Giovedì 19 Marzo 2026 11:03
Via Crucis per l’Ucraina a Roma


Nella cattedrale di Santa Sofia, ricordate le vittime della guerra e invocata una pace giusta. Il rettore don Semehen: «Abbiamo il diritto di piangere ma non di odiare». Preghiere in più lingue
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Una Via Crucis per l’Ucraina nella cattedrale di Santa Sofia a Roma dove si è fatta memoria dei morti in guerra ma si è anche pregato per la fine della guerra e l’instaurazione di una pace giusta. Si è svolta domenica 15 marzo alla presenza di fedeli e autorità pubbliche, civili ed ecclesiastiche. Le riflessioni sono state lette in italiano e in ucraino mentre diplomatici di diversi Paesi si sono alternati nella recita del Padre Nostro e dell’Ave Maria nelle rispettive lingue madri (macedone, serbo, francese, italiano, spagnolo, inglese, tedesco), a simboleggiare la preghiera comune dei popoli per l’Ucraina. E davanti alla Croce sono stati posti oggetti appartenenti ai bambini ucraini morti a causa dell’aggressione russa. Sono state collocate anche capsule contenenti terra proveniente da diverse regioni dell’Ucraina: Kherson, Kharkiv, la regione di Sumy e il Donbass.
«Sono simbolo di una terra intrisa del sangue, del sudore e delle lacrime degli ucraini, ma al tempo stesso una terra di speranza, chiamata a portare pane e vita alle future generazioni di ucraini». Come ha osservato don Marco Yaroslav Semehen, rettore della basilica di Santa Sofia, questa terra «ha visto la guerra, odora di polvere da sparo», e «la sua presenza sotto la croce è un segno di unità spirituale con l’Ucraina, con coloro che oggi combattono, difendono la loro terra, sopportano le prove della guerra o sono già passati all’eternità». I partecipanti hanno poi preso parte a una processione di preghiera intorno alla chiesa e fino alla croce eretta nella piazza antistante la cattedrale. Qui si è tenuta una funzione commemorativa per tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina.
Nel suo discorso conclusivo, padre Semehen ha sottolineato la comprensione cristiana della croce, che dopo la passione e la risurrezione di Cristo non è più segno di sconfitta, ma diventa simbolo di salvezza e speranza. «Abbiamo il diritto di piangere, abbiamo il diritto di sentire dolore e ingiustizia, ma non abbiamo il diritto di odiare», ha sottolineato il sacerdote, esortando a non permettere che «la sofferenza si trasformi in odio». Durante la preghiera sono stati presentati anche due progetti artistici. Il primo – “Preghiera per l’Ucraina” – dell’artista Volodymyr Kozyuk, raffigura donne ucraine sullo sfondo di città devastate dalla guerra e richiama l’immagine cristiana della Madonna con il Bambino. L’altro è la visualizzazione della moderna “Via Crucis dell’Ucraina”, dove ogni stazione è associata a una città specifica o a un evento della guerra. L’idea del progetto è di Lesya Romaniv e le illustrazioni sono state realizzate dai bambini della scuola di catechismo presso la cattedrale di Santa Sofia.
Alla Via Crucis hanno partecipato l’ambasciatore dell’Ucraina presso la Santa Sede Andriy Yurash con la moglie Diana e rappresentanti di istituzioni ecclesiastiche e pubbliche. Presente anche una piccola delegazione della fondazione Migrantes, composta dal direttore generale monsignor Pier Paolo Felicolo e dal direttore di Migrantes Roma don Pietro Guerini. Felicolo spiega così al Sir il significato della loro presenza alla Via Crucis: «È ciò che la Fondazione Migrantes fa da tempo accanto alla comunità ucraina: esserle vicina in molte situazioni. Siamo presenti, ad esempio, nel rimpatrio delle salme di chi muore qui, e offriamo aiuti, medicine e sostegno di quanti sono vittime della guerra e della violenza. In questo caso ci è sembrato giusto e opportuno fermarci a pregare insieme, nella celebrazione della Via Crucis, accanto al Signore e accanto a tutte le croci del mondo, compresa quella che la comunità ucraina porta con sé: la guerra, la violenza, la morte, la povertà. Perché la guerra è, in fondo, la madre di tutte le povertà. Essere vicini significa anche pregare: pregare per loro e pregare con loro. È stato un momento molto intenso, semplice ma profondamente significativo».
Un’aggressione su vasta scala, quella della Russia all’Ucraina, che è entrata nel suo quinto anno e ha chiesto a tutte le Chiese in Europa un grande sforzo di accoglienza, aprendo le proprie porte in tutto il territorio. «La Chiesa italiana vive questa realtà dell’accoglienza non solo con gli ucraini ma con tutti coloro che provengono da situazioni difficili: guerra, violenza, mancanza di libertà e altre condizioni di sofferenza – aggiunge Felicolo -. Le porte aperte sono, per me, anche il segno di un abbraccio: quando si apre la porta e si permette a qualcuno di entrare, lo si accoglie davvero, si condivide la sua condizione. Si cerca di sostenerlo in ciò che vive, di comprendere le sue preoccupazioni, per poterlo accompagnare nel suo cammino. Questo è il senso del nostro essere presenti nella Via Crucis: accompagnare queste persone, farci loro vicini, comprendere sempre meglio le loro esigenze e offrire un sostegno non solo a parole, ma anche in modo concreto e pratico, come facciamo ormai da tanti anni». (M. Chiara Biagioni)
19 marzo 2026
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