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Lunedì 23 Febbraio 2026 15:02

Grand Tour delle Periferie Romane: 15. Dall’Idroscalo di Ostia a Ostia Levante

Grand Tour delle Periferie Romane: 15. Dall’Idroscalo di Ostia a Ostia Levante


La tappa del Grand Tour delle Periferie Romane che qui vi proponiamo  rientra totalmente nel territorio del X Municipio. L’itinerario, che include l’area dell’Idroscalo, prende avvio dalla stazione ferroviaria Metromare Ostia Centro per terminare alla stazione ferroviaria Metromare Stella Polare, per un totale di circa 13,5 km da percorrere a piedi in 5-6 ore. Questa tappa è diversa […]

Grand Tour delle Periferie Romane: 15. Dall’Idroscalo di Ostia a Ostia Levante


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Grand Tour delle Periferie Romane: 15. Dall’Idroscalo di Ostia a Ostia Levante




La tappa del 
Grand Tour delle Periferie Romane
che qui vi proponiamo  rientra totalmente nel territorio del X Municipio. L’itinerario, che include l’area dell’Idroscalo, prende avvio dalla stazione ferroviaria Metromare Ostia Centro per terminare alla stazione ferroviaria Metromare Stella Polare, per un totale di circa 13,5 km da percorrere a piedi in 5-6 ore. Questa tappa è diversa dalle altre. Non tanto per la distanza o per la difficoltà del percorso, quanto per la sua natura ambigua, sospesa tra città, mare, fiume e memoria. È una passeggiata che cambia volto a seconda del giorno della settimana, della stagione e perfino del vento.

Stazione ferroviaria Metromare Ostia Centro [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Stazione ferroviaria Metromare Ostia Centro [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Iniziamo dal piazzale di fronte all’uscita della Stazione ferroviaria, un punto che già da solo racconta il passaggio da Roma a qualcos’altro. Da qui prendiamo l’autobus 05 in direzione dell’Idroscalo e scendiamo alla fermata Idroscalo/Atlantici nei pressi della rotonda tra via dell’Idroscalo e via del Porto di Roma. Da lì, imbocchiamo quest’ultima e in breve raggiungiamo l’ingresso dell’Oasi LIPU.

Piazzale Stazione del Lido, fermata ATAC [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Piazzale Stazione del Lido, fermata ATAC [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Abbiamo scelto di percorrere questa tappa di sabato, anche per poter accedere a uno dei luoghi chiave del percorso: il Centro Habitat Mediterraneo (CHM), un’oasi naturalistica di circa venti ettari, parte della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. Si tratta di uno di quei luoghi che sorprendono proprio perché incastonati in uno dei contesti più fragili e contraddittori della periferia romana (il sabato e la domenica l’accesso è libero dalle 10 alle 13).

Ostia, Oasi Lipu [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ostia, Oasi Lipu [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]All’ingresso ci accoglie Simone, uno dei volontari dell’Oasi. Ci indica lo stagno, i canneti, i capanni per il birdwatching: oggi l’oasi appare come un luogo naturale, quasi ovvio. Eppure –  spiega – che trent’anni fa qui c’era una discarica abusiva, la periferia della periferia. Un paesaggio che non è nato da solo, ma da una scelta precisa. All’inizio degli anni Novanta una multinazionale australiana voleva costruire qui un delfinario. Il loro concetto di “sviluppo”: catturare delfini in libertà, metterli in vasca e vendere biglietti. Simone racconta la mortalità altissima dei cetacei in cattività, l’incompatibilità con il territorio, l’assurdità sociale del progetto. La sezione LIPU di Ostia reagì con una raccolta firme porta a porta. Non online. Banchetti, persone, tempo. In tre mesi migliaia di firme. Vinse un’idea diversa: rinaturalizzare, non sfruttare. Venne bonificata l’area, camion e camion di rifiuti portati via. Fu scavato il lago centrale, semplicemente intercettando la falda. Non fu imposto un paesaggio artificiale, ma ricreato quello che qui esisteva fino all’Ottocento, quando tutto il litorale laziale era un sistema di lagune costiere. L’acqua è dolce quasi tutto l’anno, diventa salmastra solo a fine estate quando la falda si abbassa. «Oggi l’Europa parla di Restoration Law», dice Simone. «Noi l’abbiamo fatta trent’anni fa». Mentre parla, alza lo sguardo, ci indica due grandi rapaci che stanno attraversando lo stagno, ali lunghissime, eleganti. Sono falchi di palude. Non sono enormi, ma in volo sembrano  grandissimi. Cacciano roditori, rettili, a volte piccoli pesci. La femmina – ci spiega – si riconosce dalla testa chiara color crema.

