Lunedì 2 Marzo 2026 16:03
Don Biallo (Orp): «A Gerusalemme abbiamo sperimentato cosa significhi vivere sotto attacco»


Il sacerdote bloccato in Medio Oriente con un gruppo di 20 pellegrini da Roma e da New York. Un volo li riporterà a casa dalla Giordania. «L’allarme delle sirene è suonato più volte.»
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Tra gli italiani bloccati in Medio Oriente c’è anche un gruppo di venti pellegrini italo-americani, provenienti da Roma e da New York, partiti con l’Opera romana pellegrinaggi (Orp). Avrebbero dovuto visitare la Galilea, il Mar Morto e Gerusalemme. La notizia dell’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran, nelle prime ore di sabato 28 febbraio, è arrivata mentre si trovavano nella zona di Masada, l’antica fortezza di Erode il Grande, situata su un altipiano nel deserto di Giuda. Don Giovanni Biallo, guida dell’Orp, spiega che sono rientrati in gran fretta nell’albergo di Gerusalemme, dove sono rimasti fino a questa mattina, lunedì 2 marzo.
«Stamattina siamo partiti perché abbiamo trovato un volo da Amman che ci riporterà a Roma mercoledì mattina – racconta il sacerdote -. La chiusura dell’aeroporto di Tel Aviv ci ha costretti a cercare un’alternativa attraverso il confine giordano. Abbiamo approfittato dell’apertura del valico di Allenby per raggiungere la Capitale giordana, da dove domani decollerà un volo speciale della Royal Jordanian».
Della permanenza a Gerusalemme, il sacerdote sottolinea l’aspetto spettrale assunto dalla città, dove il trascorrere del tempo è scandito dal costante suono delle sirene. «A Gerusalemme è tutto bloccato – dice -, non c’è nessuno, la città è completamente deserta. Gli abitanti, purtroppo, sono abituati a queste situazioni di guerra, ma sono comunque in apprensione. Mentre ripartivamo, abbiamo sentito le esplosioni dei missili».
Ieri, domenica 1° marzo, «l’allarme delle sirene è suonato più volte – prosegue nel racconto don Giovanni -. Siamo subito scesi nella cantina dell’albergo, che funge da bunker, e non ci siamo mossi finché l’allarme non è cessato. Abbiamo sperimentato cosa significhi vivere sotto attacco». Il gruppo di pellegrini è comprensibilmente scosso. «Sono un po’ spaventati – riferisce don Biallo -. Il rumore dei missili o dei droni intercettati dallo scudo Iron Dome impressiona, non siamo abituati. Ma c’è soprattutto l’enorme dolore di vedere questa terra così tribolata. Il desiderio di tutti – prosegue – è veder fiorire finalmente la pace per questo popolo».
La guerra non ha però fermato l’essenza spirituale del pellegrinaggio, fatta di momenti di preghiera che in queste ore si sono intensificati. «Ieri mattina abbiamo celebrato la Messa domenicale nel bunker – sottolinea il sacerdote -. Stamattina abbiamo recitato il Rosario. La preghiera ci accompagna costantemente». Nonostante la complessità del momento, don Giovanni si dice tranquillo. «Stiamo facendo tutto il necessario per tornare a casa in sicurezza», conclude.
2 marzo 2026
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