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Lunedì 16 Febbraio 2026 13:02

Come riconoscere un boro

Partiamo da un concetto chiaro: il boro non sa di essere boro. Lui porta avanti il verbo con orgoglio e inconsapevolezza, per la semplice regola empirica che ci sarà sempre qualcuno più boro di lui. Non potete andare a viale Marconi da uno con il doppio taglio e domandargli: “scusa, sei boro?” perché quello vi […]

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Partiamo da un concetto chiaro: il boro non sa di essere boro. Lui porta avanti il verbo con orgoglio e inconsapevolezza, per la semplice regola empirica che ci sarà sempre qualcuno più boro di lui. Non potete andare a viale Marconi da uno con il doppio taglio e domandargli: “scusa, sei boro?” perché quello vi guarderà storto, e vi dirà: “ma chi boro io? Ma che non l’hai visto quello laggiù?” indicando uno sulla Magliana con i Carrera specchiati e il nome dell’ex tatuato sull’avambraccio. E quello con i Carrera e il tatuaggio dell’ex a sua volta vi indicherà uno che arriva sgasando da Ostia su una Golf GTI con triplo scarico. Si può andare avanti così avanti all’infinito fino all’inizio della piramide alimentare della coattaggine, un po’ come la canzone della Fiera dell’Est. A questo punto però dovete farvi un po’ d’autoanalisi e chiedervi: per chi sono boro io? 

Ci sono però alcuni punti fermi storici dell’essere boro, delle caratteristiche che, quando presenti, portano a verdetto certo. Prima tra tutte: il boro ripete il verbo alla fine della frase. Sempre. “M’hanno rubato la macchina m’hanno rubato”. Più che intercalare è un rafforzativo che sottolinea il rodimento di cu*o.
In alternativa, quando non ripetono il verbo, aprono e chiudono la frase con un bell’ao: “Ao ma m’hanno rubato ‘a macchina ao”. Percepite quanto je brucia?
Ovviamente racconta il fattaccio all’amico suo al telefono, urlando: perché usare le cuffiette quando esiste il vivavoce? Il boro usa SOLO il vivavoce. Sul treno, per strada, in Metro, al supermercato. È lo stesso che ha come suoneria una canzone strappalacrime di Baglioni o Venditti, altrimenti si lanciano sul reggaeton. Ovviamente il telefono non è mai in silenzioso e gli squilla tra le 88 e le 120 volte al giorno.

Il boro, quando dice “coatto” a qualcuno, è sempre in accezione positiva. “Quanto è coatta sta camicia, quanto è coatta sta macchina”, è il più grande complimento che un boro ti possa fare.

Poi c’è la genitorialità. Il boro, quando diventa padre, chiama il figlio “papà”. La bora, quando diventa madre, chiama il figlio “mamma”. Anche qui, tutto nella più totale inconsapevolezza del cortocircuito linguistico e degli anni di analisi a cui stanno condannando il piccolo Kevin: “Mangia che se fredda papà” o ancora peggio “pia la medicina mamma”. Deriva tutto da: mangia a papà → mangiappapà → mangia papà. Di solito sono gli stessi genitori bori che baciano in bocca Kevin (anche in pubblico) fino ai 15 anni compiuti. 

Altra curiosità: i bori invertono sostantivo e pronome. Quello è un mio amico → quello è amico mio. E se non dicono così, vuol dire che non siete davvero amici. 

Infine, i bori sono grandi lavoratori e la domenica, cascasse il mondo, si vogliono rilassare e vanno al centro commerciale. Porta di Roma, Euroma2,  Roma Est, IKEA Anagnina… C’è l’imbarazzo della scelta, l’importante è barricarsi dentro dalla mattina alla sera, senza vedere mai il sole, ovviamente con pranzo da Old Wild West.

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