Magari so che non lo farò mai nella realtà, ma grazie ai miei romanzi posso concedermi questa possibilità. Quindi, mi ha ispirato il luogo di per sé, che poi è poco raccontato oggi, poco conosciuto, e che invece era molto interessante. Le Alpi Marittime sono il territorio della cultura brigasca, dalla quale sono rimasta affascinata e che ha una propria cucina, un proprio dialetto, delle tradizioni che si stanno perdendo. Dunque, raccontando questi luoghi e quest’umanità secondo me avrei fatto un lavoro bello e importante. Allo stesso tempo, l’ambientazione era perfetta per una protagonista che non sa più chi è, perché la montagna ti mette di fronte a te stesso, bene o male tu ti trovi a doverti guardare allo specchio e chiederti chi sei, cosa sai fare, cosa vuoi fare e cosa vuoi dalla vita.
Un tema importante del romanzo è quello dello sciame. Vuoi parlarcene?
Sì, nel romanzo c’è lo sciame, la comunità, l’idea di poter fare famiglia con persone che sono magari apparentemente molto diverse da noi, ma che in fondo rispondono allo stesso richiamo, e con cui quindi c’è qualcosa di forte che ti accomuna. Per me lo sciame sono i club del libro nelle librerie, sono i progetti umanitari, sono le cene di condominio, cioè tutto quello che ti unisce a prescindere da tutto ed è, io credo, un bisogno sempre crescente, un bisogno che abbiamo in un’epoca in cui invece siamo frammentati, siamo molto isolati dagli altri. Pur vivendo magari in grandi metropoli ci sentiamo soli; penso sia l’epoca della solitudine, rispetto al passato. E questa riscoperta invece del fare sciame, fare foresta, fare famiglia, ritrovarsi e aiutarsi nel senso più nobile del termine, quindi condividere, creare qualcosa insieme io penso che sia molto potente e che risponda ad un bisogno che abbiamo tutti oggi.
Eliseo, uno degli abitanti del paesino dove è ambientato il romanzo, ha detto: “non bisogna ritrovare la strada, ma trovare la strada”. Vuoi spiegarci questa frase molto bella?
È una frase molto importante, tanto che io l’avrei messa anche nella quarta di copertina, perché è il nucleo fondamentale di questa storia. Ritrovare la strada significa che la strada c’è già, che qualcuno l’ha scelta per te e tu ti devi adeguare, mentre trovare la strada lascia spazio alla scoperta, alla vita, e questo è esattamente quello che farà Lucilla in questa storia. Lei inizialmente lascia che siano gli altri a definirla, crede di doversi conformare, di doversi adeguare allo sguardo degli altri. Invece, nel corso della storia scoprirà che nessuno può saperlo, che solo lei può saperlo, ma che neanche lei lo sa finché non lo scopre, e che quindi c’è il piacere della scoperta. A un certo punto dice: “solo i principianti creano meraviglie, perché tu scoprendo qualcosa compi il piccolo grande miracolo della vita”.
Ci dici qualcosa di più del padre di Lucilla, il personaggio forse più positivo del romanzo?
Devo dire che il padre è molto amato. Penso che il segreto sia nel fatto che è un uomo, però allo stesso tempo riesce a trasmettere una cura incredibile a Lucilla. Noi intuiamo che lei è cresciuta con il padre e che il padre è riuscito, nonostante il dolore, la sofferenza e la sua condizione difficile, a trasmettere alla figlia tutto l’amore e la cura di cui lei aveva bisogno. Io ho intuito fin da subito che attraverso questa storia loro avrebbero approfondito il loro rapporto, perché credo che quando uno impara a trovarsi necessariamente rimette in discussione un po’ tutto quello che è stato prima, quindi deve rivisitare le relazioni importanti della propria vita. In questo caso c’è un esempio virtuoso, perché lei si trova e quindi il rapporto col padre si chiarisce e migliora.
Nei tuoi romanzi c’è sempre un grande messaggio di speranza. L’impressione è che tu scriva non solo per divertire, ma anche per aiutare, sollevare il pubblico. É così?
Io scrivo per aiutarmi e sollevarmi, però effettivamente è incredibile vedere che il messaggio che più ricevo è “parli di me”; quindi, quello che faccio per me stessa trova un riscontro identico nel lettore. Io non scrivo con lo scopo di aiutare, perché penso che non verrebbe altrettanto bene; lo faccio proprio come una ricerca di verità mia, quindi in questo senso i miei romanzi sono molto personali e molto sinceri. Però, effettivamente quando scrivo apro un dialogo con chi mi legge. Conosco bene il mio pubblico, ho un rapporto con i miei lettori, quindi so che la verità che io troverò, o che almeno intuisco, immagino, spero, risuonerà anche nelle vite degli altri, e questo mi dà un senso di gratificazione incredibile, dà proprio un senso a quello che faccio.
E allora come riconoscere “la volta giusta”?
Se c’è, una volta giusta. Il tema è proprio questo, forse smettere di chiedersi se è la volta giusta ma chiederci se è nostra, cioè se stiamo rendendo onore a quello che noi siamo, se la vita che viviamo ce la siamo scelti.
Vuoi accennarci qualcosa sui suoi progetti futuri?
Posso dire che ho iniziato a pensarci e che a breve spero di potermi mettere a scrivere.
Federica Focà
