Lunedì 9 Marzo 2026 11:03
Attacco Usa-Israele in Iran: nuova fase di «crisi del diritto internazionale»


Ferrara (Farnesina) interviene sulla crisi, tra leadership deboli, diplomazia marginalizzata e logiche di potenza. «Nessuna pace attraverso la forza, ma solo il rischio di una voragine irreparabile»
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Attacco Usa-Israele in Iran: nuova fase di «crisi del diritto internazionale»
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Una settimana fa l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Sette giorni di fuoco ma ancora oggi la crisi in Medio Oriente continua a suscitare forte preoccupazione nella comunità internazionale. L’operazione militare, che ha colpito infrastrutture ritenute legate al programma nucleare iraniano, ha riacceso il confronto tra Washington e Teheran e scatenato una escalation regionale che ha toccato il Libano ma anche Paesi come Kuwait, Qatar e Arabia Saudita fino addirittura raggiungere le coste europee di Cipro. Mentre si moltiplicano le reazioni dei governi e degli organismi internazionali, cresce il dibattito sulle conseguenze politiche, strategiche e giuridiche di questa scelta. Quale scenario si apre ora? Quali rischi per la stabilità globale e per il già fragile equilibrio mediorientale? Ne parliamo con Pasquale Ferrara, ambasciatore di lunga esperienza e a capo per quattro anni della Direzione generale per gli affari politici e di sicurezza del ministero degli Affari esteri.
Riavvolgendo il nastro, come descrivere questo attacco. Era davvero una guerra necessaria? Trump ha davvero “salvato” il pianeta da un imminente attacco nucleare iraniano?
L’unico obiettivo di Trump è salvare sé stesso, cioè fare di tutto per rimanere al potere al riparo dalla probabile sconfitta delle elezioni di mid-term e, soprattutto, dalla spada di Damocle degli Epstein files. Con la decisione di attaccare per due volte l’Iran nel bel mezzo di un negoziato per contenere il suo programma nucleare, Trump ha paradossalmente contribuito – temo – alla proliferazione nucleare. Lo dico nel senso che se si guarda alla Corea del Nord è chiaro che il possesso dell’arma nucleare da parte di un’autocrazia la mette al riparo da ogni tentazione di regime change; è una specie di assicurazione sulla vita. Nonostante le cantilene propagandistiche che si sentono ripetere acriticamente dai media in questi giorni, anche Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha messo più volte nero su bianco che l’Iran non possiede assolutamente armi nucleari. Ammesso e non concesso che una guerra preventiva si possa fare, e non è così, in questo caso non c’era davvero nulla da prevenire. L’unica prevenzione esistente era piuttosto l’accordo nucleare raggiunto con l’Iran nel 2015, che Trump ha fatto deliberatamente saltare nel 2018, anche in quel caso seguendo i suggerimenti nefasti di Netanyahu. E dunque siamo dinanzi a una guerra arbitraria, fatta per motivi che non sono chiari, e che ogni giorno vengono cambiati, le cui conseguenze drammatiche sul piano politico, militare, strategico, nucleare, sociale, economico, energetico, e giuridico – oltre che etico – rimarranno con noi per molti decenni. Si è detto che questa disgregazione del diritto internazionale si debba far risalire all’aggressione russa contro l’Ucraina, ma questa è solo una parte della storia. In realtà, questa contro l’Iran è una guerra concettualmente figlia della “mano libera” che la comunità internazionale ha lasciato a Netanyahu nel genocidio di Gaza, in cui Israele e Stati Uniti hanno superato tutti i limiti, senza incorrere in alcuna sanzione.