Ostia, falco di palude in volo sullo stagno dell'Oasi Lipu [Foto: cortesia Gabriela Haebich]
Ostia, falco di palude in volo sullo stagno dell’Oasi Lipu [Foto: cortesia Gabriela Haebich
Poi Simone snocciola numeri che fanno impressione: qui sono state identificate oltre 220 specie di uccelli. Alcune viste per la prima volta in Italia. C’è un gruppo di inanellatori che studia i passaggi migratori. Qui nidifica l’airone rosso, con diverse coppie: è stato il primo sito di nidificazione dell’Italia centrale. Sverna la rarissima moretta tabaccata, l’anatra più minacciata d’Europa, con piccoli gruppi di venti-trenta esemplari. Simone parla, ma intanto guarda il cielo. Ogni tanto interrompe il discorso per indicare un volo, un’ala, una sagoma.

La flora è quella tipica del litorale: lentisco, leccio, fillirea, corbezzolo, rosmarino, ginestra, tamerice, salice, fino al delicatissimo giglio di mare. Nel 2016, durante lavori di manutenzione, fu portato alla luce anche un bunker della Seconda guerra mondiale, probabilmente con funzione contraerea, ulteriore stratificazione di questo territorio.

Usciti dall’oasi, torniamo sui nostri passi fino alla rotonda di cui sopra. Nell’area verde recintata tra via dell’Idroscalo e via degli Atlantici, svetta Tor San Michele, una presenza massiccia nella piana. Dopo la disastrosa piena del Tevere del 1557, che modificò radicalmente il corso del fiume e rese inutilizzabile il castello di Giulio II a Ostia Antica, papa Pio IV Medici di Marignano (pontefice dal 1559 al 1565) ordinò il rafforzamento del sistema difensivo costiero. Il progetto della torre, avviato nel primo anno del suo pontificato, è tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti, anche se l’attribuzione non è mai stata accertata da documenti ufficiali. Alla sua morte subentrarono prima Nanni di Baccio Bigio e poi il figlio Alessandro. La torre fu completata nel 1569 e consacrata a San Michele Arcangelo da papa Pio V Ghislieri. Nel Novecento venne inglobata nell’Idroscalo e trasformata in radiofaro; durante la Seconda guerra mondiale fu utilizzata prima dalle truppe italo-tedesche e poi dagli Alleati come punto di avvistamento. Oggi resta come un monolite rinascimentale che guarda il mare e il fiume insieme, simbolo di un confine sempre instabile.

Ostia, Tor San Michele in restauro [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ostia, Tor San Michele in restauro [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Giriamo a sinistra in via dell’Idroscalo e, tenendoci a bordo strada, raggiungiamo il Parco letterario Pier Paolo Pasolini, inaugurato il 2 novembre 2005. Qui la natura si intreccia apertamente con la memoria politica e culturale del Novecento italiano. Pasolini, uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso, fu ucciso nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 proprio all’Idroscalo di Ostia, in uno spiazzo fangoso non lontano da qui. Per anni il luogo dell’omicidio rimase abbandonato, quasi rimosso. Solo nei primi anni Duemila, l’area, più volte vandalizzata, fu recuperata e trasformata nel tempo in un giardino letterario.

La scultura centrale, opera di Mario Rosati, raffigura un pilastro da cui si alzano due uccelli in volo sotto un disco lunare che rimanda alla notte dell’assassinio. Intorno si snodano due percorsi: uno curvo, con otto lapidi che riportano versi e brani tratti dalle opere pasoliniane; uno più sinuoso, dedicato ai titoli fondamentali della sua produzione poetica, narrativa, teatrale e cinematografica. Il silenzio che si crea qui è straniante se si pensa quanto poco distanti siano il traffico del porto turistico, le baracche e il mare in tempesta. Per l’occasione abbiamo selezionato una serie di citazioni pasoliniane, incentrate sull’Idroscalo, le periferie, le baracche, cemento e speculazione, il grigio, i margini, il mare.

Scultura in onore di Pier Paolo Pasolini all'interno del Parco letterario a lui dedicato presso l'Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Scultura in onore di Pier Paolo Pasolini all’interno del Parco letterario a lui dedicato presso l’Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]All’uscita del Parco, proseguiamo lungo via dell’Idroscalo costeggiando una serie di capannoni che non consentono di vedere il fiume, fino a raggiungere l’insediamento abitato.

