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Domenica 1 Febbraio 2026 17:02

Con la riforma i giudici dipenderanno dalla politica? risponde Enrico Grosso

Necessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in

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Necessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in video pubblicato il 30 gennaio 2026 – in calce)

ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Professore Enrico Grosso, Presidente del Comitato Giusto Dire No, le chiediamo subito un commento sul famoso slogan che appare sui manifesti del comitato Giusto dire NO che sono stati affissi, in particolare nelle stazioni italiane: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” Uno slogan che ha sollevato le contestazioni del fronte del SI,  addirittura con  iniziative legali, perché molti sostengono che la  riforma non tocca l’autonomia della magistratura, che resta  scritta a caratteri cubitali nella Costituzione, e che quindi quello slogan è una fake news dei Comitati del NO. Ma è veramente una fake news?

PROF. ENRICO GROSSO: Provo a spiegarlo con le parole più semplici di cui sono capace. E’ ovvio che la Costituzione continuerà a proclamare in astratto “la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Ma questo di per sè non è sufficiente a garantire che lo sia davvero.

Perché, vedete, le Costituzioni sono meccanismi complessi, sono impasti di principi e regole. Vengono proclamati dei principi, poi a questi principi si affiancano delle regole che servono a renderli effettivi, perché i principi, finché sono lasciati soli, restano scritti sulla carta. Ai miei studenti faccio sempre questo esempio: durante la Rivoluzione francese, la prima cosa che scrissero gli autori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 era che la libertà personale doveva essere inviolabile, che nessuno poteva essere arbitrariamente arrestato in mezzo alla strada. Dopodiché, durante il Terrore giacobino, la gente veniva appunto arrestata indiscriminatamente e ghigliottinata il giorno dopo. Mancava un corpo di regole che rendesse effettivo quel principio così solennemente proclamato, e così il potere, di quel principio, poteva farsi beffe allegramente. Che cosa ci insegna tutto ciò? Che i principi non basta proclamarli, bisogna poi garantirne l’effettività con un sistema di regole che li inverino e li difendano nel quotidiano.

Allora che cosa ha fatto il Costituente nel 1947? Dopo aver proclamato il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, cioè della separazione e dell’equilibrio dei poteri, ha introdotto una serie di regole che rendessero effettivo quel principio, che scongiurassero il rischio che esso restasse scritto solo sulla carta. La principale di queste regole è stata l’istituzione di un organo costituzionale, che si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, al quale è stato affidato il delicatissimo compito di sottrarre alla politica, al potere politico, tutta una serie di decisioni concernenti lo status giuridico (e anche la vita personale) del magistrato che, se assunte da chi è titolare di potere politico, rischiano inevitabilmente di condizionare le decisioni giudiziarie che quel magistrato si troverà ad assumere.

I magistrati devono essere liberi di assumere le loro decisioni, in applicazione del diritto, senza timore delle conseguenze che ne potranno derivare. Il giudice davvero “terzo e imparziale” è il giudice che non ha paura, non ha paura di subire un arbitrario trasferimento ad altra sede, di avere un ritardo ingiustificato nella sua progressione in carriera, di vedersi incolpato disciplinarmente senza ragione, e così via. Tutti i provvedimenti amministrativi e disciplinari concernenti i magistrati devono essere assunti senza alcun condizionamento, neppure solo potenziale, da parte della politica. Perché tale condizionamento rischia inevitabilmente di “ricondurre”, per usare un verbo che forse piace ai membri del nostro attuale governo, i magistrati, inducendoli magari a non assumere quelle decisioni scomode e sgradite. E allora che cosa fece il saggio Costituente nel 1947? Disse: tutte queste decisioni – le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni, i trasferimenti, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati – devono essere assunte da un organo che garantisca piena indipendenza dalla politica. Questo organo si chiama Consiglio Superiore della Magistratura, che non a caso è composto in maggioranza di magistrati eletti dai loro colleghi – ed è importante che siano “eletti” – e da una parte minoritaria di professori universitari in materie giuridiche e avvocati, eletti dal Parlamento in seduta comune. Per inciso, l’idea dei Costituenti era che questi componenti “laici” (ossia individuati tra professori e avvocati e non tra magistrati) sarebbero stati scelti tra i migliori giuristi del Paese, i quali, in perfetta autonomia come dovrebbe garantire il loro status, insieme ai componenti eletti dai magistrati avrebbero garantito un vero “autogoverno” della magistratura. Il che non è avvenuto, da quando la politica ha cominciato a designare al CSM persone che assicurassero il massimo grado di fedeltà alle linee politiche dei partiti che li esprimevano.

Che cosa fa la riforma? Smonta il CSM, lo smonta in tre mosse.

