Venerdì 13 Febbraio 2026 09:02
L’eredità di Vittorio Bachelet “raccontata” dal figlio Giovanni


L'incontro nella cappella della Sapienza a 46 anni dal suo omicidio per opera delle Br, con il giornalista Marco Damilano. I riferimenti per alimentare una nuova «forza di speranza» nella società di oggi, «il Vangelo e la Costituzione»
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Un uomo profondo e appassionato, rigoroso e insieme gioviale. Un papà molto impegnato e spesso lontano per gli incarichi professionali e associativi ma che «quando c’era dedicava tutto il tempo a noi, la sua famiglia», praticando «una pedagogia della risata». Così Giovanni Bachelet, figlio del giurista assassinato dalle Brigate Rosse nel 1980, ha ricordato ieri sera, 12 febbraio, il padre Vittorio, a 46 anni esatti dalla sua morte, in occasione del dialogo con il giornalista Marco Damilano organizzato nella cappella della Sapienza, a piazzale Aldo Moro.
«Vittorio Bachelet fu ucciso in una struttura pubblica dello Stato, qui in Sapienza, dove insegnò Diritto amministrativo, e fu l’undicesima vittima del terrorismo del 1980 – ha detto nel suo saluto introduttivo il cappellano don Gabriele Vecchione -. Fu ucciso per mettere a soqquadro l’ordine e l’equilibrio tra la magistratura, in quanto vicepresidente del Consiglio superiore, e gli altri organi dello Stato» e in questo senso «Carlo Maria Martini disse che fu un martire laico, colpito nell’esercizio delle sue funzioni laiche». Per Damilano, che ha espresso l’intenzione di intessere «un dialogo tra Vittorio Bachelet e l’oggi attraverso Giovanni», uccidere l’allora vicepresidente del Csm e presidente nazionale dell’Azione cattolica, equivalse a «colpire il sapere, la competenza e uno spirito critico».
In sintonia con questo pensiero, Giovanni Bachelet ha sostenuto che «la cultura e la scienza sono elementi di grande importanza per la coesione della società e pertanto le loro punte di eccellenza sono un bersaglio facile se si vuole scardinare la democrazia e seminare appunto il terrore», laddove chi dimostra «una qualità umana e insieme intellettuale e tecnica può essere visto come un intralcio». Fortunatamente, per Bachelet, «in nessun tempo mancano la competenza, la capacità e l’intelligenza» per cui è sbagliato seguire «la moda che ci fa dire che era molto meglio prima» perché «le cose brutte ci sono oggi, con la guerra mai così vicina ai nostri confini, e c’erano allora»; dunque non bisogna perdere «la speranza che anche oggi ci siano i nuovi Moro, Kennedy e Gandhi che ancora non abbiamo saputo riconoscere, magari proprio qui, tra questi giovani», capaci di «dare un nuovo volto al presente».
In particolare, per Bachelet, i riferimenti per alimentare una nuova «forza di speranza» nella complessa società odierna sono il Vangelo e la Costituzione e «il nucleo etico comune che li unisce»; ancora, serve «associarsi e non chiudersi in uno psicologismo e in un intimismo ma conservare un cuore aperto e aprirsi agli altri per crescere nella fede e nella conoscenza della Parola così come anche nella vita di tutti i giorni come cittadini», ha aggiunto. Interrogato infine sul motivo della risonanza che ebbe la preghiera che recitò, allora venticinquenne, ai funerali del padre, Bachelet ha considerato come da un lato «fu anche grazie alla potenza del mezzo televisivo, che permise di raggiungere molte più persone». Dall’altro, ha sostenuto che se quelle «parole di perdono e mai di vendetta» hanno dato «molto frutto è merito della Parola di Dio, della quale noi siamo in alcuni fortunati momenti dei portavoce». Così Bachelet, commosso, ha citato per concludere le parole del capitolo 10 del Vangelo di Matteo in cui Gesù, rivolgendosi ai discepoli ed esortandoli ad affidarsi alla forza dello Spirito del Padre, afferma: «Quando sarete davanti ai tribunali, non preoccupatevi di cosa dire».
13 febbraio 2026
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