Venerdì 20 Febbraio 2026 10:02
Stadio Flaminio e trasporto pubblico: una partita già vinta
L’altro ieri la Società Sportiva Lazio ha presentato al pubblico il progetto di ampliamento e rifunzionalizzazione dello Stadio Flaminio, già consegnato al Comune il 9 febbraio scorso. Il progetto prevede la ristrutturazione dell’anello originale e la realizzazione di un secondo anello coperto, sovrapposto a quello esistente, per allargare la capacità dell’impianto a circa 50.000 spettatori. La notizia era stata anticipata dall’Assessore Onorato la scorsa settimana, rispondendo ad alcune domande durante una trasmissione televisiva su La7. In particolare, la giornalista conduttrice criticava l’eccessiva vicinanza dello stadio al centro cittadino e le conseguenze sul traffico. È un’obiezione che a Roma torna ciclicamente: lo stadio “troppo centrale”, il rischio traffico, l’assedio delle auto. Puntualmente si chiede quindi di spostare gli stadi in mezzo ai campi dell’agro romano, con inutile e ulteriore consumo di suolo. Ma c’è un punto che nel dibattito pubblico continua a essere ignorato o sottovalutato: si può fare uno stadio senza auto. Il Flaminio è uno di questi. LA LINEA C, IL TRAM E LO STADIO Con la futura fermata Auditorium della Metro C e l’esistente Tram 2, il sistema può contare su una capacità complessiva di circa 54.000 passeggeri l’ora, sommando i due sensi di marcia. Se la capienza dell’impianto sarà confermata (50.000 posti) significa che, almeno teoricamente, l’intero pubblico potrebbe essere trasportato in un’ora. Nella progettazione degli stadi l’afflusso viene normalmente distribuito su 3 ore, mentre l’esodo su 2 ore. Avere una capacità di trasporto su ferro che permette un afflusso in un’ora significa essere ben oltre i requisiti minimi per un impianto di questa dimensione. Peraltro parliamo solo di Linea C e Tram 2, che sono immediatamente prossimi all’impianto: bisognerebbe invece aggiungere a questi conteggi anche il contributo della Roma – Civita Castellana – Viterbo, che si trova ad appena 800 metri dall’impianto grazie alla fermata Euclide, e il contributo della rete bus, che attraversa la zona con alcune linee portanti come il 200 e il 280, oltre a varie linee minori. Aggiungendo il contributo del 280, del 200 e della Roma – Civita castellana – Viterbo, arriviamo 61.000 persone l’ora, ovvero 11.000 persone l’ora oltre la capacità dell’impianto. LE PRESCRIZIONI Premesso quindi che l’impianto è in tutta evidenza trasportisticamente sostenibile, ci sono poche e mirate prescrizioni che, secondo noi, dovrebbe fare il Comune in sede di Conferenza dei Servizi, al fine di rendere l’impianto perfetto. Le riportiamo di seguito: Realizzare un percorso pedonale protetto dalla stazione Euclide della Roma-Civita Castellana-Viterbo allo stadio Flaminio; Realizzare, in accordo con l’esercente e la Regione Lazio, il rebranding della tratta urbana della Roma – Civitacastellana – Viterbo, rinominando la linea “Metro F”; Realizzare l’azionamento elettromeccanico dello scambio tranviario tra viale delle Belle Arti e via Flaminia, per permettere il transito dei tram regolarmente in direzione Mancini provenendo da piazzale delle Belle Arti, senza dover azionare manualmente lo scambio; Pedonalizzare le strade intorno allo stadio, realizzando inoltre un sottopasso carrabile tra viale Maresciallo Pilsduski e Lungotevere Flaminio. La Linea C e il potenziamento del tram 2 con nuovi tram sono interventi già in corso e in capo al Comune. LA VALORIZZAZIONE ARCHEOLOGICA Ci permettiamo di tralasciare brevemente il tema trasportistico per parlare di un monumento cittadino poco noto ma di grandissimo valore, un monumento che si trova accanto allo Stadio Flaminio, e che si troverebbe nelle immediate vicinanze del sottopasso che abbiamo proposto. Di fianco a viale Maresciallo Pilsduski, a 100 metri dallo stadio, giace dimenticata una piccola catacomba affrescata con i resti di una basilica, del tutto abbandonate. Si tratta della catacomba e della basilica di San Valentino, proprio “quel” San Valentino, il patrono degli innamorati, festeggiato il 14 febbraio. Morì e fu sepolto a Roma, lungo la via Flaminia, come riporta ufficialmente il Martirologo Romano della Chiesa Cattolica. Non si sa poi come e quali alterne vicende leghino questa figura al San