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Giovedì 19 Marzo 2026 09:03

In Iran messo a morte uno svedese-iraniano accusato di spionaggio

pena di morte, amnesty international
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La denuncia di Amnesty International, che esprime preoccupazione anche per un altro svedese-iraniano, per diversi anni ricercatore a Novara, la cui condanna a morte è definitiva dal 2017

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La notizia è arrivata nei giorni scorsi da fonti di stampa ufficiali iraniane: è stato impiccato in Iran Kourosh Keyvani, arrestato nel giugno 2025 e condannato per “spionaggio in favore di Israele”. Lo ricorda Amnesty International Italia, esprimendo grande preoccupazione per la sorte di un altro cittadino svedese-iraniano, la cui condanna a morte è definitiva dal 2017: Ahmadreza Djalali, medico ed esperto in Medicina dei disastri, arrestato nell’aprile 2016, che ha fatto ricerca per diversi anni a Novara, all’Università del Piemonte Orientale.

«Già dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” con Israele dello scorso giugno, le autorità iraniane avevano avviato la caccia alla spia, arrestando e mettendo a morte, al termine di processi sommari, svariate persone con l’accusa di spionaggio per Israele – ricorda Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia -. L’esecuzione resa nota oggi è un prolungamento di quella campagna ma rischia anche di essere l’inizio di una nuova, identica fase».

Noury sottolinea che Djalali – «per la cui scarcerazione oltre ad Amnesty International Italia e alle istituzioni accademiche e politiche novaresi si sono mossi a livello globale le Nazioni Unite e oltre 100 premi Nobel in discipline scientifiche» – è stato condannato a morte «per un reato mai commesso: arrestato in Iran nel 2016, gli è stato chiesto di spiare Israele e, al suo rifiuto, è stato raggiunto dall’accusa opposta. Ormai da dieci anni la moglie, la figlia e il figlio lo aspettano a casa a Stoccolma». Djalali infatti è cittadino svedese, ha fatto ricerca in Belgio e in Italia. «La sua è una storia anche e soprattutto europea – sono ancora le parole del portavoce di Amnesty -. Ma le azioni in favore di quello che è un vero e proprio ostaggio nelle mani delle autorità iraniane, non nuove a ricorrere a questa prassi, in questi anni non hanno dato alcun frutto mentre le sue condizioni di salute peggioravano costantemente».

Ora «la vita di Djalali è doppiamente a rischio anche a causa di possibili operazioni militari israeliane e statunitensi contro i centri di detenzione in Iran. Ora più che mai – conclude Noury – è necessario fare tutte le pressioni necessarie sulle autorità di Teheran perché sia salvato».

19 marzo 2026

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