L’unico obiettivo di Trump è salvare sé stesso, cioè fare di tutto per rimanere al potere al riparo dalla probabile sconfitta delle elezioni di mid-term e, soprattutto, dalla spada di Damocle degli Epstein files. Con la decisione di attaccare per due volte l’Iran nel bel mezzo di un negoziato per contenere il suo programma nucleare, Trump ha paradossalmente contribuito – temo – alla proliferazione nucleare. Lo dico nel senso che se si guarda alla Corea del Nord è chiaro che il possesso dell’arma nucleare da parte di un’autocrazia la mette al riparo da ogni tentazione di regime change; è una specie di assicurazione sulla vita. Nonostante le cantilene propagandistiche che si sentono ripetere acriticamente dai media in questi giorni, anche Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha messo più volte nero su bianco che l’Iran non possiede assolutamente armi nucleari. Ammesso e non concesso che una guerra preventiva si possa fare, e non è così, in questo caso non c’era davvero nulla da prevenire. L’unica prevenzione esistente era piuttosto l’accordo nucleare raggiunto con l’Iran nel 2015, che Trump ha fatto deliberatamente saltare nel 2018, anche in quel caso seguendo i suggerimenti nefasti di Netanyahu. E dunque siamo dinanzi a una guerra arbitraria, fatta per motivi che non sono chiari, e che ogni giorno vengono cambiati, le cui conseguenze drammatiche sul piano politico, militare, strategico, nucleare, sociale, economico, energetico, e giuridico – oltre che etico – rimarranno con noi per molti decenni. Si è detto che questa disgregazione del diritto internazionale si debba far risalire all’aggressione russa contro l’Ucraina, ma questa è solo una parte della storia. In realtà, questa contro l’Iran è una guerra concettualmente figlia della “mano libera” che la comunità internazionale ha lasciato a Netanyahu nel genocidio di Gaza, in cui Israele e Stati Uniti hanno superato tutti i limiti, senza incorrere in alcuna sanzione.
Come è possibile che un leader sia riuscito a prendere le redini dei destini di intere nazioni? Dove sono tutti gli altri leader? Perché sono così “deboli”? Dove abbiamo sbagliato qui in Europa?
Questa è l’era della supremazia, l’era della violenza di Stato, l’era della militarizzazione dei rapporti internazionali. Purtroppo, siamo dinanzi a una politica neo-imperiale esercitata contro avversari assai più deboli, indipendentemente da quali siano i loro comportamenti internazionali e nazionali, su cui dovrebbero pronunciarsi, piuttosto, istituzioni multilaterali o – ove possibile – la giustizia interna. Un bullismo mondiale capeggiato dagli Stati Uniti di Trump, ma che è in buona compagnia, ad esempio con Putin. Trump sembra aver fatto suo il motto del Principe di Machiavelli, e cioè che è meglio essere temuto che amato. La famosa scena dello Studio Ovale della Casa Bianca, con l’agguato ai danni di Zelensky, ha probabilmente intimorito altri Paesi sovrani. Anche per questa sola ragione, oltre che per i validissimi contenuti, le posizioni assunte di recente dal primo ministro spagnolo Sanchez si segnalano per il loro coraggio e dignità di nazione sovrana, altro che sovranismo! Il paragone con altri leader europei è impietoso. Perciò, se non ci si presenta uniti in modo molto determinato, abbiamo già perso la partita. I nazionalismi sono letteralmente, e non solo in senso figurato, la rovina dell’Europa. Spero che appaiano politici con una visione alta dell’Europa. Non ne vedo in questo momento, purtroppo.
Questa è l’era della supremazia, l’era della violenza di Stato, l’era della militarizzazione dei rapporti internazionali. Purtroppo, siamo dinanzi a una politica neo-imperiale esercitata contro avversari assai più deboli, indipendentemente da quali siano i loro comportamenti internazionali e nazionali, su cui dovrebbero pronunciarsi, piuttosto, istituzioni multilaterali o – ove possibile – la giustizia interna. Un bullismo mondiale capeggiato dagli Stati Uniti di Trump, ma che è in buona compagnia, ad esempio con Putin. Trump sembra aver fatto suo il motto del Principe di Machiavelli, e cioè che è meglio essere temuto che amato. La famosa scena dello Studio Ovale della Casa Bianca, con l’agguato ai danni di Zelensky, ha probabilmente intimorito altri Paesi sovrani. Anche per questa sola ragione, oltre che per i validissimi contenuti, le posizioni assunte di recente dal primo ministro spagnolo Sanchez si segnalano per il loro coraggio e dignità di nazione sovrana, altro che sovranismo! Il paragone con altri leader europei è impietoso. Perciò, se non ci si presenta uniti in modo molto determinato, abbiamo già perso la partita. I nazionalismi sono letteralmente, e non solo in senso figurato, la rovina dell’Europa. Spero che appaiano politici con una visione alta dell’Europa. Non ne vedo in questo momento, purtroppo.