L’Idroscalo di Ostia, ufficialmente intitolato all’aviatore “Carlo Del Prete”, nacque come aeroporto per idrovolanti nel 1919. Dopo una prima dismissione e una riapertura nel 1926, divenne uno degli scali più importanti d’Italia, frequentato da trasvolatori come Francesco de Pinedo e Italo Balbo. Dopo il 1943, con i bombardamenti tedeschi e la distruzione delle infrastrutture, il complesso fu abbandonato. Negli anni Sessanta l’area fu occupata da un insediamento spontaneo di pescatori, che si espanse progressivamente, diventando una borgata informale, fragile, continuamente esposta alle esondazioni del Tevere e alle mareggiate. Questo paesaggio marginale ha ispirato profondamente il cinema italiano: basti pensare ad Amore tossico di Claudio Caligari (1983), che racconta senza filtri la dipendenza dall’eroina che ha segnato un’intera generazione di giovani negli anni Ottanta, proprio tra queste spiagge e queste periferie.

Scorci dell'area dell'Idroscalo di Ostia [Foto A-B: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA; Foto C: cortesia Cristina Ruzza]
Scorci dell’area dell’Idroscalo di Ostia [Foto A-B: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA; Foto C: cortesia Cristina Ruzza]Ci perdiamo tra via delle Piroghe, via della Carlinga, via delle Petroliere, via delle Canoe, via degli Aliscafi. I nomi parlano di mare e di viaggio, ma la realtà è fatta di case basse, poco più che baracche, rifiuti abbandonati, carcasse di auto, divani, assi di legno, contenitori di plastica. È piovuto e il mare è stato mosso per giorni, costringendo i passanti a districarsi tra le pozzanghere. .

Scorci dell'area dell'Idroscalo di Ostia all'indomani di una forte mareggiata [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Scorci dell’area dell’Idroscalo di Ostia all’indomani di una forte mareggiata [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Camminiamo nella fanghiglia, con il Tevere a pochi passi, scuro e gonfio. Ogni tanto compaiono madonnine, piccole edicole votive incastrate tra recinzioni e muri: segni di una devozione quasi pagana, più che religiosa, protezioni minime in un territorio precario.

Edicolette mariane all'Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Edicolette mariane all’Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Ed eccoci alla foce del Tevere. Quando il mare è in tempesta, le onde si incrociano creando un impatto violento e ipnotico. Le correnti da nord e da sud si scontrano, l’acqua biancheggia. Quando il mare è più calmo, non è inusuale veder passare in entrata e uscita barche a vela e altre imbarcazioni mentre i pescatori lanciano le loro lenze dai frangiflutti a protezione degli argini.

La foce del Tevere dal lato dell'Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
La foce del Tevere dal lato dell’Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Nello slargo che ospita il campo di calcio informale dedicato a Pasolini, frequentato ancor oggi dai ragazzini delle baracche, sopravvive un altro bunker: durante la Seconda guerra mondiale i tedeschi si aspettavano lo sbarco alleato proprio qui, e prepararono Ostia con una fitta rete di fortificazioni, riutilizzando quelle predisposte dagli italiani. È qui che il Grand Tour mostra forse il suo senso più profondo: camminare nei luoghi dove la città finisce, ma la storia, la natura e la vita continuano a stratificarsi senza mai davvero separarsi.

Bunker presso l'Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Bunker presso l’Idroscalo di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Guadagniamo piazzale dei Piroscafi, che prosegue in via degli Aliscafi. Nella spiaggetta libera Celeste due pescatori stanno allestendo la barca. Pochi passi e raggiungiamo l’ingresso posteriore del Porto turistico di Ostia. Passiamo attraverso una porticina girevole, una soglia quasi banale, eppure basta varcarla per trovarsi in un altro mondo. Alle spalle lasciamo fango, baracche, bunker e margini instabili; davanti si apre uno spazio ordinato, lucidato, pensato per essere attraversato senza inciampi.

Alberi di barche a vela ormeggiate presso il Porto turistico di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Alberi di barche a vela ormeggiate presso il Porto turistico di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Sulla destra si susseguono le darsene, fitte di barche a vela e yacht. Tante, tantissime. È impossibile non pensare che questo sia uno dei punti in cui la disuguaglianza diventa visibile senza bisogno di spiegazioni: scafi bianchi, nomi eleganti, alberi maestri che si stagliano contro il cielo.

Sulla sinistra, invece, corre un lunghissimo porticato commerciale: ristorantini di pesce non esattamente popolari, locali dove mangiare ostriche e bere vino bianco, boutique, tavole calde, ma anche kebab bar e attività ibride che raccontano un tentativo di mescolare mondi diversi. Una passeggiata da salotto sul mare che convive, a pochi metri, con uno dei territori più fragili del litorale romano.

Il porto nasce negli anni Novanta come parte di un progetto più ampio di riqualificazione dell’area dell’ex Idroscalo. I lavori iniziano nel 1998 e l’inaugurazione avviene nel 2001. Oggi conta oltre ottocento posti barca, una passeggiata di milleduecento metri, negozi, aree espositive, cantieri navali e sedi delle forze dell’ordine. È uno dei luoghi dove Roma prova a mostrarsi “città di mare”, con risultati a volte convincenti, a volte stranamente artificiali. Lungo un tratto dei portici, svetta il murale Mucchio migratorio, di Lucamaleonte, nato dallo studio delle specie di uccelli legate al territorio e presenti nell’Oasi LIPU.