Valentino di Terni, se siano la stessa persona o soggetti diversi; fatto sta che a la sua catacomba, con bellissimi affreschi paleocristiani, versa in uno stato pietoso. A nostro parere occorrerebbe realizzare, come opera compensativa allo Stadio, un museo che ospiti i resti di queste importanti strutture, anche in funzione della delicatezza dell’area in cui insisterà il nuovo secondo anello. Infatti, dal 2011 un Decreto della Soprintendenza di Stato dispone la tutela di alcuni mausolei di età repubblicana e di prima età imperiale, rinvenuti circa 4 metri sotto il piano campagna, presso la particella catastale 19 del foglio A537, che lambisce lo stadio. L’intero stadio, presumibilmente, è stato realizzato sopra un’area funeraria romana. Qualsiasi intervento di ampliamento sarà certamente caratterizzato da vaste indagini archeologiche preliminari, prescritte come è d’obbligo e prassi dalla Soprintendenza di Stato, con importanti ritrovamenti. Pensare di iniziare i lavori di un secondo anello senza una nuova casa per questi reperti sarebbe un’assurdità, perché come ci hanno insegnato le metropolitane, l’archeologia può coesistere con il nuovo e con il presente, ma questo è possibile solo se se ne ha cura, rispetto e conoscenza. UNO STADIO INUTILE E PERFETTO A poche ore dalla presentazione del progetto è immediatamente iniziata la demolizione, da parte della famiglia Nervi, di qualsiasi ipotesi che possa alterare l’impianto così com’è. Com’è noto, lo stadio fu progettato dall’architetto Antonio Nervi e dal padre Pier Luigi Nervi, ingegnere di fama internazionale, autore di alcune delle più straordinarie opere in cemento armato del Novecento. La famiglia Nervi è sempre stata molto protettiva sulle opere realizzate dai suoi avi illustri. Un atteggiamento in parte comprensibile: il Flaminio non è solo uno stadio, ma un manifesto di ingegneria strutturale, un esercizio di eleganza nel calcestruzzo armato, un esempio quasi didattico di come forma e funzione possano fondersi in un equilibrio raffinato. Le coperture sottili, la scansione delle travi, la leggerezza apparente delle strutture portanti sono ancora oggi oggetto di studio nelle facoltà di ingegneria. Tuttavia, la tutela dell’opera non può trasformarsi in cristallizzazione. Perché un’opera pubblica, per definizione, vive nel tempo. E il tempo cambia le esigenze, le normative, i flussi, le modalità di fruizione. Il nodo centrale non è se il Flaminio sia un capolavoro, lo è, ma se un capolavoro possa restare immutabile quando la città intorno a lui cambia. Uno stadio progettato per il calcio e il rugby degli anni Sessanta, per capienze e standard di sicurezza di quell’epoca, può davvero funzionare nel 2026 senza interventi sostanziali? Può rispettare le normative contemporanee su sicurezza, accessibilità, comfort, impianti, sostenibilità energetica, senza essere adattato? Qui si innesta il conflitto tra conservazione integrale e rifunzionalizzazione. L’approccio ultra-conservativo rischia di produrre un paradosso: salvare formalmente l’opera e condannarla, di fatto, all’abbandono. Perché un impianto che non può essere adeguato non sarà utilizzato. E un impianto non utilizzato, lentamente, muore. Non per volontà politica, ma per obsolescenza funzionale. Il funzionalismo, del resto, non è un tradimento dello spirito dei Nervi. Al contrario, Pier Luigi Nervi era prima di tutto un ingegnere pragmatico, capace di innovare proprio perché rispondeva a esigenze concrete. Difendere il suo lascito dovrebbe significare rispettarne il metodo, non congelarne le soluzioni tecniche e le composizioni architettoniche come se fossero intoccabili reliquie. Il Flaminio è oggi un impianto inutilizzato abbandonato al progressivo degrado, in una posizione strategica della città. La questione non è se modificarlo, ma come modificarlo per renderlo utile alla collettività. Se con un intervento rispettoso, reversibile, dialogante con la struttura originaria, oppure lasciarlo scivolare verso al più una sterile museificazione, peraltro economicamente insostenibile. In fondo, la vera tutela non è l’immobilità. È la continuità d’uso. Perché un’opera pubblica vive solo se viene abitata, attraversata, utilizzata; altrimenti resta un monumento vuoto: perfetto nelle proporzioni, ma privo di qualsiasi significato.