Iran e Venezuela. Perché proprio questi due Paesi? È un caso?
Molti anni fa si sarebbe detto che sono i Paesi che fanno parte, secondo una definizione che veniva usata da George W. Bush, di un “asse del male”, ma di nuovo tipo. Nell’asse sono entrate Venezuela e Cuba. L’Iraq ne è uscita. Permane l’Iran. Ma c’era anche la Corea del Nord, di cui però Trump per ora si disinteressa, pur essendo una dittatura e avendo l’arma nucleare (e forse proprio per questo). Una logica che emerge è che si tratta di due Paesi con ottimi rapporti energetici con la Cina, che in prospettiva è il vero avversario – percepito come tale – a Washington. Interrompere questa linea di approvvigionamento a favore di Pechino è parte del piano. L’aspetto tristissimo di questa vicenda è che sia il Venezuela che l’Iran, ed i loro popoli, sono trattati come oggetti di cui disporre in un grande gioco geo-strategico, oppure in una partita spregiudicata di consenso elettorale.
Molti anni fa si sarebbe detto che sono i Paesi che fanno parte, secondo una definizione che veniva usata da George W. Bush, di un “asse del male”, ma di nuovo tipo. Nell’asse sono entrate Venezuela e Cuba. L’Iraq ne è uscita. Permane l’Iran. Ma c’era anche la Corea del Nord, di cui però Trump per ora si disinteressa, pur essendo una dittatura e avendo l’arma nucleare (e forse proprio per questo). Una logica che emerge è che si tratta di due Paesi con ottimi rapporti energetici con la Cina, che in prospettiva è il vero avversario – percepito come tale – a Washington. Interrompere questa linea di approvvigionamento a favore di Pechino è parte del piano. L’aspetto tristissimo di questa vicenda è che sia il Venezuela che l’Iran, ed i loro popoli, sono trattati come oggetti di cui disporre in un grande gioco geo-strategico, oppure in una partita spregiudicata di consenso elettorale.
Domanda delle domande, sempre: che fine hanno fatto l’Onu, il diritto internazionale, la diplomazia? Quale la radice del loro fallimento?
Non ha fallito la diplomazia, ma la politica. È l’era dell’anti-diplomazia, del tradimento della diplomazia da parte dei decisori politici. La rivista “The Atlantic” ha recentemente pubblicato un articolo che descrive il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri degli Stati Uniti, come una grande “catacomba della diplomazia”, essendo stato esautorato e ridotto ai minimi termini da affaristi, speculatori ed immobiliaristi, oltre che dai boss delle Big Tech. Non è vero affatto che il diritto internazionale e l’Onu siano diventati d’un colpo inefficaci o inutili; è che sono deliberatamente e sistematicamente smantellati e metaforicamente “bombardati”. Il diritto internazionale, come fatto relazionale e di civilizzazione dei rapporti tra gli Stati, vive se gli Stati intendono rispettarlo. Il fatto che il mondo, tecnicamente, sia “anarchico” (cioè non c’è un’Autorità mondiale di ultima istanza in grado di far rispettare le regole a tutti), non significa che sia anche “anomico”, cioè privo di regole. Si cercano alibi per giustificare l’unilateralismo aggressivo. È questo il senso del discorso fatto a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney, chi ha parlato della possibilità di formare una vera “coalizione di volenterosi” non per fare le guerre, ma per dimostrare che la cooperazione e il rispetto delle regole alla fine si dimostrano vincenti e convenienti per tutti. Al di là di questo rimane solo il cinismo, una sorta di licenza di fare ciò che più aggrada, senza alcuna considerazione di responsabilità etica né tantomeno realistica. Noi rispettiamo il rosso al semaforo certamente perché temiamo di prendere una multa, ma non c’è un vigile ad ogni incrocio, e comunque ci atteniamo a quella convenzione, anche perché la coscienza ci suggerisce che violare quella regola significa mettere a repentaglio la nostra vita e quella degli altri. Come vediamo in questi giorni, anche attenersi al diritto internazionale, o violarlo, può decidere della vita o della morte, della pace o della guerra.
