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Venerdì 6 Febbraio 2026 22:02

Pizzaballa: «È tempo di tornare in Terra Santa»



Il patriarca di Gerusalemme a San Francesco a Ripa per le celebrazioni francescane. «È una terra segnata dal dolore e dall’odio ma pure da tanta umanità». Il futuro? «A breve non vedo soluzioni, le ferite sono profonde, ci sono leadership deboli»

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«È tempo di tornare in Terra Santa. I pellegrinaggi sono sicuri. Le Chiese nel mondo ci hanno aiutato ma ora abbiamo bisogno di vedervi non solo con la solidarietà del cuore ma con la presenza fisica, anche per dire a palestinesi e israeliani che anche noi ci siamo in questa terra, abbiamo le nostre radici qui. È una terra segnata dal dolore e dall’odio ma pure da tanta umanità».  Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme ed ex custode di Terra Santa, ha concluso il suo dialogo con Maria Gianniti, inviata della Rai in Medio Oriente, questa sera, 6 febbraio, nella chiesa di San Francesco a Ripa, a Trastevere. L’incontro è stato organizzato nell’ambito delle celebrazioni per l’VIII centenario della morte del patrono d’Italia, promosse dal Comitato nazionale presieduto da Davide Rondoni.

Dopo i saluti del padre guardiano Paolo Maiello, che ha accennato al progetto della parrocchia “Rima – Rinascere insieme per amore” al servizio dei poveri, e di Rondoni, che ha definito la serata una «iniziativa simbolo del Comitato» e ha fatto riferimento alla raccolta fondi che la fondazione Italia per il Dono sta portando avanti per la Terra Santa, la giornalista ha iniziato il suo dialogo con il cardinale ricordando il clima teso che si vive in Medio Oriente.

«La parola di san Francesco, apparentemente molto semplice ma genuina, ha attraversato i secoli», ha detto Pizzaballa, che ha poi raccontato la sua vocazione e il suo arrivo «per obbedienza» a Gerusalemme: «Giunsi il 7 ottobre 1990. Non avevo mai visto armi. L’8 ottobre ci fu uno scontro con una ventina di palestinesi uccisi. Questo fu il mio impatto con il fuoco. Non eravamo preparati. Mi colpì che per la gente fosse quasi normale». Un’esperienza intensa, in anni difficili segnati anche dalla guerra in Siria. Fino a un nuovo 7 ottobre. «Ero in Italia, da mia madre. Mi chiamò il capo della comunicazione, non mi ero reso conto che era una cosa totalmente nuova».

Al ritorno, dopo non poche difficoltà, «capii subito dallo sguardo delle persone, dagli atteggiamenti che qualcosa era cambiato. C’era grande rabbia, grande dolore, anche nei nostri confronti da parte del mondo ebraico per dichiarazioni secondo loro tiepide, ma davvero non avevamo capito. La violenza era in crescita, ma non ce lo aspettavamo. Pensavamo che prima di Natale finisse tutto. Invece eravamo dentro qualcosa di completamente nuovo, era saltato un po’ tutto».

Il cardinale ha anche raccontato le sue quattro missioni a Gaza, l’impatto emotivo, le difficoltà, la necessità di una presenza per non fare sentire sola la comunità della parrocchia a cui Papa Francesco telefonava tutte le sere, la scelta dolorosa ma legittima di tante famiglie di abbandonare la Terra Santa in cerca di un futuro migliore per i propri figli.

E adesso? «La speranza nasce da dentro, dalla fede, da qualcosa che ti aiuta a guardare la realtà del mondo in maniera redenta. Ma trovare una soluzione è altro e a breve non la vedo, le ferite sono profonde, le popolazioni disorientate, ci sono leadership deboli, per usare un eufemismo. È inutile in questo momento pensare a una soluzione. Ci vorranno tempo e leadership forti non basate sulla paura dell’altro. Ora tutto si basa sulla sopravvivenza. Bisogna creare le condizioni per riportare la fiducia che non c’è più. Nel frattempo, bisogna resistere senza lasciare la narrazione agli estremisti. Usare parole diverse che non siano slogan. Servono gesti, iniziative concrete che aiutino a riportare fiducia. E non bastano le belle parole».

6 febbraio 2026

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