Martedì 10 Febbraio 2026 16:02
Fragilità e umanizzazione della cura: le priorità per il sistema sanitario


Giornata di studio, all'Ospedale Sant'Eugenio, alla vigilia della Giornata mondiale del malato. Il governatore del Lazio Rocca: «Non c’è soddisfazione finché l’ultimo dei cittadini non riesce ad avere una prestazione nei tempi giusti»
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Da una parte, le fragilità di cui prendersi cura, le solitudini da accogliere e le disuguaglianze da sanare. Dall’altra, l’umanizzazione delle cure come “compassione organizzata”, che chiama in causa le competenze ma anche e soprattutto l’umanità, tanto dei professionisti del sistema salute quanto delle persone malate. Intorno a queste coordinate si è sviluppata la giornata di lavoro organizzata dall’Ufficio diocesano per la pastorale sanitaria in collaborazione con Asl Roma 2 e Regione Lazio che si è svolta questa mattina, 10 febbraio, all’Ospedale Sant’Eugenio, alla vigilia della Giornata mondiale del malato. Al centro, le “nuove sfide” per i servizi sanitari.
A portare i saluti del cardinale vicario e «di tutta la Chiesa di Roma», il vicegerente Renato Tarantelli, che ha riportato al centro dell’attenzione il
messaggio del Papa per la Giornata del malato
, che «riprende la figura del buon samaritano ma sposta l’attenzione sulla dimensione comunitaria, sul noi». Ancora, mette a fuoco una sorta di «teologia della locanda», il luogo dell’accoglienza, «quasi un nuovo paradigma della dimensione dell’ospedale», in cui si uniscono «professionalità e prossimità».Ancora, ha sottolineato il vescovo, Leone «nel tempo dell’intelligenza artificiale riafferma la necessità di una dimensione umana che si fa carico del dolore dell’altro». Ne ha parlato, nel messaggio inviato al convegno, anche il ministro della Salute Orazio Schillaci, richiamando la questione «centrale» dell’umanizzazione delle cure, «tratto distintivo del Sistema sanitario nazionale». E «la compassione, come condivisione della sofferenza, racchiude l’impegno che come istituzioni ci assumiamo, nel garantire cure a chi soffre, nel realizzare modelli di presa in carico più vicini alle persone e continuità assistenziale più efficace», sono ancora le parole del ministro.
Di integrazione ospedale – territorio, della necessità di ripartire dall’ascolto, di empatia e gap territoriale si è parlato da vari punti di vista nei diversi saluti istituzionali, coordinati dal direttore generale della Asl Roma 2 Francesco Amato. Così come del ruolo della tecnologia e in particolare dell’intelligenza artificiale, chiamate ad «andare di pari passo con la misericordia, che è sentire con il proprio cuore il dolore dell’altro», ha sottolineato il presidente dell’Istituto superiore di sanità Rocco Bellantone.
Al tavolo dei relatori anche il presidente dell’Ordine dei medici Antonio Maggi, che ha messo l’accento sulle sofferenze dei colleghi che non vogliono più lavorare in Italia, come i 1.093 che nel 2025 hanno chiesto di andare all’estero, e su quelle dell’80% degli operatori sanitari, che sono donne «in un meccanismo organizzativo ancorato al passato e declinato completamente al maschile».
Di malattia e cura come «luogo teologico in cui si incontra Dio» ha parlato, nella lectio magistralis, monsignor Andrea Manto, vicario episcopale per la pastorale della salute. La Chiesa, ha ricordato, «è da sempre attenta ai malati: dove va in missione arrivano sempre scuola e ospedale, perché dove la dignità dell’umano è ferita, la cura è redenzione, è aiutare le persone a ritrovare la propria dignità, curando il corpo ma anche offrendo strumenti come l’istruzione». Gli stessi miracoli di Gesù, ha osservato, erano «segni del fatto che iniziava a ri-nascere la dignità umana ferita».
Manto ha ricostruito il cammino che ha portato all’istituzione della Giornata mondiale del malato, nel 1993, frutto di un’attenzione privilegiata di Papa Giovanni Paolo II per la pastorale sanitaria. Quindi ha riportato l’attenzione sul messaggio di Leone XIV e sulla necessità di «leggere la sofferenza come luogo in cui si misura la qualità dell’amore e la solidità di comunità e servizi di cura. La sanità pubblica – ha affermato – è prima di tutto un patto di civiltà. E il Papa ci richiama al cuore della compassione evangelica: è sguardo che si china, prossimità che si fa carico. Il samaritano costruisce un’alleanza di cura: la misericordia che diventa un noi».
