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Lunedì 16 Marzo 2026 19:03

Cnel, un relitto costituzionale che costa 6 milioni l’anno

Cinque sedute l'anno, costo medio un milione a seduta - Dal 1958 ha presentato 38 disegni di legge, dei quali solo uno è diventato legge dello Stato su iniziativa diretta dell’Ente -

#politica
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Il CNEL – Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro costa circa sei milioni di euro l’anno. Non è un refuso. È il costo reale di un’istituzione pubblica che esiste dal 1958 e che in oltre sessant’anni ha prodotto 38 disegni di legge, dei quali uno soltanto direttamente dalla proposta CNEL è diventato legge dello Stato.

Il conto è brutale: centinaia di milioni di euro pubblici spesi per un risultato legislativo quasi nullo. E questo, semplicemente, è il problema.

Oggi l’istituzione è guidata da Renato Brunetta, economista, ex ministro, politico di lungo corso. La promessa iniziale era chiara: rilanciare il CNEL, farne un laboratorio di riforme, restituirgli centralità. Ma i numeri restano impietosi. Il bilancio dell’ente si aggira sui 6 milioni annui. L’assemblea conta 75 membri. Il costo teorico medio supera gli 80 mila euro l’anno per componente.

Le assemblee plenarie si riuniscono poche volte l’anno. Cinque sedute in media. Dividendo il bilancio per le riunioni si ottiene un dato che ha fatto sobbalzare più di un osservatore: oltre un milione di euro per seduta. Certo, è un calcolo teorico. Ma la percezione pubblica non vive di note metodologiche.

Nel frattempo il CNEL è entrato con forza nel dibattito politico sul salario minimo. L’organo presieduto da Brunetta ha espresso una posizione critica verso l’introduzione per legge.

Da quel momento è scattata l’accusa più pesante nei confronti dell’Organo e di chi lo presiede. Quella che il governo abbia utilizzato il CNEL come scudo tecnico per evitare uno scontro parlamentare diretto con le opposizioni.

Un organo costituzionale, il CNEL, nato per rappresentare le parti sociali diventato improvvisamente arbitro politico di una riforma divisiva. Il paradosso è evidente.

Un organo costituzionale nato per rappresentare le parti sociali e fornire consulenza al Parlamento si ritrova oggi nel mezzo dello scontro politico su una delle riforme più divisive del Paese.

Eppure la funzione originaria è chiarissima nella Costituzione.
L’articolo 99 della Costituzione italiana stabilisce infatti che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro “è organo di consulenza delle Camere e del Governo” e “ha anche iniziativa legislativa” nelle materie economiche e sociali. Proprio per questo il divario tra missione costituzionale e risultati concreti appare ancora più evidente.

E mentre il dibattito infuria, resta sospesa la domanda più scomoda di tutte: a cosa serve davvero il CNEL nell’Italia di oggi? La banca dati dei contratti collettivi? Gli studi economico-sociali? La mediazione tra categorie produttive? Funzioni importanti, certo. Ma davvero richiedono un organo costituzionale con questa struttura e questo costo?

Il referendum costituzionale del 2016 aveva già posto il problema. L’abolizione del CNEL era prevista nella riforma bocciata dagli elettori. Il tema, però, non è mai scomparso.

Per i critici il CNEL è il simbolo perfetto di una patologia italiana: istituzioni che sopravvivono alla loro utilità storica. Un palazzo monumentale a Villa Borghese. Un bilancio pubblico stabile. Una produzione normativa quasi inesistente. E un presidente chiamato a difendere un’istituzione che molti considerano ormai un fossile costituzionale.

E poi c’è la questione più simbolica.

Il presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, oggi Renato Brunetta, percepisce un trattamento economico lordo annuo nell’ordine di 240-250 mila euro che considerato da lui insufficiente ha tentato recentemente, non riuscendovi, di aumentare. Un compenso equiparabile a quello dei vertici di alcune autorità indipendenti.

Il dato colpisce soprattutto perché, nella concezione originaria del CNEL prevista dall’articolo 99 della Costituzione, la partecipazione dei componenti doveva avere carattere rappresentativo e non professionale, con indennità e rimborsi, ma non necessariamente un vero stipendio politico.

La nomina di Brunetta alla presidenza del CNEL è stata proposta nel 2023 dal governo guidato da Giorgia Meloni e formalizzata con decreto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La scelta fu presentata come la volontà di affidare l’istituto a un economista con lunga esperienza istituzionale, già ministro della Funzione pubblica e docente universitario, per rilanciare il ruolo del CNEL nel dibattito sul lavoro e sulle politiche economiche.

Ma proprio qui si innesta la domanda più tagliente. Se il CNEL continua a costare milioni l’anno, produce pochissime iniziative legislative e interviene soprattutto nel dibattito politico, allora il problema non è solo Brunetta.

Il problema è se questa istituzione abbia ancora una funzione reale nell’Italia del XXI secolo o se sia diventata semplicemente una sopravvivenza costituzionale che nessun governo ha il coraggio di mettere davvero in discussione.

Un’istituzione nata in un’altra epoca, sopravvissuta a tutte le riforme e rimasta in piedi mentre intorno cambiavano economia, lavoro e rappresentanza sociale.

Ma le istituzioni non sono monumenti da conservare per tradizione. Devono dimostrare di servire al Paese. Se non lo fanno, diventano soltanto ciò che molti italiani ormai vedono chiaramente nel CNEL, sempre che ne abbiano contezza, un costoso reperto costituzionale mantenuto con i soldi dei contribuenti.

Se un organo costituzionale costa milioni l’anno, produce pochissime leggi e interviene soprattutto come attore nel dibattito politico, allora non è più un’istituzione necessaria. È un relitto amministrativo. E i relitti, nelle democrazie mature, non si restaurano per nostalgia: si smantellano. Allora perché nessun governo ha mai davvero avuto il coraggio di farlo? (Pier Francesco Corso)

 

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