Mercoledì 11 Febbraio 2026 12:02
La tomba di Giovanni XXIII nella Basilica di San Pietro: il papa del Concilio Vaticano II e della misericordia
La tomba di Giovanni XXIII nella Basilica di San Pietro: il papa del Concilio Vaticano II e della misericordia
Lungo la navata destra della Basilica di San Pietro, tra monumenti che parlano di riforme, potere e memoria dinastica, si incontra una tomba che appartiene alla storia più vicina a noi. È quella di Giovanni XXIII, il papa che nel 1959 annunciò a sorpresa il Concilio Vaticano II e che ancora oggi, nell’immaginario collettivo, resta […]
La tomba di Giovanni XXIII nella Basilica di San Pietro: il papa del Concilio Vaticano II e della misericordia
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La tomba di Giovanni XXIII nella Basilica di San Pietro: il papa del Concilio Vaticano II e della misericordia
Lungo la navata destra della Basilica di San Pietro, tra monumenti che parlano di riforme, potere e memoria dinastica, si incontra una tomba che appartiene alla storia più vicina a noi. È quella di Giovanni XXIII, il papa che nel 1959 annunciò a sorpresa il Concilio Vaticano II e che ancora oggi, nell’immaginario collettivo, resta il “Papa buono”. Qui la monumentalità cambia tono: non sembra chiedere ammirazione come per i monumenti barocchi, ma silenzio.

Nato Angelo Giuseppe Roncalli nel 1881 a Sotto il Monte (Bergamo), Giovanni XXIII fu eletto papa nel 1958. Molti lo consideravano un pontefice destinato a un governo breve e tranquillo. In realtà, il suo pontificato – pur breve, perché morì nel 1963 – fu tra i più incisivi del Novecento. Il suo tratto personale contribuì alla sua popolarità: linguaggio semplice, attenzione alla gente, un modo paterno e diretto di esercitare l’autorità.
Ma il punto decisivo è un altro: Giovanni XXIII scelse di convocare un concilio non per condannare qualcuno, ma per aprire una stagione nuova. Il 25 gennaio 1959 annunciò infatti la convocazione di un concilio ecumenico. La sorpresa fu enorme anche dentro la Chiesa: non c’era una singola eresia da colpire, né un’emergenza dottrinale paragonabile a quelle dei concili antichi. L’intenzione era diversa e, in un certo senso, più audace.
Il papa parlò di “aggiornamento”: non cambiare la fede, ma rinnovare il modo di comunicarla, di viverla e di proporla in un mondo profondamente mutato. Il dopoguerra, la secolarizzazione, la diffusione delle ideologie, la decolonizzazione, la Guerra Fredda: tutto stava cambiando. Giovanni XXIII intuì che la Chiesa rischiava di parlare un linguaggio percepito come distante, autoreferenziale, difensivo. Il Concilio doveva diventare un grande atto di ascolto e discernimento: leggere i “segni dei tempi” e ritrovare una parola cristiana comprensibile, non per inseguire il mondo, ma per incontrarlo. Il Concilio non nacque come tribunale, ma come evento pastorale. Non al centro “chi ha torto”, ma “come annunciare Cristo oggi”.
Il Concilio Vaticano II si aprì tre anni dopo, l’11 ottobre 1962, nella Basilica di San Pietro. Vi parteciparono oltre duemila vescovi provenienti da ogni continente: fu un’esperienza realmente universale. Giovanni XXIII seguì con intensità la prima fase dei lavori, ma morì il 3 giugno 1963, quando il Concilio era ancora in corso. Fu Paolo VI Montini a portarlo a compimento: il Concilio si concluse l’8 dicembre 1965. I lavori conciliari si svolsero in quattro sessioni e la lingua ufficiale era il latino.
Questa continuità è importante: Giovanni XXIII fu l’uomo dell’intuizione e dell’apertura, Paolo VI quello della costruzione e dell’attuazione. Ma senza l’atto originario di Roncalli, nulla sarebbe accaduto.
Il Concilio produsse 16 documenti. Tra questi, quattro costituzioni stanno al centro della svolta, trattando di liturgia, popolo di Dio, rivelazione e Chiesa nel mondo contemporaneo:
- Sacrosanctum Concilium: non solo “traduzione” della Messa, ma partecipazione più consapevole e attiva del popolo. Riconoscimento delle lingue “volgari” come adatte per la celebrazione dei Sacramenti, la Messa in primis.
- Lumen gentium: la Chiesa non è solo gerarchia; è anche Popolo di Dio, corpo vivo in cui la santità non è riservata a pochi.
- Dei Verbum: nuovo equilibrio tra Scrittura e tradizione, valorizzazione dello studio biblico e della predicazione fondata sulla Parola.
- Gaudium et spes: la Chiesa sceglie di dialogare con le domande dell’umanità, non di chiudersi in una cittadella assediata, impegnandosi per la pace, la giustizia, le libertà fondamentali.