Primo: lo divide in due, e tutte le volte che tu dividi un organo in due lo indebolisci, perché secondo il noto principio “divide et impera” due consigli tenderanno a confliggere l’uno con l’altro, a prendere decisioni magari in contrasto reciproco, a delegittimarsi a vicenda. In ogni caso i due CSM non rappresenteranno più il complesso della magistratura italiana, ma due corpi separati (che si vorrebbero pure antagonistici) e già solo per questa ragione risulteranno indeboliti.

Secondo: si sorteggiano i membri che provengono dalla magistratura. Non è una banalità, perché il sorteggio, oltre a essere umiliante in sé in quanto sembra presupporre che chiunque possa indifferentemente esercitare quella funzione senza badare a competenza, attitudine, carisma, credibilità personale e così via, impedisce che si realizzi quel necessario nesso di responsabilità e fiducia che solo l’elezione produce. Se io eleggo alcuni miei colleghi a svolgere un compito così delicato, quelle persone, che sono state investite con un mandato elettivo, si sentiranno particolarmente responsabili nell’esercitare quel delicatissimo ruolo. Invece si vuole sorteggiarli per sminuirne il ruolo, per banalizzarlo, quasi a dire “tu conti poco, ti sorteggio perché tanto potevo scegliere te come chiunque altro“. In un contesto in cui, invece, i membri laici non sono affatto sorteggiati, ma accuratamente scelti, dalla politica, tra i più fedeli, tra coloro che assicurino che gli interessi politici di coloro che li hanno scelti siano puntualmente perseguiti e realizzati. Una componente organizzata, da un lato, che si fronteggerà con una componente deliberatamente disarticolata, dall’altro.

Terzo: si sottrae al Consiglio Superiore la più delicata delle funzioni attualmente svolte dal CSM, e cioè la funzione disciplinare, quella che concerne il controllo deontologico sul corretto esercizio della funzione giurisdizionale, che può costituire la leva più potente per il condizionamento delle decisioni giudiziarie. E questa funzione a chi la si conferisce? La si conferisce a una fantomatica Alta Corte Disciplinare, che solo il nome sembra inventato apposta per intimorire i magistrati, la quale sarà a sua volta composta da magistrati e professori (o avvocati), naturalmente sorteggiati i primi, e invece accuratamente scelti i secondi, con i medesimi meccanismi sopra descritti.

Tutto ciò che cosa produce? Produce un aumento del timore da parte dei giudici delle conseguenze che potranno derivare dall’assunzione di determinate decisioni. Essi cominceranno di nuovo a pensare, come avveniva prima che la Costituzione istituisse quel CSM elettivo e autorevole: “ma se io prendo decisioni scomode, che cosa mi succede?” Oggi questo non avviene perché il CSM funge da scudo, da barriera, e difende i magistrati contro i tentativi della politica di condizionarne le decisioni. Il risultato è molto semplice: la Riforma abbassa in concreto le garanzie di indipendenza, che pure continuano ad essere proclamate in astratto.

ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Le motivazioni del Sì, che sono anche  in contraddizione tra garantismo e deriva securitaria, parlano di “invadenza della magistratura nelle decisioni della politica“.

 PROF. ENRICO GROSSO Questa è una storia veramente curiosa, perché qui dobbiamo metterci d’accordo. I fautori del sì sviluppano due argomenti che sono tra di loro in aperta contraddizione. Da un lato sento dire che i magistrati devono essere ricondotti a un sistema in cui un giudice davvero “terzo” valuti con maggiore imparzialità le richieste del pubblico ministero, così da evitare che vi siano eccessi nella privazione della libertà personale, o che i cittadini siano perseguiti penalmente anche quando non dovrebbero esserlo. Insomma, il sì servirebbe a limitare il potere eccessivo che oggi avrebbero i pubblici ministeri di pregiudicare i diritti dei cittadini innocenti. Si tratta di una narrazione garantistica e liberale, attraverso la quale si vorrebbe far passare il messaggio che la riforma serva a difendere gli individui dalle ingerenze arbitrarie da parte della magistratura sulla loro libertà. Circola però anche la narrazione opposta. Quella secondo cui oggi i magistrati si ribellerebbero alle politiche securitarie del governo, e dunque sarebbe per colpa dei magistrati se circolano nel paese così tanti criminali e così tanti immigrati irregolari, mentre il governo vorrebbe tanto difenderci dai criminali ma non riuscirebbe a farlo per colpa dei giudici che “si mettono di traverso”.

Ora, si devono mettere d’accordo tra di loro: il sistema attuale è sbagliato perché è troppo repressivo o è sbagliato perché è troppo liberale e garantista? La verità è che sono erronee entrambe le narrazioni. Ciò che davvero disturba il potere, il potere politico, è una magistratura che si sottragga ai suoi condizionamenti, che assuma decisioni libere, applicando la legge e – soprattutto – la Costituzione senza guardare in faccia a nessuno, anche contro il volere di chi sta al governo, qualunque sia il colore politico di quel governo.