Murale di Lucamaleonte presso il Porto turistico di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Murale di Lucamaleonte presso il Porto turistico di Ostia [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Alla fine del porto turistico, in direzione di Ostia, costeggiando il lungomare Duca degli Abruzzi inizia un’ampia passeggiata ciclopedonale. Qui il percorso offre una scelta: restare sull’asfalto, ordinato e lineare, oppure scendere sulla spiaggia. Noi decidiamo di alternare i due piani del cammino, un po’ sopra e un po’ sotto, tra la regolarità della passeggiata e l’instabilità della sabbia. Qui l’accesso all’arenile è libero e le spiagge sono soprannominate con i colori: verde, ocra, senape, rosa… Una toponomastica semplice e quasi infantile, che sostituisce i nomi con sfumature e rende il litorale una sequenza di tonalità affacciate sul mare.

Ostia, lungomare Duca degli Abruzzi [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ostia, lungomare Duca degli Abruzzi [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Camminiamo sulla sabbia costeggiando lo  stabilimento Vittoria, in stile rétro, a voler ricordare tempi ormai lontani. A un certo punto lo sguardo viene catturato da una massa architettonica imponente, arretrata rispetto alla battigia ma ancora fortemente legata al mare.

Fronteggia il lungomare Paolo Toscanelli, è la ex Colonia marina Vittorio Emanuele III, uno di quegli edifici che non passano inosservati e che raccontano, da soli, un’intera stagione della storia italiana. La prima colonia marina di Ostia venne costruita tra il 1916 e il 1920 su progetto di Marcello Piacentini, in un momento in cui il mare veniva considerato uno strumento terapeutico e pedagogico. Il complesso originario sorgeva a pochi passi dall’acqua e comprendeva due strutture in cemento armato destinate ai dormitori, un edificio centrale per i refettori e due padiglioni con tetto in paglia per le attività all’aperto sulla spiaggia. Negli anni Venti, nel pieno delle politiche sanitarie del tempo, la colonia fu ampliata per rispondere alla lotta contro la tubercolosi. Tra il 1927 e il 1930 venne realizzato un nuovo edificio, progettato da Vincenzo Fasolo, che conferì al complesso una scala ancora più monumentale. Inaugurato nel 1932 come Ospizio Marino e Colonia Profilattica Vittorio Emanuele III, il nuovo edificio venne collegato al complesso originario di Piacentini tramite un sottopassaggio, ancora oggi esistente. Il vecchio nucleo, però, non sopravvisse alla guerra, distrutto dai tedeschi durante le operazioni di ritirata. Nel dopoguerra la colonia cambiò funzione: prima collegio, poi complesso destinato a servizi di pubblica utilità, tra cui la Biblioteca comunale Elsa Morante, un centro anziani, la mensa della Caritas. Qui, più che altrove, si vede come un’architettura nata per il controllo e l’educazione dei corpi sia stata progressivamente riabitata, svuotata di ideologia e riempita di bisogni concreti.

Ex Colonia marina Vittorio Emanuele III [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ex Colonia marina Vittorio Emanuele III [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Continuando in direzione del pontile, succede qualcosa di inatteso. Nell’acqua, tra gli scogli e le onde, compaiono delle statue. Non sono monumenti ufficiali, non hanno targhe istituzionali, eppure sono diventate negli anni simboli potentissimi per Ostia.

Davanti alla Biblioteca Elsa Morante, sul Pontile dei Pescatori – aperto nel 2006, distrutto da una mareggiata nel 2012 e da allora lasciato in balia del mare – il 6 giugno 2014 apparve all’improvviso una statua: la Venere delle Corde. Firmata Aevo (“A-Evoluzione nata dal mare”), è una Venere contemporanea, un’opera che sembra voler ricucire ciò che è stato spezzato: il rapporto con il mare, con la cultura, con l’identità del luogo. Non a caso diventa rapidamente un simbolo della lotta contro il degrado. Viene più volte restaurata, riposizionata, resiste alle mareggiate, alla neve dell’inverno 2018. La città si affeziona a lei come a una presenza viva.