Non ha fallito la diplomazia, ma la politica. È l’era dell’anti-diplomazia, del tradimento della diplomazia da parte dei decisori politici. La rivista “The Atlantic” ha recentemente pubblicato un articolo che descrive il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri degli Stati Uniti, come una grande “catacomba della diplomazia”, essendo stato esautorato e ridotto ai minimi termini da affaristi, speculatori ed immobiliaristi, oltre che dai boss delle Big Tech. Non è vero affatto che il diritto internazionale e l’Onu siano diventati d’un colpo inefficaci o inutili; è che sono deliberatamente e sistematicamente smantellati e metaforicamente “bombardati”. Il diritto internazionale, come fatto relazionale e di civilizzazione dei rapporti tra gli Stati, vive se gli Stati intendono rispettarlo. Il fatto che il mondo, tecnicamente, sia “anarchico” (cioè non c’è un’Autorità mondiale di ultima istanza in grado di far rispettare le regole a tutti), non significa che sia anche “anomico”, cioè privo di regole. Si cercano alibi per giustificare l’unilateralismo aggressivo. È questo il senso del discorso fatto a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney, chi ha parlato della possibilità di formare una vera “coalizione di volenterosi” non per fare le guerre, ma per dimostrare che la cooperazione e il rispetto delle regole alla fine si dimostrano vincenti e convenienti per tutti. Al di là di questo rimane solo il cinismo, una sorta di licenza di fare ciò che più aggrada, senza alcuna considerazione di responsabilità etica né tantomeno realistica. Noi rispettiamo il rosso al semaforo certamente perché temiamo di prendere una multa, ma non c’è un vigile ad ogni incrocio, e comunque ci atteniamo a quella convenzione, anche perché la coscienza ci suggerisce che violare quella regola significa mettere a repentaglio la nostra vita e quella degli altri. Come vediamo in questi giorni, anche attenersi al diritto internazionale, o violarlo, può decidere della vita o della morte, della pace o della guerra.
Come uscire oggi dalla regola del più forte che detta le regole?
Anzitutto sarà la storia a incaricarsi di smentire con i fatti e dopo indicibili sofferenze causate all’umanità che la forza considerata come un principio a sé stante è un serpente dalle molte teste, una delle quali finisce quasi sempre per azzannare il suo stesso custode, nel senso di deludere le aspettative di dominio assoluto e di egemonia incontrastata. Qualche anno fa uno storico francese, Jean-Baptiste Duroselle, scrisse un libro dal titolo epigrammatico: “Tout empire perira”, “Ogni impero è destinato a perire”. Questo vale anche per i cosiddetti imperi informali del ventesimo ed anche di questo ventunesimo secolo, perché il mondo è un luogo plurale in continua trasformazione e l’umanità ha una insopprimibile sete di libertà. In secondo luogo, l’espressione che spesso viene usata della “regola del più forte” è in sé stessa contraddittoria, perché la forza per definizione non ha regole e non ne crea di nuove. Il programma dell’amministrazione Trump non è mai stato “nessuna guerra”, quanto “nessuna regola”. Ed è questa seconda parte che si applica anche alle guerre MAGA, che, come vediamo, difettano gravemente di obiettivi strategici, e si adattano alle condizioni di convenienza contingenti. Questa non-politica consiste, in fondo, nel banalizzare la guerra come un’attività qualunque, su cui si costruiscono filmati “disgustosi”, come ha scritto l’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase J. Cupich, che i ricordano i videogames, irridenti concepiti da menti disturbate. Nel breve periodo, credo sia importante creare delle reali alternative a questo tipo di egemonia predatoria, e paradossalmente l’Unione europea, checché se ne dica della sua debolezza politica, può essere un nuovo punto di riferimento per tutto quel vasto mondo che viene in modo improprio denominato “Sud globale” e che in realtà è soprattutto post-occidentale. Gli imperi vecchi e nuovi prima o poi sperimentano un “over stretch”, cioè fanno il passo più lungo della gamba, e si consumano per presunzione o per consunzione interna. L’importante, nel frattempo, è non farsi scoraggiare o, peggio, salire sul carro del vincitore (momentaneo), ma continuare a ricomporre i segmenti di una pace possibile e creare gli spazi di manovra per una cooperazione praticabile.
