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Lunedì 16 Marzo 2026 21:03

Massimiliano Vado ‘Vi spiego perché il calcio è roba da femmine’

Dal 31 marzo al 3 aprile, al Teatro Cometa Off di Roma, va in scena uno spettacolo che usa la provocazione e il ribaltamento dei ruoli per parlare di un tema purtroppo sempre attuale: il maschilismo e la violenza che ne deriva. Scritto da Chiara Garbiero e diretto da Massimiliano Vado, Il calcio è roba…
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Dal 31 marzo al 3 aprile, al Teatro Cometa Off di Roma, va in scena uno spettacolo che usa la provocazione e il ribaltamento dei ruoli per parlare di un tema purtroppo sempre attuale: il maschilismo e la violenza che ne deriva.

Scritto da Chiara Garbiero e diretto da Massimiliano Vado, Il calcio è roba da femmine ci proietta in un mondo dove le dinamiche di genere sono invertite, costringendoci a guardare con occhi nuovi quello che di solito facciamo finta di non vedere.

In questa intervista, il regista ci spiega come ha lavorato su questo testo, perché ha scelto la strada della commedia e quale è la sua visione del teatro oggi.

Nel ribaltamento dei ruoli proposto da Chiara Garbiero, come hai guidato gli attori per evitare la macchietta e rendere invece ‘chirurgica’ la critica al maschilismo tossico?

Non mi piacciono i registi che guidano gli attori, mi piacciono quelli che propongono una strada e che lavorano insieme agli attori per la creazione di qualcosa che nasca da entrambi. Uno scambio necessario. Le macchiette per fortuna non esistono più nel teatro professionale da molti anni e le lasciamo agli amatoriali che tanto ci si divertono; noi proponiamo un messaggio abbastanza forte e per questo dobbiamo stare attenti a fornire gli elementi necessari perché il pubblico si identifichi e riconosca la violenza, anche la più nascosta.



La cosa migliore che possiamo fare è interrogarci anche sulle esperienze personali, su quando abbiamo visto le persone essere corrotte, allontanate, comprate, ricattate, totalmente influenzate, anche costrette e plagiate. Maschi o femmine che fossero. Parto comunque da un’esperienza personale, da quello che ho visto succedere attorno a me: ho messo dentro questo spettacolo anche i dolori personali che sono diventati esponenziali.

Come sei riuscito a bilanciare l’arma della commedia e della risata con la necessità civile di affrontare temi duri come la violenza di genere e le discriminazioni?

Non lo so se ci sono riuscito. Non è una mia priorità quella di fare commedia, è una mia priorità quella di lanciare comunque delle bombe mentre le persone sorridono. Il bilanciamento va creato ogni sera, a seconda dell’umore degli attori, del loro incastro, e della risposta del pubblico. Una formula ogni sera diversa e per questo teatrale, altrimenti scenderei nell’usanza volgare di dare le intonazioni. Fare commedia soltanto per farla non mi è mai interessato. Ho sempre messo qualcosa di intimo e forte, un messaggio, un contenuto, una richiesta di aiuto. Per sopravvivenza.

È stato scelto un impianto scenografico astratto ispirato a Kandinskij invece di un ambiente realistico, in che modo questo spazio mentale influenza il ritmo dello spettacolo?

Rappresenta un pensiero dello spettatore e non un’influenza per la messa in scena. Un rumore di fondo per menti in ascolto, esattamente come per l’arte astratta, per cui interessa più la percezione che il contenuto. Kandinskij, su cui sto lavorando anche per l’allestimento di un altro spettacolo, trattiene in sé tutti i movimenti della violenza, delle situazioni portate all’estremo. Un frullatore emozionale a cui rubare le congetture di pensiero.

La tua carriera spazia dai classici alla popolarità televisiva: in che modo questa tua natura poliedrica ti aiuta a scardinare le “certezze sedimentate” del pubblico teatrale oggi?

La mia carriera è poliedrica per necessità, più che per gusto. Adorerei vivere in un paese in cui l’arte viene così finanziata e corteggiata da poter adagiarsi solo su una sola forma e con questa poter sopravvivere senza scendere a compromessi. Ma da quando ho cominciato, il secolo scorso ormai, l’inserimento della politica, sempre più opprimente, nel mondo di cinema, teatro, televisione e poesia, ha danneggiato la credibilità di questo mestiere e la possibilità di eleggerlo come lavoro unico, per molti di noi.
Ho visto le menti migliori della mia generazione svendersi per un quarto d’ora di popolarità in un salotto borghese. Quello che faccio – o che tento di fare – è spaziare, tenendo ovviamente conto dei miei gusti, anche con l’esigenza di non affogare. La mia fortuna è che posso ancora scegliere e che posso fare le cose che mi scatenano ancora l’adrenalina; il pubblico è una conseguenza, un mezzo. Non l’obiettivo.

Spesso i tuoi progetti nascono da un’urgenza sociale: credi che il teatro debba essere prima di tutto un atto di ‘pedagogia dell’empatia’ per risultare ancora necessario?

Non ho mai creduto e mai crederò nel teatro sociale, in quello che vuole per forza dare una lezione, in quello che vuole con insistenza affermare un pensiero unico. Non credo nemmeno nei giornalisti o negli psicologi che fanno serate uniche nei grandi teatri e chiamano tutto questo ‘spettacolo’. Il teatro anticipa sempre la realtà, non insegna. Chi pretende di dare insegnamenti manifesta platealmente solo il proprio egocentrismo.
Ogni sera mi sembra che l’unico a dover imparare qualcosa sia io. Che il teatro sia necessario lo mette in evidenza palese l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta cancellando tutte le altre forme d’arte tranne quelle più antiche. Una vittoria sull’orlo del postumo.

Il calcio è spesso l’ultimo bastione del linguaggio sessista: perché questo sport è ancora il terreno più fertile per mettere a nudo le nostre contraddizioni civili?

Semplicemente perché il calcio è una passione per ominidi, per persone represse che non hanno altro sfogo. È l’esempio perfetto di chi non ha altri argomenti. Il terreno perfetto per chi usa la violenza come soluzione. Esattamente come la situazione che rappresentiamo in scena. Ci nutriamo delle mancanze altrui.

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