Il 5 marzo 2019 comparve poco distante un’altra figura: Nettuno. La scelta non era stata casuale. Sotto la statua una citazione di Cicerone ricorda che il dominio del mare appartiene al dio: Ostia è mare, e quindi Nettuno. La statua – alta quasi due metri – venne collocata di notte, con un lavoro paziente e clandestino. Il tridente, costruito da un fabbro locale, divenne il suo segno distintivo. Nel 2019 una violenta burrasca strappò via braccio e tridente; nel 2024 la scultura fu vandalizzata. Ogni volta Nettuno venne rimesso in piedi e riparato, come se la città non volesse rinunciare a questi miti contemporanei, nati dal basso, senza permessi ma con enorme partecipazione.

Ostia: statue di Venere e Nettuno [Foto: cortesia Gabriela Haebich]
Ostia: statue di Venere e Nettuno [Foto: cortesia Gabriela Haebich]Arrivati all’altezza della grande rotonda che fronteggia il pontile, vale la pena fermarsi un momento. Non solo per orientarsi, o per decidere se proseguire verso il pontile o rientrare nel tessuto urbano, ma perché qui – tra lungomare, stabilimenti e traffico . si percepisce una cosa: Ostia non è sempre stata così. L’Ostia “moderna”, quella che conosciamo oggi come città di mare dei romani, è una costruzione relativamente recente.

La storia contemporanea del territorio ostiense comincia alla fine dell’Ottocento, quando venne avviata la grande bonifica delle aree acquitrinose. A lavorare furono soprattutto i braccianti ravennati, una presenza così importante da essere ricordata ancora oggi nella toponomastica: nomi di vie e piazze che, a chi ci passa distrattamente, sembrano semplici indicazioni stradali e invece sono piccole lapidi urbane.

Il salto decisivo arrivò nei primi anni del Novecento. Con la fondazione del Comitato pro Roma Marittima (1904) e l’affidamento di un Piano Regolatore, prese forma l’idea che Roma dovesse avere un suo fronte marittimo stabile e organizzato. Da lì, nei primi trent’anni del secolo, nacque e si consolidò Ostia Nuova: un’area residenziale fatta di villini liberty, palazzine eclettiche, edifici pubblici e architetture di rappresentanza, alcune firmate dai grandi nomi del periodo.

In parallelo, il lungomare cambiò pelle: si moltiplicarono gli stabilimenti balneari, luoghi di svago e ristoro, spazi pensati per la villeggiatura romana. E soprattutto Ostia diventò raggiungibile: la Ferrovia Roma-Ostia Lido e l’apertura della via del Mare trasformarono la distanza in abitudine. Il mare smise di essere un altrove e divenne una meta regolare per tante famiglie romane.

Poi arrivò il dopoguerra. I programmi edilizi e l’urbanizzazione massiccia, soprattutto verso l’entroterra, cambiarono l’equilibrio: Ostia Nuova perse gradualmente il profilo armonioso da zona di villeggiatura e assunse sempre più il ruolo di quartiere periferico romano, con tutto ciò che questo comporta: densità, contraddizioni, diseguaglianze, margini.

Eppure, nonostante le trasformazioni, il centro storico e il lungomare conservano ancora frammenti di quella stagione: dettagli architettonici, prospetti, linee, atmosfere. È una città che mostra ancora le sue stratificazioni – e forse è proprio questo che la rende così adatta a una tappa del Grand Tour: perché qui la periferia non è solo “fuori”, ma è anche una storia di progetti, di sogni, di espansioni.

Il Pontile di Ostia è uno degli elementi più riconoscibili dell’immaginario ostiense. La struttura attuale risale alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, quando venne ricostruita dopo i gravi danni subiti dal pontile degli anni Quaranta durante la ritirata tedesca del 1943. Da allora il pontile ha vissuto una storia di continua sfida con il mare: mareggiate ricorrenti, danni, interventi ripetuti, tra cui una ristrutturazione significativa negli anni Ottanta. Oggi, osservandolo da vicino, è evidente come avrebbe nuovamente bisogno di cura; ma forse è proprio questa sua fragilità esposta a renderlo così familiare e profondamente ostiense. Qui il Grand Tour si ferma quasi naturalmente. Alle spalle abbiamo la città, le architetture del Novecento, la memoria della bonifica. Davanti, il mare aperto, instabile, mai del tutto addomesticato.

Il pontile immette in una rotonda che ospita al centro una stele commemorativa a ricordo dell’impresa collettiva dei ravennati, arrivati alla fine dell’Ottocento per bonificare le zone paludose del litorale laziale. Senza di loro, molto probabilmente, Ostia non esisterebbe nella forma che conosciamo oggi. È un punto in cui la cittadina mostra la sua vera natura: un insediamento nato dal lavoro collettivo, continuamente esposto alle forze dell’acqua e costretto a reinventarsi a ogni mareggiata.

