Venerdì 27 Febbraio 2026 09:02
Roma, dove anche le transenne aspirano all’eternità


Lettera aperta del rettore della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, sopra al Carcere Mamertino, sulla situazione in atto nella strada di accesso al luogo di culto
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Roma, dove anche le transenne aspirano all’eternità
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A Roma esistono luoghi in cui il tempo si è fermato; qui, però, più che l’orologio sembra essersi bloccata la pratica. L’eternità non si contempla: si protocolla. Provo a spiegarmi meglio. Siamo tra via di San Pietro in Carcere e Clivo Argentario, dove il Carcere Mamertino riposa incastonato tra la Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami e quella dei Santi Luca e Martina, nel pieno abbraccio archeologico del Foro Romano. Un angolo abituato, per stratificazioni successive, a invasioni, crolli imperiali e restauri pontifici. Un po’ meno, forse, alla permanenza delle barriere metalliche.
Tutto comincia con la caduta di un albero su via dei Fori Imperiali. Episodio serio, che imponeva un intervento tempestivo. La sicurezza non si presta all’ironia, e infatti l’azione è stata rapida e ben visibile. Le transenne sono comparse con l’efficienza che a Roma si riserva alle emergenze dal forte valore simbolico. Il punto è che, come accade di frequente, ciò che nasce come misura provvisoria sviluppa un certo attaccamento al territorio. Così un’area già appartata si è trasformata in una piccola enclave regolamentata. Dalla via principale non si accede più. Per i residenti, ogni spostamento in auto richiede una pianificazione quasi strategica. L’Urbe, all’improvviso, sembra esigere non soltanto permessi formali, ma una sorta di legittimazione morale.

A pesare non è soltanto il disagio concreto, pur presente, quanto l’assenza di comunicazione. In una città che discute da tremila anni, il silenzio delle autorità sui tempi e sulle modalità di ripristino risuona più delle transenne stesse. L’albero è stato rimosso e le verifiche sugli altri esemplari di via di San Pietro in Carcere avrebbero dovuto seguire un calendario; quale sia, però, resta materia da archeologi.
Nel frattempo la quotidianità si riorganizza con spirito capitolino: si forniscono agli amici istruzioni degne di un sito protetto; si calcolano i percorsi come esploratori urbani; si accetta, con una certa filosofia, che abitare nel centro della storia comporti qualche complicazione. Ma la storia insegna che le misure straordinarie, per non trasformarsi in consuetudine, hanno bisogno di una scadenza.
Il Carcere Mamertino resta un monumento. Sarebbe rassicurante sapere che la reclusione continui a essere soltanto una memoria museale e non un’esperienza logistica. Vivere nel cuore di Roma è un privilegio; sentirsi nel cortile interno di una fortezza burocratica, decisamente meno. Sarebbe dunque auspicabile che dal Campidoglio qualcuno si decidesse a rompere il torpore e restituire normalità a questo frammento di città.
27 febbraio 2026
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