La cura, nelle parole del sacerdote, è un «atteggiamento antropologico fondamentale», di cui «tutti abbiamo bisogno». Il pensiero è andato quindi alle tante situazioni «non curate, desolate. La sfida del dolore – ha aggiunto – si più vincere, limitare: penso alla disabilità complessa e alla fragilità anche dei caregiver, che spesso crollano per solitudine. Penso anche alla fine della vita, dove va garantito sollievo e anche sostegno spirituale, integrato nelle cure».
La cultura della rapidità «che trasforma l’atto medico in una catena di montaggio burocratica, l’etica della cura, la «compassione performativa», che è «virtù pubblica e competenza morale insieme, che aiuta a passare da un’idea del caso clinico, del numero, a un volto e a una storia, a una vita che chiede di essere accompagnata» E la «compassione sociale, perché nessuno resti solo nella fragilità». Nell’analisi di Manto, sono sfaccettature di un impegno da condurre insieme, come «un noi che si prende cura». Combattendo anzitutto il forte divario territoriale che c’è in Italia in ambito sanitario o il digital divide, che colpisce soprattutto gli anziani. «La sfida è generare comunità e generare fiducia. E la buona sanità genera fiducia».
Da Manto anche l’invito a pensare a «un laboratorio permanente di coprogettazione sull’umanizzazione, su cui l’ultima finanziaria ha investito anche delle risorse. La compassione così diventa struttura, l’umanizzazione sistema e la dignità criterio operativo. Curare – ha concluso – è un atto profondamente umano e la sanità di tutti è quella che non perde mai di vista il volto umano della persona che soffre».
Nella tavola rotonda moderata dalla giornalista Ansa Maria Emilia Bonaccorso, spazio agli interventi di Giovanni Leonardi del ministero della Salute e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza; del presidente Iss Bellantone, di Andrea Urbani, direttore regionale Salute e integrazione socio-sanitaria; di Andrea Piccioli, direttore dell’Istituto superiore di sanità, e di Americo Cicchetti, commissario straordinario di Agenas. Filo conduttore, l’umanizzazione come «competenza etica, morale, che fa parte delle competenze professionali». Tema sul quale è intervenuto anche Maurizio Zega, presidente dell’Ordine infermieri di Roma e coordinatore per il Lazio, accendendo i riflettori sulle difficoltà del settore che «negli ultimi 25 anni ha avuto un’evoluzione importante».
L’umanizzazione, insomma, declinata in tutti gli aspetti. Qualcosa di estremamente pragmatico, da coltivare con «il metodo della concertazione», a cui ha più volte invitato Manto. «Dall’ascolto reciproco deve nascere il lavoro insieme». Sulla stessa linea l’intervento del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. «Ci ritroviamo attorno a una parola che attraversa in profondità la storia dell’uomo e il senso dello stare insieme come comunità: la compassione», ha detto. Si tratta di «accettare di condividere il dolore. Non è una virtù opzionale, è un modo di stare nel mondo, che definisce il grado di umanità di una società». Per il governatore del Lazio, l’aspetto più difficile della cura è «riconoscere le difficoltà dell’altro nel mostrarsi nella sua debolezza. La fiducia – ha aggiunto – si costruisce sulla relazione personale. E noi stiamo cercando di costruire una sanità di relazione. È la responsabilità di chi fa lavoro amministrativo e di chi ha responsabilità politiche».
Alla sua giunta Rocca ha rivendicato il merito di tanti «miglioramenti» ma comunque, ha aggiunto, «resta significativo il numero di chi vive situazioni di sanità negata. Non c’è soddisfazione finché l’ultimo dei cittadini non riesce ad avere una prestazione nei tempi giusti. Su questo si incentra la mia interlocuzione con il ministro». Per il governatore del Lazio, «cambiare le cose è responsabilità corale che abbiamo tutti, io per primo, senza scaricare la responsabilità della compassione solo sul medico e sull’infermiere».
10 febbraio 2026
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