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L’altro ieri la Società Sportiva Lazio ha presentato al pubblico il progetto di ampliamento e rifunzionalizzazione dello Stadio Flaminio, già consegnato al Comune il 9 febbraio scorso. Il progetto prevede la ristrutturazione dell’anello originale e la realizzazione di un secondo anello coperto, sovrapposto a quello esistente, per allargare la capacità dell’impianto a circa 50.000 spettatori.
La notizia era stata anticipata dall’Assessore Onorato la scorsa settimana, rispondendo ad alcune domande durante una trasmissione televisiva su La7. In particolare, la giornalista conduttrice criticava l’eccessiva vicinanza dello stadio al centro cittadino e le conseguenze sul traffico.
È un’obiezione che a Roma torna ciclicamente: lo stadio “troppo centrale”, il rischio traffico, l’assedio delle auto. Puntualmente si chiede quindi di spostare gli stadi in mezzo ai campi dell’agro romano, con inutile e ulteriore consumo di suolo. Ma c’è un punto che nel dibattito pubblico continua a essere ignorato o sottovalutato: si può fare uno stadio senza auto. Il Flaminio è uno di questi.
Con la futura fermata Auditorium della Metro C e l’esistente Tram 2, il sistema può contare su una capacità complessiva di circa 54.000 passeggeri l’ora, sommando i due sensi di marcia. Se la capienza dell’impianto sarà confermata (50.000 posti) significa che, almeno teoricamente, l’intero pubblico potrebbe essere trasportato in un’ora.
Nella progettazione degli stadi l’afflusso viene normalmente distribuito su 3 ore, mentre l’esodo su 2 ore. Avere una capacità di trasporto su ferro che permette un afflusso in un’ora significa essere ben oltre i requisiti minimi per un impianto di questa dimensione. Peraltro parliamo solo di Linea C e Tram 2, che sono immediatamente prossimi all’impianto: bisognerebbe invece aggiungere a questi conteggi anche il contributo della Roma – Civita Castellana – Viterbo, che si trova ad appena 800 metri dall’impianto grazie alla fermata Euclide, e il contributo della rete bus, che attraversa la zona con alcune linee portanti come il 200 e il 280, oltre a varie linee minori.
Aggiungendo il contributo del 280, del 200 e della Roma – Civita castellana – Viterbo, arriviamo 61.000 persone l’ora, ovvero 11.000 persone l’ora oltre la capacità dell’impianto.
Premesso quindi che l’impianto è in tutta evidenza trasportisticamente sostenibile, ci sono poche e mirate prescrizioni che, secondo noi, dovrebbe fare il Comune in sede di Conferenza dei Servizi, al fine di rendere l’impianto perfetto. Le riportiamo di seguito:
- Realizzare un percorso pedonale protetto dalla stazione Euclide della Roma-Civita Castellana-Viterbo allo stadio Flaminio;
- Realizzare, in accordo con l’esercente e la Regione Lazio, il rebranding della tratta urbana della Roma – Civitacastellana – Viterbo, rinominando la linea “Metro F”;
- Realizzare l’azionamento elettromeccanico dello scambio tranviario tra viale delle Belle Arti e via Flaminia, per permettere il transito dei tram regolarmente in direzione Mancini provenendo da piazzale delle Belle Arti, senza dover azionare manualmente lo scambio;
- Pedonalizzare le strade intorno allo stadio, realizzando inoltre un sottopasso carrabile tra viale Maresciallo Pilsduski e Lungotevere Flaminio.
La Linea C e il potenziamento del tram 2 con nuovi tram sono interventi già in corso e in capo al Comune.
Ci permettiamo di tralasciare brevemente il tema trasportistico per parlare di un monumento cittadino poco noto ma di grandissimo valore, un monumento che si trova accanto allo Stadio Flaminio, e che si troverebbe nelle immediate vicinanze del sottopasso che abbiamo proposto.
Di fianco a viale Maresciallo Pilsduski, a 100 metri dallo stadio, giace dimenticata una piccola catacomba affrescata con i resti di una basilica, del tutto abbandonate.
Si tratta della catacomba e della basilica di San Valentino, proprio “quel” San Valentino, il patrono degli innamorati, festeggiato il 14 febbraio. Morì e fu sepolto a Roma, lungo la via Flaminia, come riporta ufficialmente il
Martirologo Romano della Chiesa Cattolica
. Non si sa poi come e quali alterne vicende leghino questa figura al San Valentino di Terni, se siano la stessa persona o soggetti diversi; fatto sta che a la sua catacomba, con bellissimi affreschi paleocristiani, versa in uno stato pietoso.
