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Mercoledì 18 Marzo 2026 12:03

Olocausto: 132 studenti romani in visita nei luoghi della deportazione

Un gruppo di studenti romani visita Auschwitz, riflettendo sull'orrore della Shoah e sulla memoria collettiva.

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Lungo il corridoio di marmo bianco risuonano i nomi delle vittime, uno alla volta, come in una preghiera. Il freddo sferza i volti e sale dalle scarpe, il passo si fa pesante e il tempo sembra tornare indietro. Il pensiero va alle immagini simboliche, reali o filmiche, che hanno raccontato l’orrore della deportazione nazifascista. Il percorso di accesso al campo di concentramento di Auschwitz, così come è stato riprogettato nel 2023, rappresenta un’esperienza immersiva, che impone il silenzio anche a una brigata allegra e curiosa come quella arrivata ieri a Cracovia da Roma, composta da 132 studenti delle scuole superiori e dei centri di formazione professionale della Capitale e della sua provincia. I ragazzi camminano piano, attraversano con rispetto i nomi dei milioni di ebrei, rom, omosessuali, disabili e oppositori politici, morti in quello che la guida turistica non esita a definire “il più grande cimitero d’Europa”. Poi compare la scritta “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”. Si mostra così com’è e com’è sempre stata, con la B capovolta. “Un gesto di resistenza, sembra irrilevante nel tempo in cui viviamo, ma non lo era in un luogo in cui si veniva privati di qualsiasi libertà e dignità”, spiega la guida.

Secondo alcuni studiosi, infatti, la scritta fu realizzata dai prigionieri nel reparto dei fabbri, sotto il comando di Jan Liwacz, e la B rovesciata sarebbe stata un piccolo ma coraggioso atto di ribellione. Tra i blocchi del campo si possono trovare molte storie simili. Al muro delle impiccagioni si ricorda la decisione di un giovane polacco, imitata poi dagli altri detenuti, di togliersi la vita da solo per sottrarre ai nazisti la soddisfazione di uccidere. Al Muro della Morte, dove si stimano almeno 4.500 fucilazioni a sangue freddo, si racconta che 280 partigiani deportati da Lublin, nell’esecuzione più drammatica ricostruita finora, il 28 ottobre del 1942, preferirono morire invece che rinnegare la loro libertà. È la seconda e ultima tappa di una giornata iniziata alle luci dell’alba, con la prima visita a Birkenau dove, alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, è stata deposta una corona di fiori sulla Juden Rampe e dove si sono svolti momenti di commemorazione con esponenti della comunità rom e omosessuale.

Nella mattinata, i ragazzi sono stati accompagnati, tra gli altri, dallo storico Marcello Pezzetti che ha spiegato che lì, davanti al binario su cui venivano scaricati i deportati che sopravvivevano ai treni merce, avveniva la selezione tra coloro che venivano avviati ai campi, come Auschwitz, nei quali si lavorava in condizioni estreme fino alla morte, e coloro che invece erano spediti direttamente allo sterminio, nelle camere a gas di Birkenau. “La percentuale – ha detto Pezzetti – era un 80 per cento alle camere a gas e un 20 per cento al lavoro, ma ci sono stati anche vagoni con il cento per cento di eliminati”. La selezione avveniva in una struttura di cui oggi rimane una triste testimonianza sgarrupata, tra abitazioni contemporanee in cui tutt’ora si vive e che negli anni ha visto comitati di residenti protestare contro il via vai dei viaggi della memoria. “Qui, sulla Juden Rampe, sono arrivati anche i deportati del 16 ottobre del 1943 a Roma – ha detto il sindaco Gualtieri -. È importante partire da qui, perché solo se si viene qui, si ha la piena percezione dell’abisso di disumanità che la Shoah ha rappresentato nella storia dell’umanità, costituendo un unicum però fatto da persone, tra virgolette, normali e per questo non dobbiamo pensare che non possa più accadere”.

“La presenza di case qui intorno restituisce la sensazione di incrocio tra bestialità e umanità che ha permesso l’attuazione di una ideologia folle che voleva eliminare tutti quelli che non si ritenevano adatti. Hanno iniziato con gli ebrei ma poi hanno incluso i rom, gli slavi, i disabili… questo livello di nichilismo e razzismo lo hanno attuato con la scientificità di una qualsiasi struttura amministrativa. C’era la ferocia dei bambini chiusi in lenzuola e uccisi sbattendoli al muro, messa in atto da persone che facevano questo lavoro, come se fosse un normale lavoro d’ufficio. Questo ci rende chiaro che la memoria è fondamentale e che il dolore che hanno provato quelle persone lo dobbiamo sentire anche noi, perché non riguarda soltanto le minoranze ma tutti noi. Dobbiamo commemorare le vittime di questa tragedia ma dobbiamo anche capire perché sistemi amministrativi, fatti di segretarie, funzionari, impiegati, che facevano carriera e la sera tornavano a casa da moglie e figli, hanno partecipato allo sterminio del popolo ebraico, degli omosessuali, dei rom, dei disabili, come se fosse una normale pratica amministrativa”, ha concluso.

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