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Giovedì 5 Marzo 2026 09:03

La crisi nel Golfo, il logoramento del post-guerra fredda e il “soft power” della Santa Sede



Le dinamiche internazionali e il rischio di escalation, instabilità economica e pressioni politiche. La posta in gioco non riguarda più solo il Medio Oriente, ma l’ordine internazionale stesso. La via della diplomazia, unica prospettiva concreta per una sicurezza duratura

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Un’analisi realistica del conflitto iraniano richiede di considerare sia le responsabilità del regime degli ayatollah, noto per la repressione e le violazioni dei diritti umani, sia le dinamiche internazionali. Stati Uniti e Israele giustificano le operazioni preventive non solo per motivi di sicurezza interna, ma anche per contenere la presunta minaccia nucleare iraniana e l’influenza regionale di Teheran attraverso milizie alleate e alleanze strategiche. Gli effetti concreti di tali operazioni restano però imprevedibili: le reazioni di altri Stati, le conseguenze economiche, le dinamiche interne e l’instabilità regionale possono trasformare un’azione mirata in una crisi di più ampio spettro. La complessità della regione impedisce previsioni certe, soprattutto con il rafforzamento dell’influenza di Russia e Cina. Tradizionale alleato di Teheran, il Cremlino condanna le operazioni preventive unilaterali, mentre la Cina promuove la “de-escalation”, il dialogo e il rispetto del diritto internazionale.

La situazione attuale riflette il logoramento delle regole globali post-guerra fredda: le istituzioni multilaterali spesso diventano strumenti di legittimazione a posteriori, mentre il potere e la percezione delle minacce guidano le azioni degli Stati. In Medio Oriente, questo si traduce in un concreto rischio di escalation militare, instabilità economica e pressioni politiche, come in parte sta già avvenendo, sui Paesi limitrofi, con effetti a catena su Libano, Iraq e petromonarchie del Golfo.

Paradossalmente, un’azione preventiva potrebbe rafforzare (anche se è presto per dirlo) il consenso interno iraniano, consolidando la narrativa della resistenza e riducendo l’efficacia della pressione esterna. Israele mantiene una strategia a lungo termine focalizzata sulla minaccia nucleare e sull’annientamento del nemico, mentre gli Stati Uniti cercano di bilanciare la tutela delle alleanze con la volontà di evitare un conflitto prolungato. Esperienze precedenti, come in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011, dimostrano quanto sia difficile contenere gli effetti di crisi locali che degenerano in instabilità regionale.

In questo contesto, la Santa Sede emerge come voce fuori dal coro, affermandosi come soggetto autorevole di “soft power”. Papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza della diplomazia, del dialogo e della mediazione multilaterale per spezzare la spirale di diffidenza e conflitto. Solo combinando prudenza strategica, visione morale e cooperazione internazionale si può evitare che conflitti locali minaccino la stabilità globale. La posta in gioco non riguarda più solo il Medio Oriente, ma l’ordine internazionale stesso. L’instabilità è strutturale, le regole globali condizionate dai rapporti di forza, e ogni azione militare preventiva comporta rischi difficili da controllare. La via della diplomazia e della fiducia reciproca resta l’unica prospettiva concreta per garantire una sicurezza duratura.

5 marzo 2026

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