Ma vogliamo ricordare quello che è successo nell’ultimo anno? Il Governo è riuscito a litigare con la Corte di Cassazione, con la Corte Costituzionale, con la Corte dei Conti, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la Corte Europea dei diritti dell’uomo, financo con la Corte Penale Internazionale (vi ricordate il caso Almasri?).

Allora, quando un governo comincia a litigare con tutte le massime corti giudiziarie, interne e sovranazionali, c’è qualcosa che non va. Ciò significa che in realtà è il potere politico ad essere sempre più insofferente nei confronti di qualsiasi forma di controllo. Ed è proprio questo lo spirito della riforma: abbassare di fatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per sottrarre la politica ai controlli cui oggi è per fortuna sottoposta. Questa riforma è figlia dell’insofferenza nei confronti di qualsiasi attività di controllo e di tutela della legalità, che è l’attività tipica di ogni organo di garanzia nello Stato di diritto. Del resto, tutto ciò è stato ampiamente confermato dal Ministro Nordio nel suo libro recentemente pubblicato, quando ha scritto, in un passo che cito sempre, a pagina 122 – ormai mi ricordo pure la pagina – “non vedo perché l’opposizione dovrebbe contrastare questa riforma, in fondo anche l’opposizione quando tornerà al governo con questa riforma recupererà la sua libertà d’azione“.

Ecco, è proprio questo che vogliono i sedicenti riformatori, ed è proprio questo che non voglio io. Cioè che la politica abbia una completa libertà d’azione dai controlli giudiziari. La politica non può pretendere, in uno stato costituzionale, di sottrarsi ai controlli giudiziari che qualificano lo Stato, appunto, come Stato costituzionale di diritto.

ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA  Questa riforma della magistratura non finisce qui, se sarà confermata dal  referendum ci saranno ulteriori  sviluppi, forse ancora peggiori.  Il ministro Tajani proprio recentemente ha dichiarato: “Dobbiamo andare avanti, non basta la separazione delle carriere, penso alla responsabilità dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se è giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati, discutiamone...”

PROF. ENRICO GROSSO : Forse quest’ultimo particolare, rivelato in un impeto di sincerità, dovrebbe far riflettere ancora di più tutti gli italiani sul possibile futuro che ci aspetta se questa riforma dovesse passare. Mi chiedo veramente se quella che hanno lanciato non cominci ad avere l’aspetto di una vera e propria crociata nei confronti del potere giudiziario, additato di tutte le colpe, e al quale si vorrebbe ora addirittura sottrarre la possibilità di disporre della polizia giudiziaria. Vorrei fare presente che oggi, per fortuna, la polizia è sotto il controllo della magistratura, cioè la polizia, nel momento in cui svolge attività di indagine e di controllo sulla commissione di reati, obbedisce agli ordini dei magistrati e non dei politici. Sapete qual è oggi, tra i tanti, il principale Paese in cui organi di polizia rispondono e obbediscono direttamente agli ordini del governo, e sono espressamente sottratti al controllo da parte della magistratura, tanto che quest’ultima non riesce più neppure a incriminare singoli agenti per i loro eccessi di violenza a danno dei cittadini? Sono gli Stati Uniti d’America: a Minneapolis il corpo dell’Immigration and Customs Enforcement, ormai famigerato in tutto il mondo civile, agisce fuori da qualsiasi controllo giudiziario preventivo, e si è messo a sparare per le strade ai cittadini americani inermi. Ovviamente io non sto dicendo che domani in Italia la polizia sparerà sui cittadini italiani inermi, ci mancherebbe! Ma quella è la possibile deriva di una polizia sottratta al controllo dell’autorità giudiziaria e direttamente rispondente ai governi: quando le autorità di polizia non sono più sotto il controllo dei magistrati, ma sono direttamente sotto il controllo del governo, il rischio è che il governo finisca per utilizzare la polizia per i suoi scopi, che oggi magari sono scopi perfettamente compatibili con le regole dello Stato di diritto e con l’amministrazione imparziale della giustizia, ma che non sappiamo se e fino a quando continueranno ad essere intesi nello stesso modo. Ricordiamoci che le leggi (e le costituzioni) sono scritte nei momenti di saggezza, per potersene servire nei momenti di follia. Le leggi (e le costituzioni) sono le corde che legano Ulisse all’albero maestro, per impedirgli di saltare in acqua e inseguire le sirene che lo perderanno. Teniamoci stretta, per favore, almeno la garanzia che l’attività di polizia sia controllata rigorosamente e quotidianamente dall’autorità giudiziaria. Questa è una delle grandi conquiste che il costituzionalismo ha saputo infine realizzare, e che la Costituzione italiana ha voluto prevedere proprio allo scopo di superare definitivamente una fase storica, nella quale credo nessuno di noi vorrebbe essere ricacciato. Quel periodo buio della storia d’Italia, quando la polizia era a disposizione, e a discrezione, del governo. Era il ventennio fascista. Spero che nessuno rimpianga quei tempi.

1 febbraio 2026

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I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli
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vedi anche
Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali

Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com


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