Martedì 17 Marzo 2026 12:03
Sudan: «La Chiesa rientra a Khartoum tra distruzione, timori e speranze»


A parale è il missionario Diego Dalle Carbonare. A quasi tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan resta diviso tra esercito e Rapid support forces. Grave la crisi umanitaria: 25 milioni rischiano la fame
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Il 15 aprile saranno tre anni dall’inizio del conflitto in Sudan. Di fatto il Paese è diviso in due. La guerra si è oramai cristallizzata in due blocchi contrapposti. L’esercito regolare, che rappresenta anche il governo, controlla il nord e l’est del Paese, compresa la capitale Khartoum, riconquistata circa un anno fa. L’ovest e parte del sud -le regioni del Darfur e del Kordofan – restano teatro di combattimenti molto pesanti. In quelle aree continuano a operare soprattutto le Rapid support forces (Rsf). Di recente gli Stati Uniti hanno diramato un comunicato in cui dichiarano “organizzazione terroristica” i Fratelli Musulmani, legata al governo e all’esercito sudanese, e questo complica la situazione perché sembrano appoggiare indirettamente le Rsf. In realtà le principali organizzazione per i diritti umani dimostrano da tempo che entrambe le fazioni hanno colpito e continuano a colpire i civili. Ma le Rapid support forces (legate alle ex milizie janjaweed tristemente note per le crudeltà durante la guerra in Darfur) sono responsabili di maggiori atrocità documentate, anche perché composte da mercenari reclutati da vari Paesi.
La geopolitica dimostra come tutto sia collegato e anche il Sudan risente indirettamente del conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Gli Emirati Arabi sono infatti tra i principali sponsor della guerra in Sudan. Fa gola l’oro, di cui è ricchissimo il Paese africano. E come in tutte le guerre ci sono enormi interessi internazionali nel commercio di armi ma non ci sono colloqui di pace, né reale volontà di negoziare. Il timore ora è che si possa spostare la linea del fronte, con nuove offensive a nord ed est. In questa situazione la Chiesa sta tentando di ricominciare, soprattutto a Khartoum e a Omdurman, la città gemella sulla sponda occidentale del Nilo.
Secondo le statistiche dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni a gennaio almeno un milione di persone è rientrato nella Capitale. I vescovi stanno cercando di sostenere la popolazione. Il vescovo di El Obeid è in prima linea, perché la città è circondata dai ribelli. Il vescovo di Khartoum sta cercando di riavviare gradualmente le attività nella Capitale, ma tutto procede con grande prudenza, perché la situazione è incerta e imprevedibile. Prima della guerra i religiosi di diverse congregazioni erano 120, ora sono rimasti una ventina. Tra loro vi sono undici Comboniani, sotto la guida di padre Diego Dalle Carbonare, provinciale dei Comboniani in Egitto e Sudan. Anche altre congregazioni stanno cercando di rientrare.
«Siamo in fase di ritorno a Khartoum – racconta al Sir padre Dalle Carbonare, che vive a Port Sudan ma in questi giorni è in Italia -. Due confratelli sono lì da dicembre e un terzo li raggiungerà tra pochi giorni. Io sono stato a Khartoum a Natale per circa un mese e conto di tornare presto. Anche altre congregazioni stanno cercando di ripartire, come i Francescani e le suore di Madre Teresa. Tutta la Chiesa sta cercando lentamente di rimettersi in moto». Se tornassero i combattimenti a Khartoum le persone tornate che stanno cercando di ricostruire la propria vita sarebbero infatti costrette a fuggire di nuovo. «Sarebbe una sofferenza enorme – afferma -. Anche per noi come Chiesa sarebbe un colpo durissimo. Stiamo raccogliendo fondi, riaprendo scuole e parrocchie. Abbiamo appena iniziato a riprendere le attività da dicembre e ora non sappiamo cosa aspettarci».
Khartoum è una città fantasma. A Khartoum i Comboniani hanno trovato tanta distruzione, soprattutto edifici governativi, banche, negozi e edifici commerciali. Il centro è ancora «una città fantasma. Non è distrutta completamente, ma è vuota: non c’è quasi nessuno per strada. Al mattino si incontrano poche persone e ci si saluta, ma la sera tutti se ne vanno perché di notte la zona è pericolosa. Le strutture della Chiesa hanno subito soprattutto saccheggi: meno distruzioni strutturali, ma molto materiale è stato portato via. Molte persone si erano rifugiate nelle nostre strutture e poi, quando sono ripartite, hanno preso ciò che potevano – dice -. In città ci sono moltissime auto distrutte e abbandonate per strada. Tuttavia esiste ancora la possibilità di ricostruire: gli edifici non sono completamente rasi al suolo, ma danneggiati e quindi riparabili».
In Darfur situazione infernale. Di fatto nelle zone controllate dall’esercito, nel nord e nell’es, «la vita in qualche modo continua – spiega il missionario -. C’è una forte crisi economica, ovviamente, come in qualsiasi Paese in guerra, ma le scuole funzionano, la gente lavora e anche noi, come Chiesa, continuiamo a portare avanti la vita delle parrocchie. Nel Darfur e nel Kordofan, invece, la situazione è infernale: caos totale, distruzione e violenza diffusa». Il Darfur è ormai completamente in mano alle Rsf da quando hanno preso Al-Fasher a fine ottobre. Le poche informazioni che arrivano parlano di villaggi incendiati, scuole e ospedali bombardati e continui attacchi e violenze contro i civili. Negli ultimi tempi le Rsf si stanno spingendo anche verso il distretto del Nilo Bianco, nelle città di Kosti e Rabak.
In Sudan la situazione umanitaria è gravissima, una delle peggiori emergenze al mondo, con circa 25 milioni di persone a rischio fame. Più della metà del Paese soffre di insicurezza alimentare e circa 7 milioni di bambini non vanno a scuola da tre anni. «È un’intera generazione che rischia di perdere l’accesso all’educazione», evidenzia il comboniano. Le ong incontrano enormi difficoltà a portare aiuti, spesso a causa della burocrazia e delle restrizioni. Il missionario chiede alla comunità internazionale – a partire dai governi europei – di «non dimenticare questa guerra. È chiaro che l’attenzione oggi è concentrata su Iran, Medio Oriente e Ucraina, ma il Sudan non può essere ignorato. Oltre alla mediazione per una tregua e per l’accesso agli aiuti umanitari, è necessaria una soluzione diplomatica». Il suo appello è rilanciato in Italia da Focsiv, Pax Christi, Rete italiana pace e disarmo e altre Ong. (Patrizia Caiffa)
17 marzo 2026
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