Mercoledì 11 Febbraio 2026 11:02
Borrometi: «Sono preoccupato per lo stato dell’informazione in Italia»


Il giornalista e scrittore, da 14 anni sotto tutela per le sue inchieste sulla criminalità organizzata, è intervenuto al secondo incontro del ciclo "Narrazioni", a Gesù Divino Maestro. La sfida delle mafie e lo sguardo di speranza sui giovani, «appassionati e con grandi idee»
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Tutelare il valore delle idee e delle parole insieme alla libertà di poterle esprimere, soprattutto da parte dei più giovani che «noi adulti, con umiltà, dovremmo ascoltare di più». È questo il monito di Paolo Borrometi, giornalista e scrittore, intervenuto ieri sera, 10 febbraio, nella parrocchia Gesù Divino Maestro, alla Pineta Sacchetti. L’occasione: il secondo incontro del ciclo “Narrazioni”, promosso dalle associazioni L’Accoglienza onlus – l’ente che, tra le altre attività, cura l’organizzazione della casa famiglia “Casa Betania” -, Song-Taaba, promotrice di esperienze formative nei Paesi in via di sviluppo, e Mondo di comunità e famiglia (Mcf), che promuove iniziative di vicinato solidale.
«Sono preoccupato per la situazione dell’informazione che stiamo vivendo nel nostro Paese perché abbiamo dimenticato l’interesse a essere informato del cittadino, che dovrebbe esercitare un consumo critico dell’informazione, in questo grande Colosseo che è la realtà virtuale, dove è come se ancora venissero distribuiti “panem et circenses” per placare la rabbia, distogliere l’attenzione o indirizzare la narrazione», ha detto Borrometi che è anche presidente dell’associazione “Articolo 21, liberi di…” e della Scuola di formazione politica “Piersanti Mattarella”. «Dobbiamo avere il coraggio di dire le cose nel nostro Paese dove è stata accertato il legame tra “pezzi” di mafia e politici che hanno rivestito ruoli come quello di presidente del Consiglio: non possiamo e non dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia», ha ammonito con forza il giornalista originario della provincia di Ragusa, che da 14 anni vive sotto tutela a causa delle sue inchieste sulla criminalità organizzata.
In dialogo con l’autore e capoprogetto di TV2000 Dario Quarta, Borrometi ha ribadito più volte come «i giornalisti devono essere liberi dal legame con il potere» e che «non possono essere amici dei politici mai, perché ai politici i giornalisti “devono fare le pulci”»; ancora, l’esperto ha sottolineato il valore e la necessità del «giornalismo di inchiesta, che in Italia non esiste praticamente, eccezione fatta per “Report”, l’unico programma che fa inchiesta nel panorama della grande informazione». Un limite alla libertà autentica di informazione, all’approfondimento e all’inchiesta, per Borrometi, sono «gli editori “non puri”», laddove i proprietari delle testate giornalistiche hanno «troppi interessi in gioco perché contemporaneamente sono impegnati in attività imprenditoriali», sicché «le testate di loro dipendenza non sono libere nel trattare certe notizie, in certi ambiti», e l’informazione risulta viziata e «questo è inaccettabile».
Un altro spazio vuoto da riempire con un’informazione adeguata è, per il giornalista siciliano, quello «delle storie di tutte quelle persone di cui non si racconta ma che hanno combattuto e combattono la mafia non per diventare eroi ma per senso del dovere»; è anche grazie a loro che «noi viviamo in una società democratica – ha spiegato -: si tratta di persone positive e le mafie si combattono anche con le storie positive, con un certo modo di raccontare le cose e con il fare memoria, perché la mafia mira all’oblio». Un’attenzione particolare Borrometi l’ha dedicata a chiarire come «la mafia è molto cambiata negli anni: dopo le grandi stragi spara meno, e così suscita anche minore indignazione, e mira a fare più denaro perché questo è il fine ultimo delle mafie – ha chiarito -. Le mafie oggi mettono le mani negli appalti, nella cosa pubblica e noi abbiamo il dovere di raccontarlo perché così facendo strozzano l’economia dato che non ci permettono di fare imprenditoria e di avere i servizi».
Guardando in particolare a Roma, Borrometi ha affermato che «dalle mafie è considerata “città aperta” a tutti i tipi di attività e di traffici illegali: non è una mafia violenta, quella che vediamo nelle narrazioni dei film o delle fiction, ma invece ad esempio vive nelle attività di ristorazione, che aprono e chiudono per permettere il riciclo del denaro, o nello spaccio delle sostanze stupefacenti». A fronte di un quadro critico, Borrometi ha rivolto «uno sguardo di speranza ai giovani» perché «negli incontri nelle scuole li trovo sempre molto appassionati e con grandi idee e quello che non va può essere sconfitto dalle buone idee e dalle buone pratiche», ha concluso.
11 febbraio 2026
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Borrometi: «Sono preoccupato per lo stato dell’informazione in Italia»
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