Martedì 24 Febbraio 2026 13:02
Dimbleby e il suo “Finale di partita”


Non solo un libro di storia ma un racconto dalla natura insieme retrospettiva e prospettica, che lascia intendere le ragioni complesse in base a cui si muovono le forze che si scontrano oggi
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«Tempo presente e tempo passato /sono forse presenti nel tempo futuro, / il tempo futuro è contenuto nel tempo passato»: così scriveva T.S. Eliot, rievocando sant’Agostino, nel primo dei Quattro quartetti, pubblicato alla vigilia della seconda guerra mondiale. Non a caso Jonathan Dimbleby, singolare figura di storico inglese, presentatore di programmi radiofonici e televisivi, al termine di 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra (Feltrinelli Gramma), richiama questi celebri versi, quasi come una lunga scia in chiusura del suo avvincente racconto sul penultimo, cruciale anno del grande evento bellico, quando le truppe della Wehrmacht furono costrette a cedere il passo all’Armata Rossa, determinando le condizioni per una svolta radicale degli assetti geopolitici mondiali, le cui conseguenze arrivano fino ai nostri giorni.
L’autore, nato proprio nel fatidico 1944, ci tiene a ribadirlo: se non studiamo a fondo, come dimostra di aver fatto lui, i tragici accadimenti (battaglie sul campo e dialoghi diplomatici) intercorsi fra l’Operazione Barbarossa, quando nel l941 Adolf Hitler, rompendo l’Accordo Molotov-Ribbentrop, invase l’Unione Sovietica, e l’Operazione Bagration (dal nome del generale che fronteggiò Napoleone e morì a Borodino), il terrificante contrattacco russo destinato a schiacciare le truppe dell’Asse, non comprenderemo neppure la ragione per cui nel febbraio 2022 Vladimir Putin ha attaccato l’Ucraina.
Finale di partita non è quindi soltanto un libro di storia, sebbene ne abbia tutte le caratteristiche; possiede anche una doppia natura: retrospettiva, perché ripercorre l’inarrestabile riconquista da parte russa dei territori che i tedeschi avevano occupato e in qualche modo profanato, e prospettica, in quanto lascia intendere le ragioni complesse in base alle quali si muovono le forze che sono a contrasto oggi. Dimbleby lavora su diversi piani, alternando sguardi sintetici, nel momento in cui riassume le fonti, fra le più aggiornate, e analitici, quando concentra l’attenzione sui diari dei protagonisti, anche minori, senza dimenticare gli scrittori più importanti, primo fra tutti ovviamente Vasilij Grossman, ebreo ucraino, corrispondente di guerra al servizio della Stella Rossa, la cui madre Ekaterina scomparve nella bolgia.
Restano negli occhi le nefandezze compiute da entrambe le parti: memorabili le pagine dedicate alla rivolta di Varsavia selvaggiamente repressa dagli aguzzini nazisti, fra cui si contraddistinsero Oskar Dirlewanger e Bronislav Kaminski, veri demoni novecenteschi, mentre Stalin, senza intervenire, lasciava che Hitler distruggesse la città, in modo che dopo la guerra lui potesse soggiogare la Polonia come poi fece. È un bel modo di raccontare, apprezzabile sia dal comune lettore, sia da quello specializzato, non semplicemente divulgativo, ma neppure erudito accademico, nella più pura tradizione britannica.
24 febbraio 2026
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