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Domenica 15 Febbraio 2026 21:02

Il monumento funebre di Innocenzo XI Odescalchi in San Pietro: rigore, guerra e difesa dell’Europa cristiana

Il monumento funebre di Innocenzo XI Odescalchi in San Pietro: rigore, guerra e difesa dell’Europa cristiana


Lungo la navata sinistra della Basilica di San Pietro si incontra il monumento funebre dedicato a Innocenzo XI Odescalchi (pontificato 1676-1689). A differenza di alcuni sepolcri barocchi carichi di pathos teatrale, qui il linguaggio è più misurato. Il monumento, privo di grandi effetti scenografici, racconta la difesa di una civiltà sotto minaccia. Se non ne […]

Il monumento funebre di Innocenzo XI Odescalchi in San Pietro: rigore, guerra e difesa dell’Europa cristiana


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Il monumento funebre di Innocenzo XI Odescalchi in San Pietro: rigore, guerra e difesa dell’Europa cristiana


Lungo la navata sinistra della Basilica di San Pietro si incontra il monumento funebre dedicato a Innocenzo XI Odescalchi (pontificato 1676-1689). A differenza di alcuni sepolcri barocchi carichi di pathos teatrale, qui il linguaggio è più misurato. Il monumento, privo di grandi effetti scenografici, racconta la difesa di una civiltà sotto minaccia. Se non ne conosci la localizzazione quasi non ci fai caso, trovandosi in un’area poco illuminata. Ma ciò che attrae lo sguardo è la presenza di due cannoni e di una catasta di palle di artiglieria nel rilievo marmoreo. Perché inserire armi da guerra in uno spazio sacro? Analizziamo il contesto storico in cui visse questo pontefice.



Benedetto Odescalchi nacque nel 1611 a Como, da una famiglia di banchieri lombardi. Prima di divenire papa si distinse per rigore personale e competenza amministrativa: fu definito fin da giovane uomo di grande disciplina e integrità. Elevato al soglio pontificio nel 1676, ereditò uno Stato con le casse compromesse e avviò un severo programma di risanamento: tagli alle spese di corte, riduzione dei privilegi, controllo rigoroso delle finanze e dei beni ecclesiastici.

Fin dall’inizio del pontificato, Innocenzo XI volle dare un segnale chiaro. La sua incoronazione fu insolitamente semplice e sobria: il denaro risparmiato venne distribuito alle chiese e ai poveri di Roma. Non era un gesto simbolico isolato, ma l’espressione di una linea coerente. Il pontefice avviò una serie di provvedimenti moralizzatori che toccarono la vita quotidiana della città: cercò di limitare la diffusione del gioco del lotto , vigilò sulle rappresentazioni teatrali fino a tentare di reprimerle, e si attirò per questo il soprannome di “papa minga” – dal lombardo minga, “niente” – allusione al suo accento settentrionale e ai suoi continui divieti.

Il Carnevale fu vietato del tutto negli anni 1684, 1688 e 1689, e negli altri fortemente ridimensionato. Abolì la tradizionale regata sul Tevere nel giorno di San Rocco, devolvendo le somme destinate alla festa a un orfanotrofio. Arrivò perfino a proibire ai sacerdoti l’uso del tabacco da fiuto. Non si trattava solo di austerità personale: Innocenzo XI intendeva restaurare una disciplina morale che riteneva indispensabile per la credibilità della Chiesa in un’Europa attraversata da tensioni politiche e religiose.

Non fu un papa spettacolare, ma uno che cercò di mettere ordine in ciò che era disordinato. Rifiutò di accumulare onori e ricchezze per la famiglia Odescalchi, infrangendo una prassi molto diffusa nel Seicento. Il suo stile personale di povertà e disciplina segnò l’intero pontificato.

Innocenzo XI fu uno dei pontefici più austeri della sua epoca. Promosse una più stretta disciplina del clero, vigilò sull’osservanza delle regole liturgiche e protesse i seminari come centri di formazione rigorosa. Tale rigore non fu mera virtù personale, ma componente di una visione ecclesiastica che vedeva ordine morale e ordine spirituale come condizioni necessarie per affrontare le sfide del tempo.

