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Venerdì 27 Febbraio 2026 13:02

10 anni di corridoi umanitari, Sant’Egidio: «Una storia felice»



Il 29 febbraio 2016 il primo arrivo di 97 profughi, per lo più famiglie di Siriani, al terminal 5 dell'aeroporto di Fiumicino. Impagliazzo: «Segno di speranza e antidoto all'indifferenza»

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Era il 29 febbraio del 2016 quando al terminal 5 dell’aeroporto di Fiumicino arrivano dal Libano 97 profughi, per lo più famiglie di siriani che fuggivano dalla guerra in corso e che non avrebbero avuto modo di raggiungere l’Europa se non con i viaggi della disperazione nel Mediterraneo, come tanti altri. Era l’inizio di «una storia felice»: quella dei corridoi umanitari organizzati dalla società civile in accordo con lo Stato italiano, primo Paese in Europa ad renderli possibili, seguito poco dopo da Francia, Belgio e Andorra. A renderlo possibile, il protocollo che Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione delle Chiese evangeliche in Italia avevano sottoscritto nel dicembre 2015 con i ministeri degli Esteri e dell’Interno, che prevedeva il rilascio di visti umanitari a rifugiati considerati “vulnerabili” e in fuga dalle guerre. Tutto a carico delle organizzazioni promotrici, che si sarebbero occupate di trovare gli alloggi e avrebbero favorito l’integrazione con l’apprendimento della lingua, l’iscrizione dei figli a scuola e l’avviamento al mondo del lavoro.

«In altre parole – scrive oggi la Comunità di Sant’Egidio – l’autonomia e l’inserimento nella società italiana poco tempo dopo essere entrati in modo regolare, sicuro per sé, con un normale volo di linea, e per gli altri, gli italiani che accolgono, e avere ottenuto lo status di rifugiato». Ancora, «con le case di prima accoglienza offerte da associazioni e parrocchie, ma spesso anche da semplici cittadini: una mobilitazione a tutto campo della società civile e, in qualche caso, anche grazie all’impegno di alcuni piccoli borghi italiani a rischio di spopolamento». Una via sicura e praticabile , insomma, mentre «continuano i drammatici viaggi nel deserto e nel Mediterraneo, con migliaia di morti, di cui quasi nessuno più parla, vergogna per l’Europa e ferita per l’Africa e gli altri continenti di provenienza».

Pochi giorni dopo il primo arrivo, il 3 marzo 2016 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò dei corridoi umanitari come di «quella avanguardia della solidarietà» di cui è capace l’Italia, oltre ad essere un modo per osservare «la nostra Costituzione, le carte sui diritti dell’uomo e i principi umanitari della convivenza». Subito dopo, il 6 marzo Papa Francesco definì quel primo arrivo «un segno concreto di impegno per la pace e la vita» che «unisce la solidarietà e la sicurezza», rallegrandosi perché si trattava di un «progetto ecumenico» di cattolici e Chiese protestanti, ricordano ancora dalla Comunità. Un «modello vincente», insomma, «a cui, nel 2019, è stato attribuito anche il premio Nansen per i rifugiati», e che successivamente è stato replicato da Sant’Egidio anche con altre associazioni e realtà ecclesiali e in altri Paesi europei arrivando ad accogliere 7.462 persone in Italia e 1.130 in Europa». Tra le nazionalità accolte, oltre ai siriani, ci sono afgani, eritrei, sudanesi, somali, yemeniti e, da ultimo, palestinesi di Gaza.

«In un momento storico in cui si assiste alla crescita di guerre e tensioni tra gli Stati, a una preoccupante riduzione del diritto di asilo e a un drammatico aumento delle morti in mare – rileva Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio -, i corridoi umanitari continuano ad accogliere e integrare persone e famiglie in fuga da vari Paesi in guerra. In dieci anni questo progetto interamente basato sulla società civile, con la collaborazione dei governi, è un segno di speranza, non solo per le migliaia di persone salvate dalle mani dei trafficanti, ma anche un antidoto all’indifferenza e al senso di impotenza di fronte alle guerre, perché ha coinvolto tanti cittadini nell’accoglienza di chi è più vulnerabile. Una storia di successo che ci incoraggia a proseguire su questa strada».

Nelle parole di Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, «i corridoi umanitari sono da dieci anni un modo sicuro e legale non solo per aiutare persone in condizioni di vulnerabilità, ma per rispettare la nostra idea di Europa e di Italia. In questa fase – prosegue – non neghiamo di essere preoccupati, sia per il destino di questo strumento sia per l’attacco alla solidarietà e all’accoglienza da parte dei governi Ue. Da tempo chiediamo che i corridoi umanitari diventino una politica strutturale dell’Unione, ma ciò non è ancora accaduto. Crediamo poi nell’ampliamento delle vie legali, che eviterebbero il ripetersi di inaccettabili morti in mare, e in generale nel diritto a chiedere asilo per le persone che fuggono da guerre, violenze, povertà. Restringere o negare queste possibilità significa abdicare al ruolo che l’Europa si è data negli anni – sottolinea -: è in gioco l’anima dell’Europa».

27 febbraio 2026

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