Accanto a questi testi, furono altrettanto significativi l’apertura al dialogo ecumenico con gli altri cristiani, il ripensamento del rapporto con le altre religioni e l’affermazione della dignità della coscienza e della libertà religiosa. Il Concilio non cancellò la tradizione, ma cambiò il modo di stare nella storia: una Chiesa meno “contro”, più “per”; meno difensiva, più missionaria nel senso profondo del termine.
Giovanni XXIII non vedeva il Concilio come una resa, ma come un atto di fiducia: la verità cristiana non ha bisogno di paura per essere vera. Nel discorso di apertura, l’idea guida fu chiara: la Chiesa deve parlare al mondo non principalmente con condanne, ma con una medicina diversa, più evangelica. Questo passaggio è essenziale per capire la devozione popolare verso di lui: fu percepito come un papa capace di autorevolezza senza durezza, di fermezza senza freddezza. In altre parole: un papa che faceva respirare. E tutto questo spiega perché la sua tomba non è solo un luogo storico, ma un luogo affettivo.
La tomba di Giovanni XXIII si trova nella navata destra della Basilica, in una posizione facilmente accessibile a pellegrini e visitatori. A differenza dei grandi monumenti barocchi che la precedono, ricchi di allegorie e teatralità, qui domina la sobrietà: un altare in marmo chiaro, una grande lastra con inciso il nome IOANNES XXIII e le date del pontificato, e al centro una teca in vetro che custodisce il corpo del pontefice. Gli elementi decorativi in bronzo dorato dell’altare vennero realizzati da Novello Finotti. Non vi sono scene celebrative né figure simboliche scolpite; tutto è essenziale, discreto. La scelta architettonica riflette perfettamente il suo stile pastorale: più che imporsi allo sguardo, la tomba invita alla sosta silenziosa, trasformando uno spazio monumentale in un luogo di preghiera raccolta.
Il corpo del pontefice è custodito in una teca visibile. Questo dettaglio non è secondario: trasforma la visita in un incontro. Molti passano lentamente, si fermano, abbassano la voce. Qui la Basilica, per un momento, diviene intimità.
Alla sua morte, Giovanni XXIII fu inizialmente sepolto nelle Grotte Vaticane, come avviene tradizionalmente per molti papi. In seguito, con il riconoscimento ufficiale della sua santità, le sue spoglie furono traslate nella Basilica superiore, nella collocazione attuale: un passaggio che segna il mutamento della sua memoria da “papa della storia” a “papa della devozione”.
Il riconoscimento ufficiale della santità maturò nel tempo. Dichiarato Venerabile nel 1999, fu proclamato Beato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II. La canonizzazione avvenne il 27 aprile 2014, in Piazza San Pietro, durante il pontificato di Papa Francesco, nella celebrazione che vide proclamato santo, nello stesso giorno, anche papa Wojtila. In modo significativo, per Giovanni XXIII non fu richiesto un secondo miracolo formale: si volle riconoscere il peso spirituale e storico del suo pontificato, in particolare l’avvio del Concilio Vaticano II, come segno evidente di santità vissuta nella guida della Chiesa.
Quando nel 2000, in occasione della beatificazione, la tomba fu aperta per la ricognizione canonica, il corpo apparve in condizioni di conservazione sorprendenti. Il fatto colpì profondamente l’opinione pubblica e venne spesso descritto come “incorruzione”. In realtà non si tratta di un caso di incorruzione miracolosa formalmente riconosciuta, né di una mummificazione artificiale in senso stretto. La buona conservazione è spiegabile in larga parte con le modalità della sepoltura – una tripla bara in cipresso, piombo e rovere, capace di isolare efficacemente il corpo dall’umidità e dall’aria – e con i trattamenti conservativi ordinari riservati ai pontefici. Questi trattamenti non consistono in una mummificazione nel senso tecnico del termine, ma in pratiche volte a rallentare la decomposizione: in passato poteva essere effettuata l’eviscerazione, mentre in epoca moderna si ricorre a trattamenti antisettici e a una conservazione temporanea dei tessuti.
In vista dell’esposizione nella teca attuale, fu inoltre effettuato un intervento di sistemazione e protezione, compresa una maschera facciale in cera che restituisce uniformità ai lineamenti: la Basilica di San Pietro non è un luogo di esposizione “museale” dei corpi, ma uno spazio liturgico e devozionale, dove la visibilità delle spoglie è sempre legata al culto di un santo o di un beato.

Nel tempo, la tomba è diventata uno dei punti di sosta più frequentati. E non per curiosità, ma per un sentimento preciso: la percezione di una bontà concreta, non retorica, legata a un uomo che seppe aprire un cammino.
Un’ultima curiosità prima di proseguire nell’esplorazione della basilica: la tomba è collocata sotto l‘altare di San Girolamo, che prende il nome dalla pala a mosaico con una Comunione di San Girolamo realizzata nel 1732 che riprende un dipinto del Domenichino risalente al 1614. Osservando la scena, si può vedere il santo in fin di vita che sta per ricevere l’Eucaristia dalle mani del dottore della Chiesa Sant’Efrem il Siro, accompagnato dai discepoli.
[Maria Teresa Natale]
La tomba di Giovanni XXIII nella Basilica di San Pietro: il papa del Concilio Vaticano II e della misericordia
