Mercoledì 11 Febbraio 2026 13:02
Santoro e l’orrore di Srebrenica


In "Nessun’altra casa", un’incursione nel lato più oscuro del Vecchio Continente, squassato dalla guerra russo-ucraina. E un invito a scoprire le ragioni per cui siamo obbligati a convivere
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Nel suo primo libro, La scoperta di Cosa Nostra, uscito nel 2020 presso Chiarelettere, Gabriele Santoro citava una dichiarazione di Giovanni Falcone: «La tendenza del mondo occidentale, europeo in particolare, è quella di esorcizzare il male proiettandolo su etnie e su comportamenti che ci appaiono diversi dai nostri. Ma se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia». Dopo aver letto il recente Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (Del Vecchio Editore), in cui il giovane autore romano raccoglie materiali sul famoso massacro balcanico, viene da fare la medesima riflessione.
Commetteremmo un errore se considerassimo lontane da noi le azioni compiute in Bosnia nel luglio del 1995, come se non ci riguardassero. E invece, lascia intendere Santoro, se l’Europa del futuro diventerà quella che non pochi continuano a sognare, pluridentitaria e multietnica, non potrà che paradossalmente ripartire proprio dalle ceneri di Srebrenica.
Questo libro, lo dichiara nel prologo lo stesso autore, è stato composto alla maniera di un mosaico. La sua struttura comprende dieci testimonianze di protagonisti diretti appartenenti a più generazioni, alcuni paesaggi simbolici (la biblioteca di Sarajevo, i ponti di Mostar, la storia di una fabbrica di legno e forse il cuore nero del testo, cioè un capitolo dedicato ai figli degli stupri) e un prezioso contributo di Miljenko Jergovic, uno dei più importanti scrittori bosniaci. È un’opera mista in cui il reportage giornalistico s’intreccia al documento storico, alla meditazione antropologica. Fondamentale risulta il lavoro che Santoro ha fatto sulle interviste, trasformandole in microracconti di grande intensità.
Resta negli occhi ciò che la violenza, come accade in ogni guerra civile, si trascina dietro, con il rischio che le ragioni e i torti arrivino a confondersi. Lo scrittore, a trent’anni dall’orrore,
mostra di essere interessato più alle domande che alle risposte. È la sensazione che provai io quando nel luglio del 1995, mentre a Srebrenica le famigerate unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladic uccidevano più di ottomila persone, ero in visita nel lager di Auschwitz: tanto più forte sarà la domanda, pensai, tanto più chiara potrà essere la risposta.
mostra di essere interessato più alle domande che alle risposte. È la sensazione che provai io quando nel luglio del 1995, mentre a Srebrenica le famigerate unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladic uccidevano più di ottomila persone, ero in visita nel lager di Auschwitz: tanto più forte sarà la domanda, pensai, tanto più chiara potrà essere la risposta.
Si tratta di un’incursione nel lato più oscuro del Vecchio Continente, ancora oggi squassato dal contrasto russo-ucraino. Un invito a scoprire le ragioni per cui siamo obbligati a convivere. Nessuno deve rinunciare a ciò che è, ma ognuno di noi dovrebbe mettersi a disposizione dell’altro, senza chiudersi a riccio sulle proprie presunte certezze. Proprio come avveniva, pur fra tante imperfezioni, nell’ex Jugoslavia, prima che la lebbra nazionalista distruggesse tutto.
11 febbraio 2026
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