Ostia: stele commemorativa in onore dei bonificatori ravennati [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ostia: stele commemorativa in onore dei bonificatori ravennati [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Attraversato il Lungomare, si entra nel tessuto più storico di Ostia, dove iniziamo a vedere ciò che resta della sua stagione più elegante: villini liberty, palazzine eclettiche, inserti razionalisti. È una passeggiata che diventa improvvisamente architettonica.

Tra gli edifici iconici dell’area, nella limitrofa piazza Anco Marzio, ce n’è uno che non può passare inosservato: la palazzina detta “Il Pappagallo”, progettata nel 1929 dall’architetto Mario Marchi per l’impresa Fratelli Finocchi S.A.I.D. Già la planimetria racconta una certa ambizione: una forma a “C”, cinque piani che si sviluppano con ritmo ordinato ma giocoso. Il basamento presenta un bugnato a diamante evidenziato da fasce di colore verde. Al secondo e terzo piano si apre un doppio ordine di logge, sostenute da pilastrini in muratura, che alleggeriscono la massa compatta dell’edificio. Gli ultimi due livelli invece si distinguono per le ampie portefinestre con persiane gialle. E poi ci sono i dettagli: balaustre in tubolari di metallo rosso; balconcini triangolari con parapetto pieno; due torrini bianchi con oblò che coronano la struttura e le danno un’aria quasi navale, da transatlantico ancorato al lungomare. Non è difficile capire perché fosse stata ribattezzata “Il Pappagallo”: giallo, verde, rosso e bianco convivono in un accostamento audace, quasi sfacciato, che rompe la compostezza borghese delle palazzine vicine. Camminandoci accanto si ha la sensazione che Ostia, almeno in quel momento storico, non volesse essere soltanto una periferia balneare, ma un laboratorio di stile, una piccola città moderna affacciata sul mare, capace di osare e innovare.

Ostia: l'edificio noto come
Ostia: l’edificio noto come “il Pappagallo” [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Nel raccontare Ostia vale la pena fermarsi anche sulle eccellenze culinarie, che diventano simbolo di una una comunità. Una di queste sono i krapfen di Alessandro Paglia. La storia comincia lontano: 1935, via Cola di Rienzo, a Roma, con i fratelli Mazzi. Poi uno dei due arriva a Ostia portandosi dietro il celebre “missile” — che in realtà è un dirigibile, ancora originale e funzionante. La sede ostiense apre nel 1953, inizialmente sotto i portici, con il missile che usciva da un buco nel muro. Nel 1979 subentra la famiglia Paglia: prima Armando, oggi Alessandro. La ricetta? Materie prime di qualità, lievitazione giusta, frittura sul momento. Ne assaggiamo uno, alla crema, anche se ve ne sono di tanti tipi. E intanto il missile – chiamato anche sottomarino o astronave – sta sempre lì, e a richiesta viene azionato, per stupire sempre clienti nuovi e nostalgici.

Ostia: i Krapfen Paglia e il celebre dirigibile sparakrapfen [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]
Ostia: i Krapfen Paglia e il celebre dirigibile sparakrapfen [Foto: Maria Teresa Natale. CC BY NC SA]Imbocchiamo via della Stazione Vecchia, poi via Santa Monica per poi raggiungere viale della Marina fino al piazzale della Posta.

Se “Il Pappagallo” gioca con i colori e con un eclettismo ancora decorativo, il Palazzo delle Poste impone una grammatica diversa: linee nette, volumi puri, superfici compatte. Progettato da Adalberto Libera e inaugurato nel 1934, è uno degli esempi più interessanti di razionalismo italiano applicato a un contesto balneare.

Ostia: il Palazzo della Posta [Foto: cortesia Cristina Ruzza]
Ostia: il Palazzo della Posta [Foto: cortesia Cristina Ruzza]Ed è proprio questo che colpisce: un edificio modernissimo, quasi astratto, a pochi passi dal mare. La struttura si presenta come un insieme di volumi geometrici incastrati, con una grande parete curva che accompagna lo sguardo e ammorbidisce la rigidità razionalista. Le superfici sono chiare, essenziali, attraversate da lunghe finestre orizzontali che dialogano con la luce. Non c’è decorazione superflua. C’è proporzione, ritmo, controllo. Camminandoci davanti si percepisce il progetto politico che stava dietro queste architetture: l’idea di una modernità disciplinata, efficiente, statale. Le Poste, luogo di comunicazione e servizio pubblico, diventano simbolo di una città che vuole apparire ordinata e proiettata nel futuro.

Ostia: dettagli del Palazzo della Posta [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA; particolare lampada: cortesia Cristina Ruzza]
Ostia: dettagli del Palazzo della Posta [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA; particolare lampada: cortesia Cristina Ruzza]Da piazza della Stazione Vecchia – che deve il nome alla prima stazione ferroviaria inaugurata nel 1924 e demolita nel dopoguerra perché gravemente danneggiata dai tedeschi in ritirata – ci dirigiamo verso il Giardino Sant’Agostino, dove si trova una statua del santo patrono di Ostia, opera dello scultore Augusto Ranocchi.