Innocenzo XI non fu un grande urbanista come Alessandro VII, ma lasciò tracce significative nella città. I suoi interventi non furono spettacolari, bensì coerenti con il suo carattere: promosse il risanamento delle istituzioni romane dal punto di vista finanziario e morale, vigilò sulle rendite e sugli abusi amministrativi, sostenne opere religiose improntate alla sobrietà.



Diffuse il suo stemma contenente un’aquila imperiale coronata e un leone – su edifici e iscrizioni legate alla sua cura pastorale. Non come marchio trionfale, ma come segno di autorità disciplinata. Se Alessandro VII parlava attraverso la scenografia urbana, Innocenzo XI parlava attraverso l’ordine.

Al centro della scena politica europea del tardo Seicento vi fu uno scontro diretto tra la Santa Sede e Luigi XIV. Il re Sole sosteneva una corrente teologico-politica che tendeva a subordinare l’autorità del papa alle prerogative della monarchia francese e alle decisioni dei concili, limitando l’intervento romano nella vita ecclesiastica nazionale.

Nel 1682 l’assemblea del clero francese aveva approvato la Dichiarazione dei Quattro articoli. I punti principali affermavano che il papa non aveva autorità diretta nelle questioni temporali dei sovrani, che i concili generali possedevano una forma di superiorità in determinate circostanze, che le “libertà” della Chiesa gallicana dovevano essere rispettate e che le decisioni papali non erano definitive senza il consenso della Chiesa universale.

Si trattava della formalizzazione ufficiale del gallicanesimo: non un rafforzamento, ma una restrizione del primato romano in favore dell’autonomia della monarchia francese. Innocenzo XI si oppose con fermezza e rifiutò di confermare i vescovi nominati in quel quadro.

Il contrasto rappresentò il conflitto tra due modelli di autorità: la monarchia assoluta contro l’universalismo papale. Il papa non arretrò, pur pagando un prezzo diplomatico, perché riteneva la libertà della Chiesa un principio non negoziabile: rottura dei rapporti con la Francia, diocesi lasciate vacanti per anni e, nel 1688, una nuova occupazione di Avignone da parte di Luigi XIV – gesto che riproponeva, in un contesto ancora più grave, le tensioni già vissute sotto Alessandro VII. Durante il pontificato Chigi, infatti, i rapporti con Luigi XIV avevano conosciuto momenti di forte tensione, culminati nel celebre “affare della Corsica” del 1662. Con Innocenzo XI lo scontro divenne però più dottrinale e strutturale, investendo direttamente la natura dell’autorità pontificia.

Un altro motivo di forte tensione con Luigi XIV fu la questione del diritto d’asilo delle ambasciate straniere a Roma. Da tempo le sedi diplomatiche godevano non solo dell’immunità degli edifici, ma anche dell’estensione del privilegio ai quartieri circostanti, creando vere e proprie enclave sottratte alla giurisdizione pontificia. Innocenzo XI decise di porre fine a questa situazione, ristabilendo l’autorità pontificia su quelle aree. Tutti gli Stati europei si adeguarono, tranne la Francia.

Alla morte dell’ambasciatore francese, il papa rifiutò di riconoscere il nuovo rappresentante designato da Luigi XIV. L’ambasciata reagì occupando militarmente la propria sede romana; Innocenzo XI rispose con un atto di scomunica che coinvolse l’ambasciatore e i vertici politici francesi. La crisi diplomatica raggiunse livelli altissimi e si risolse solo sotto il suo successore, Alessandro VIII, nel 1690.

La sfida più drammatica per l’Europa cristiana in quegli anni non fu solo politica, ma militare. Dopo aver varcato l’Ungheria, l’esercito ottomano si diresse verso Vienna. L’assedio della città, iniziato nell’estate del 1683, fu percepito come un rischio esistenziale per la cristianità europea.

