Mercoledì 11 Marzo 2026 16:03
“Kokoro”, il capolavoro di Soseki


Un piccolo gioiello di sintesi narrativa, evoca i silenzi interiori dei due personaggi principali impegnati a scambiarsi il testimone di ciò che entrambi ritengono possa essere il significato della vita
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Natsume Soseki (1867 1916), uno dei più grandi scrittori giapponesi moderni, sorta di lontano e distante padre putativo di Yukio Mishima, al quale lo stesso Haruki Murakami ha voluto spesso rendere omaggio, visse l’epoca del cambiamento repentino del suo Paese da un’età sostanzialmente ancora feudale, basata sull’etica drammatica dei samurai, fino all’alba della rivoluzione industriale che aveva minato le antiche certezze restando tuttavia ancorata alla realtà politica imperiale, nel lungo tramonto dell’era Meiji, senza essere passata attraverso nessuna rivoluzione democratica. Il che conferisce alla prosa di questo scrittore un fascino speciale, sospesa com’è fra una specie di incantamento malinconico e l’ammirevole sintesi e rapidità della resa narrativa.
Prova ne sia quello che molti ritengono il suo capolavoro: Kokoro (Il cuore delle cose), pubblicato nel 1914, due anni prima della scomparsa, leggibile in italiano nella traduzione di Antonietta Pastore (pp. 233, Oscar Mondadori). Il romanzo appare diviso in tre parti: Sensei e io narra l’incontro fra il diarista, studente universitario, e un uomo molto più anziano, sposato senza figli, che il ragazzo sente come un punto di riferimento essenziale, sebbene non esista fra di loro alcuna dimensione strettamente didattica; I miei genitori e io, in cui il protagonista torna a casa dalla famiglia per assistere il padre malato, e Sensei e il suo testamento, il racconto finale dell’uomo adulto, sorta di smagato bilancio esistenziale, nel quale egli identifica i motivi della propria vulnerabilità. In pratica assistiamo a un ribaltamento percettivo perché il maestro si rivela molto più fragile del discepolo, ma forse è proprio a causa di tale precaria condizione psichica, le cui ragioni vengono declinate dal diretto interessato con implacabile lucidità autodistruttiva, ad avere inizialmente suscitato la curiosità del giovane, sebbene questi non sappia spiegarla neppure a se stesso.
A nessuno dei suoi ideali interlocutori lo scrittore assegna un’identità onomastica, come se entrambi rappresentassero, anche simbolicamente, una solitudine universale, quella di chi non riesce a trovare un motivo sufficiente per superare l’apatia ed entrare in azione: «Così restavo bloccato, incapace di avanzare in qualsivoglia direzione. A volte, quando si è malati, capita di addormentarsi durante il giorno, per svegliarsi poi e vedere con chiarezza intorno a sé, senza però riuscire a muovere braccia e gambe. In quel periodo, all’insaputa di tutti, soffrivo di una paralisi simile».
Quest’opera di Soseki, alternando descrizioni e riflessioni, senza che mai le une prevarichino sulle altre, si rivela un piccolo gioiello di sintesi narrativa evocando in modo mirabile i silenzi interiori dei due personaggi principali impegnati a scambiarsi il testimone di ciò che entrambi ritengono possa essere il significato della vita.
11 marzo 2026
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