A pochi passi il bel Palazzo del Governatorato, oggi sede del Municipio Roma X: costruito tra il 1924 e il 1928 su progetto di Vincenzo Fasolo, l’edificio si caratterizza per il gusto eclettico, che mescola suggestioni medievali e rinascimentali, con un uso calibrato di travertino e tufo dorato. L’ingresso principale è sovrastato da una torre compatta e affiancato da un portico ad arcate dal quale si scorgono pitture razionaliste.

Ostia: Palazzo del Governatorato [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: Palazzo del Governatorato [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]A breve distanza incombe la chiesa di Santa Maria Regina Pacis, uno degli edifici religiosi più riconoscibili del litorale. Fu costruita negli anni della Prima guerra mondiale dall’architetto Giulio Magni e dedicata alla Regina della Pace. La chiesa venne eretta sulla duna più alta, con la facciata rivolta verso il mare e preceduta da una scalinata monumentale, quasi a voler stabilire un dialogo diretto tra fede e orizzonte. L’impianto è basilicale, con navate coperte da crociere a tutto sesto e un’alta cupola ottagonale. Le grandi finestre laterali, ispirate all’architettura termale romana, inondano l’interno di luce. All’esterno, malgrado l’ampia volumetria, domina la sobrietà: cortina laterizia e inserti in travertino. In asse con la chiesa si trovava un tempo il celebre stabilimento Roma, oggi scomparso, che rafforzava il legame tra spiritualità, cura del corpo e villeggiatura.

Ostia: Chiesa di Santa Maria Regina Pacis [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: Chiesa di Santa Maria Regina Pacis [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Lungo via Vincenzo Vannutelli, incontriamo un luogo che appartiene più alla memoria affettiva che alla storia monumentale: il Parco dei Bambini Masci, noto a tutti come Il Paradiso dei Bambini. Inaugurato nel 1970, è lo storico parco giochi di Ostia. Ancora oggi offre giostre, autoscontri, trenini, e continua a essere uno spazio di socialità popolare, di compleanni, di rumore e risate. Anche questo fa parte del paesaggio urbano: non solo edifici simbolici, ma luoghi dove generazioni intere hanno imparato a stare insieme.

Ostia: il Parco dei Bambini Masci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: il Parco dei Bambini Masci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Imbocchiamo viale Cardinal Ginnasi e raggiungiamo il Giardino Paolo Orlando. Ci fermiamo davanti al busto dell’ingegnere, poi senatore: una presenza discreta, quasi dimenticata, eppure centrale nella storia di Ostia. Paolo Orlando (Genova 1858 -Rapallo 1943), erede della famiglia dei Cantieri navali Orlando di Livorno e figlio del senatore Luigi Orlando, dedicò gran parte della sua attività politica, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, alla sistemazione del Tevere e all’idea di uno sviluppo economico e sociale del litorale romano. Tra i suoi progetti più ambiziosi vi fu quello di dotare Roma di un porto commerciale di livello internazionale. Orlando non immaginava solo un porto moderno, ma anche un canale navigabile che arrivasse fino alla Basilica di San Paolo, portando idealmente il mare dentro Roma. Un progetto visionario, rimasto però incompiuto, come molte delle ambizioni marittime della capitale, a causa di ostacoli politici, tecnici ed economici.

Ostia: Ritratto di Paolo Orlando nell'omonimo giardino [Foto: Cortesia Gabriela Haebich]
Ostia: Ritratto di Paolo Orlando nell’omonimo giardino [Foto: Cortesia Gabriela Haebich]Siamo giunti al punto di partenza, ma il nostro itinerario non è finito. Oltrepassiamo la ferrovia attraverso un cavalcavia che ci porta in Largo Giovanni Roncagli per poi proseguire in via Capo Spartivento, costeggiando palazzine moderne. Lungo la via incontriamo un murale dell’artista Alessandra Carloni dedicato nel 2019 a Rinaldo Roncagli (1857-1929), ufficiale della Regia Marina, esploratore, geografo e idrografo, partecipò a spedizioni scientifiche in Sud America – dalla Patagonia all’Isola degli Stati – e legò la sua carriera allo studio e alla rappresentazione del mondo. Segretario generale della Società Geografica Italiana per oltre trent’anni, curò importanti atlanti per l’editore Hoepli e contribuì alla costruzione dell’immaginario geografico italiano tra Otto e Novecento.