Innocenzo XI reagì in prima persona. Ratificò l’alleanza tra l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo e il re di Polonia Giovanni III Sobieski formando una Lega Santa. Per sostenere l’impresa contro l’espansione ottomana in Europa, promosse a Roma preghiere pubbliche, suppliche solenni e pratiche penitenziali straordinarie, affiancandole a un impegno finanziario concreto che gravò anche sui beni ecclesiastici. Nel momento più critico, il contributo finanziario pontificio risultò decisivo per mantenere coesa la coalizione.

Il 12 settembre 1683 la coalizione cristiana guidata da Giovanni III Sobieski liberò Vienna, assediata da quasi tre mesi dall’esercito ottomano comandato dal gran visir Kara Mustafa Pascià. La disfatta turca segnò l’inizio della fine dell’espansionismo ottomano nei territori dell’Europa orientale.

Ecco perché nel rilievo marmoreo del monumento compaiono cannoni, palle d’artiglieria e una città fortificata: non è un’esaltazione della guerra, ma la memoria scolpita della difesa di Vienna e dell’Europa cristiana.

Il monumento funerario, realizzato tra 1697 e 1701, è opera di Pierre Étienne Monnot su progetto di Carlo Maratta. Il sarcofago in marmo nero poggia su due leoni di bronzo, disposti frontalmente come custodi solenni dell’iscrizione centrale, dove compare la dedica a Innocenzo XI, fatta incidere nel 1700 dal nipote Livio Odescalchi. Sulle volute dell’urna siedono due allegorie femminili: la Religione, riconoscibile dalla croce che impugna con fermezza, e la Giustizia, armata di elmo, scudo e spada, a sottolineare il nesso inscindibile tra fede, ordine morale e difesa dell’autorità.



A prima vista colpisce la sobrietà compositiva: a differenza delle scenografie teatrali berniniane, l’architettura è verticale, stabile, segno di controllo e misura. Il pontefice è raffigurato in atteggiamento benedicente, con volto concentrato; la sua presenza è solenne ma non spettacolare.

Per comprendere appieno il significato di questo sepolcro vale seguire un percorso visivo guidato. Il papa non è trionfante, ma composto in preghiera, come ad esprimere la dimensione spirituale prima di quella politica. Il rilievo marmoreo con cannoni, palle, città fortificata è una rappresentazione evidente della battaglia di Vienna e della coalizione cristiana che Innocenzo XI sostenne. Lo stemma Odescalchi, riconoscibile nella grande aquila imperiale coronata, è segno di autorità e sobrietà.



Il rilievo non celebra la guerra come fine a se stessa, ma incornicia il papa come promotore della difesa dell’Europa cristiana. È un motivo raro nella scultura funeraria papale e deve essere letto nel contesto geopolitico dell’epoca.

La Battaglia di Vienna, protagonista del rilievo marmoreo, è raccontata anche nelle arti pittoriche. Una delle rappresentazioni più significative di quell’evento è conservata nei Musei Vaticani, dove è possibile ammirare il grande dipinto, realizzato da Jan Matejko nel 1883  per celebrare il secondo centenario della vittoria nella capitale austriaca della Lega Santa contro l’assedio turco che vede in primo piano Giovanni III Sobieski sul suo cavallo. Questo contrasto di linguaggi – marmo monumentale nella Basilica e pittura narrativa nei Musei Vaticani – offre al visitatore due modi di interpretare lo stesso fatto storico: uno monumentale e simbolico, l’altro narrativo e documentario.


Roma, Musei Vaticani, dettaglio della Vittoria di Giovanni III Sobieski sui turchi sotto le mura di Vienna (1883), olio su tela, di Jan Matejko [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY]Innocenzo XI fu beatificato nel 1956 da Pio XII. La sua memoria è legata alla fermezza dottrinale, alla difesa dell’autonomia ecclesiastica e alla disciplina morale. Nel corso dei secoli è stato letto come modello di integrità, dove la Chiesa non compromette i suoi principi pur negoziando con le potenze del mondo.

[Maria Teresa Natale]

Il monumento funebre di Innocenzo XI Odescalchi in San Pietro: rigore, guerra e difesa dell’Europa cristiana


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