Anzitutto sarà la storia a incaricarsi di smentire con i fatti e dopo indicibili sofferenze causate all’umanità che la forza considerata come un principio a sé stante è un serpente dalle molte teste, una delle quali finisce quasi sempre per azzannare il suo stesso custode, nel senso di deludere le aspettative di dominio assoluto e di egemonia incontrastata. Qualche anno fa uno storico francese, Jean-Baptiste Duroselle, scrisse un libro dal titolo epigrammatico: “Tout empire perira”, “Ogni impero è destinato a perire”. Questo vale anche per i cosiddetti imperi informali del ventesimo ed anche di questo ventunesimo secolo, perché il mondo è un luogo plurale in continua trasformazione e l’umanità ha una insopprimibile sete di libertà. In secondo luogo, l’espressione che spesso viene usata della “regola del più forte” è in sé stessa contraddittoria, perché la forza per definizione non ha regole e non ne crea di nuove. Il programma dell’amministrazione Trump non è mai stato “nessuna guerra”, quanto “nessuna regola”. Ed è questa seconda parte che si applica anche alle guerre MAGA, che, come vediamo, difettano gravemente di obiettivi strategici, e si adattano alle condizioni di convenienza contingenti. Questa non-politica consiste, in fondo, nel banalizzare la guerra come un’attività qualunque, su cui si costruiscono filmati “disgustosi”, come ha scritto l’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase J. Cupich, che i ricordano i videogames, irridenti concepiti da menti disturbate. Nel breve periodo, credo sia importante creare delle reali alternative a questo tipo di egemonia predatoria, e paradossalmente l’Unione europea, checché se ne dica della sua debolezza politica, può essere un nuovo punto di riferimento per tutto quel vasto mondo che viene in modo improprio denominato “Sud globale” e che in realtà è soprattutto post-occidentale. Gli imperi vecchi e nuovi prima o poi sperimentano un “over stretch”, cioè fanno il passo più lungo della gamba, e si consumano per presunzione o per consunzione interna. L’importante, nel frattempo, è non farsi scoraggiare o, peggio, salire sul carro del vincitore (momentaneo), ma continuare a ricomporre i segmenti di una pace possibile e creare gli spazi di manovra per una cooperazione praticabile.
Che ruolo può svolgere il Papa Usa Leone XIV? E la diplomazia vaticana?
Anzitutto, in questa follia bellicista, far sentire la voce della ragionevolezza, come ha fatto papa Leone XIV proprio ieri all’
Anzitutto, in questa follia bellicista, far sentire la voce della ragionevolezza, come ha fatto papa Leone XIV proprio ieri all’
Angelus
, affinché «cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli». Quindi fare appello a tutti i governanti coinvolti a far si che la situazione, già drammatica, non degeneri ulteriormente. Papa Leone vede con grande lucidità il pericolo, molto reale e in parte già diventato realtà, che il conflitto si allarghi, e altri Paesi della regione, tra cui il «caro Libano», possano sprofondare nuovamente nell’instabilità. Poi c’è la grande tradizione della diplomazia vaticana, capace di parlare davvero con tutti con grande autorevolezza e credibilità, perché la Santa Sede non ha interessi diretti, né economici, né territoriali. Il segretario di Stato cardinale Parolin è stato inequivocabile nel rilevare che «se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», sottolineando come il ricorso alla forza vada considerato «solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale». Tutti criteri che i guerrieri seriali, i “top gun” e i giustizieri ingiusti di Washington e Tel Aviv non hanno minimamente osservato. Non c’è nessuna “pace attraverso la forza”, ma solo, come dice ancora Leone XIV, una “tragedia di proporzioni enormi” e il rischio di una “voragine irreparabile”. (M. Chiara Biagioni)9 marzo 2026
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