Ostia: murale in ricordo di Rinaldo Roncagli [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: murale in ricordo di Rinaldo Roncagli [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Dopo aver imboccato sulla destra viale dei Promontori, facciamo una breve sosta presso la Chiesa  Santa Maria Stella Maris, eretta negli anni Settanta, in una Ostia ormai densamente abitata, su progetto dell’architetto Ennio Canino.

In occasione di un sopralluogo incontro Alessandro, un signore dall’aria gentile e curiosa. Vuole sapere da dove vengo, cosa sto facendo. Gli racconto del Grand Tour delle Periferie Romane, delle passeggiate, del tentativo di mettere insieme luoghi, storie, margini. Mi ascolta con attenzione, mi fa i complimenti, e poi – con naturalezza – mi invita a entrare in chiesa e a guardare i coloratissimi murali a firma di Kiko. La visita non è turistica, è confidenziale. Alessandro mi racconta che per molti anni ha dato una mano al vecchio parroco, don Leonardo. Camminando nello spazio sacro parla della vita quotidiana della parrocchia, delle trasformazioni del quartiere, delle persone che passano e di quelle che restano. Accanto alla chiesa mi indica un edificio: un tempo era una chiesetta ortodossa, oggi è diventato una struttura di accoglienza. Anche qui il confine è sfumato, come spesso succede a Ostia: gli spazi cambiano funzione senza perdere del tutto la memoria di ciò che erano. Prima di salutarci, Alessandro mi mostra un gioco di carte. Dice che è stato ideato da un tedesco, che serve a stimolare i bambini, a farli ragionare, a stare insieme; una parte dell’offerta sostiene le attività caritatevoli. Ne prendo una copia. Non tanto per il gioco in sé, ma perché quell’incontro – improvviso, gratuito, umano – è esattamente il motivo per cui si cammina. Il Grand Tour non è solo una mappa di luoghi, ma una collezione di relazioni momentanee: storie che si aprono per pochi minuti e poi si richiudono, lasciandoti qualcosa in tasca. Non solo un mazzo di carte, molto di più.

Ostia: Chiesa Santa Maria Stella Maris [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: Chiesa Santa Maria Stella Maris [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Riprendiamo il cammino e imbocchiamo via Mar Bianco, fino a raggiungere il Parco X Giugno, un’ampia pineta che dovrebbe offrire ombra e respiro. Ma basta guardare meglio: le radici affiorano dal terreno, contorte e scoperte, e molte chiome appaiono diradate, se non già morte. Anche qui il paesaggio racconta una fragilità silenziosa, fatta di incuria e stress ambientale, come se la natura urbana resistesse, ma a fatica.

Ostia: Parco X giugno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: Parco X giugno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Raggiungiamo via Gian Carlo Passeroni. Di fronte si staglia l’ospedale Giovanni Battista Grassi, che porta il nome di un celebre medico, zoologo ed entomologo. Il suo legame con Ostia nasce dai suoi studi sulla malaria, malattia che fino ai primi del Novecento decimava i bonificatori ravennati.  Grassi condusse qui ricerche decisive sul ruolo della zanzara anofele nella trasmissione del morbo e nel 1918 fondò a Fiumicino l’Osservatorio della Malaria. L’ospedale venne costruito a partire dal 1983 ed entrò in funzione tre anni dopo: un presidio sanitario che porta nel nome una storia intrecciata di scienza e territorio.

Ostia: Ingresso dell'Ospedale Grassi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: Ingresso dell’Ospedale Grassi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Poco oltre il Caffè al Parco entriamo nella Chiesa di San Nicola di Bari, collegata anche alla Cappella del Borghetto dei Pescatori, che avevamo visitato nella tappa precedente. La comunità è palpabile: ragazzini che giocano a pallone sul sagrato, scout a raccolta, un via vai che restituisce l’idea di un luogo vissuto.

Anche la cura dello spazio racconta questa vitalità. La chiesa è mantenuta grazie all’impegno diretto della comunità: come l’architetto Ennio Polidori, che ha recentemente restaurato amorevolmente tutte le formelle della Via Crucis presenti nel giardino, riportandole a nuova vita dopo il degrado accumulato a partire dagli anni Cinquanta.

Ostia: la chiesa San Nicola di Bari con dettagli della statua del santo e di due formelle della Via Crucis [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]
Ostia: la chiesa San Nicola di Bari con dettagli della statua del santo e di due formelle della Via Crucis [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Ci portiamo in via delle Fiamme Gialle per osservare da vicino l’ingresso del monumentale ex Collegio Navale IV Novembre, uno degli edifici più imponenti di Ostia Levante. Costruito tra il 1934 e il 1936 su progetto dell’architetto Giuseppe Boni, nacque come convitto per orfani e figli di dipendenti pubblici. Voluto direttamente da Mussolini e inaugurato il 4 novembre 19

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