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Giovedì 5 Marzo 2026 10:03

Crisi nel Golfo, Parolin: «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza»



Il cardinale segretario di Stato vaticano intervistato dai media vaticani. «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla "guerra preventiva" il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme»

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«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale». Intervistato dai media vaticani, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin riflette sulla situazione in Medio Oriente, a partire dall’attacco di Usa e Israele all’Iran, il 28 febbraio. «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme – osserva -. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

Il porporato cita la Carta delle Nazioni Unite per rimarcare che il ricorso alla forza è da prendersi in considerazione «solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate e sempre nell’ambito di una governance multilaterale». Al contrario, nello scenario in corso «si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità». Rimettendo in discussione principi come «l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra». Insomma, «viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali. E soprattutto sembra essersi smarrita la consapevolezza di quanto già Immanuel Kant scriveva nel 1795: “La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”».

Eppure, per il cardinale, «ancora più grave, sotto certi aspetti», è «invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze. Ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente – osserva -, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come danni collaterali». Eppure, «non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese». Di qui il richiamo all’«importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici».

Per quanto riguarda la Santa Sede, il segretario di Stato ribadisce «con forza» la «condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili, come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari» e la richiesta che «sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita». Quindi l’appello: «Auspico che cessi presto il rumore delle armi e si torni al negoziato», le parole sulla scorta di quelle pronunciate da Papa Leone XIV nell’
Angelus
di domenica scorsa. «Non si deve svuotare il senso dei negoziati: è fondamentale concedere il tempo necessario affinché essi possano giungere a risultati concreti, operando con pazienza e determinazione – sono ancora le parole di Parolin -. Inoltre dobbiamo prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’Onu. Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali – conclude – e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica».

5 marzo 2026

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