Dettaglio di un affresco sito nella catacomba di San Valentino
A nostro parere occorrerebbe realizzare, come opera compensativa allo Stadio, un museo che ospiti i resti di queste importanti strutture, anche in funzione della delicatezza dell’area in cui insisterà il nuovo secondo anello.
Infatti,
dal 2011 un Decreto della Soprintendenza di Stato dispone la tutela di alcuni mausolei di età repubblicana e di prima età imperiale,
rinvenuti circa 4 metri sotto il piano campagna, presso la particella catastale 19 del foglio A537, che lambisce lo stadio. L’intero stadio, presumibilmente, è stato realizzato sopra un’area funeraria romana.Qualsiasi intervento di ampliamento sarà certamente caratterizzato da vaste indagini archeologiche preliminari, prescritte come è d’obbligo e prassi dalla Soprintendenza di Stato, con importanti ritrovamenti. Pensare di iniziare i lavori di un secondo anello senza una nuova casa per questi reperti sarebbe un’assurdità, perché come ci hanno insegnato le metropolitane, l’archeologia può coesistere con il nuovo e con il presente, ma questo è possibile solo se se ne ha cura, rispetto e conoscenza.
A poche ore dalla presentazione del progetto è immediatamente iniziata la
demolizione, da parte della famiglia Nervi, di qualsiasi ipotesi che possa alterare l’impianto così com’è.
Com’è noto, lo stadio fu progettato dall’architetto Antonio Nervi e dal padre Pier Luigi Nervi, ingegnere di fama internazionale, autore di alcune delle più straordinarie opere in cemento armato del Novecento.La famiglia Nervi è sempre stata molto protettiva sulle opere realizzate dai suoi avi illustri. Un atteggiamento in parte comprensibile: il Flaminio non è solo uno stadio, ma un manifesto di ingegneria strutturale, un esercizio di eleganza nel calcestruzzo armato, un esempio quasi didattico di come forma e funzione possano fondersi in un equilibrio raffinato. Le coperture sottili, la scansione delle travi, la leggerezza apparente delle strutture portanti sono ancora oggi oggetto di studio nelle facoltà di ingegneria.
Tuttavia, la tutela dell’opera non può trasformarsi in cristallizzazione. Perché un’opera pubblica, per definizione, vive nel tempo. E il tempo cambia le esigenze, le normative, i flussi, le modalità di fruizione.
Il nodo centrale non è se il Flaminio sia un capolavoro, lo è, ma se un capolavoro possa restare immutabile quando la città intorno a lui cambia. Uno stadio progettato per il calcio e il rugby degli anni Sessanta, per capienze e standard di sicurezza di quell’epoca, può davvero funzionare nel 2026 senza interventi sostanziali? Può rispettare le normative contemporanee su sicurezza, accessibilità, comfort, impianti, sostenibilità energetica, senza essere adattato? Qui si innesta il conflitto tra conservazione integrale e rifunzionalizzazione.
L’approccio ultra-conservativo rischia di produrre un paradosso: salvare formalmente l’opera e condannarla, di fatto, all’abbandono. Perché un impianto che non può essere adeguato non sarà utilizzato. E un impianto non utilizzato, lentamente, muore. Non per volontà politica, ma per obsolescenza funzionale.
Il funzionalismo, del resto, non è un tradimento dello spirito dei Nervi. Al contrario, Pier Luigi Nervi era prima di tutto un ingegnere pragmatico, capace di innovare proprio perché rispondeva a esigenze concrete. Difendere il suo lascito dovrebbe significare rispettarne il metodo, non congelarne le soluzioni tecniche e le composizioni architettoniche come se fossero intoccabili reliquie.
Il Flaminio è oggi un impianto inutilizzato abbandonato al progressivo degrado, in una posizione strategica della città. La questione non è se modificarlo, ma come modificarlo per renderlo utile alla collettività. Se con un intervento rispettoso, reversibile, dialogante con la struttura originaria, oppure lasciarlo scivolare verso al più una sterile museificazione, peraltro economicamente insostenibile.
In fondo, la vera tutela non è l’immobilità. È la continuità d’uso. Perché un’opera pubblica vive solo se viene abitata, attraversata, utilizzata; altrimenti resta un monumento vuoto: perfetto nelle proporzioni, ma privo di qualsiasi significato.
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