Domenica 22 Marzo 2026 01:03
Libertà di stampa, tanti disegni di legge discussi e mai approvati
Il governo ha recepito soltanto la normativa europea, che purtroppo riguarda soltanto i casi transfrontalieri -
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In Italia la libertà di stampa non viene mai colpita frontalmente. Viene aggirata, progressivamente ridotta, resa particolarmente rischiosa. Non servono leggi antidemocratiche quando basta il codice penale e una causa civile ben costruita per ottenere lo stesso risultato: far tacere.
I numeri parlano chiaro: la maggioranza delle querele per diffamazione viene archiviata e quasi tutte quelle che arrivano a sentenza si concludono con l’assoluzione del giornalista. Ma il punto non è vincere. Il punto è costringere a difendersi dovendo affrontare un processo, sia esso civile o penale.
Tre legislature, oltre dieci anni, decine di disegni di legge. E un solo risultato: nessuna riforma.
Nel 2013 il Senato discute il DDL A.S. 1119, primo firmatario Luigi Zanda (Partito Democratico): eliminare il carcere, riequilibrare il sistema. Si arriva vicino al traguardo. Poi tutto si ferma.
Nel 2018 la Camera approva il DDL C. 925, firmato Giuseppe Brescia (Movimento 5 Stelle). Anche qui: carcere ridimensionato, sanzioni più moderne. Il testo passa un ramo del Parlamento. E poi si arena.
Arriviamo ad oggi.
Nel 2023 il Senato esamina il DDL A.S. 466, primo firmatario Alberto Balboni (Fratelli d’Italia). È il provvedimento simbolo della legislatura. Su di esso il dato politico è evidente: maggioranza e opposizione convergono sulla diagnosi, ma divergono o rinviano sulla cura. Emblematico il caso degli emendamenti promossi e presentati dallo stesso Berrino (FdI), con i quali il politico ha riaperto il tema del carcere per i giornalisti, generando in quell’anno una paralisi legislativa e forti critiche da parte della categoria.
Sul fronte opposto, parlamentari di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra presentano proposte e interventi in Aula per introdurre una disciplina anti-SLAPP (acronimo di Strategic Lawsuits Against Public Participation, che tradotto significa “cause strategiche contro la partecipazione pubblica”: tra i nomi più attivi figurano esponenti quali Debora Serracchiani (PD), Roberto Scarpinato (M5S) e Angelo Bonelli (AVS).
Ma anche queste iniziative rimangono senza alcun esito concreto.
Nel frattempo, per bloccare le tante critiche, il Governo decide di scegliere la via più facile: recepire la normativa europea. Con la legge di delegazione europea 2024-2025, approvata definitivamente nel dicembre 2025, si prevede di fatto l’attuazione della Direttiva UE 2024/1069 anti-SLAPP (Si tratta di azioni legali, civili o penali, intentate non tanto per vincere nel merito, ma per intimidire giornalisti, attivisti o cittadini, imporre costi di risarcimento economici e psicologici elevati, indurre per timore all’autocensura).
Ma qui si consuma il vero paradosso italiano. La direttiva si applica solo ai casi transfrontalieri, cioè a quelli avvenuti tra diversi Stati esteri. Risultato: la nuova disciplina non riguarda la quasi totalità delle querele italiane, che restano interne e senza alcuna disciplina se non quella inappropriata vigente nel paese. Una riforma, dunque, che esiste sulla carta ma che non incide sulla realtà.
Il quadro finale è desolante: disegni di legge numerati e depositati (A.S. 446, A.S. 466), relatori nominati, dibattiti accesi, ma nessuna legge approvata.
Nel frattempo, giornalisti e direttori continuano a ricevere richieste di risarcimento da decine o centinaia di migliaia di euro. Richieste che anche quando infondate, producono un effetto certo: l’autocensura.
Le soluzioni al grave problema di queste limitazioni della libertà di stampa sono note e già praticate altrove: un filtro preliminare per bloccare le cause abusive; sanzioni economiche per chi querela senza fondamento; risarcimenti per chi subisce l’abuso; limiti alle richieste danni; stop definitivo a ogni ipotesi di carcere. In Italia, però, ovviamente queste soluzioni restano nei cassetti parlamentari. E così la libertà di stampa non viene negata formalmente. Viene svuotata lentamente, tra un rinvio, una querela e una richiesta milionaria di risarcimento danni.
Per concludere, ci sembra opportuno evidenziare che da recenti sondaggi effettuati, è emerso che i giornalisti italiani sarebbero lieti e particolarmente favorevoli a che i politici più strenui difensori della libertà di stampa, almeno a parole, si facessero promotori di un’apposita proposta di legge da presentare a Governo e Camere, impegnandosi a sostenerla seriamente, con la quale colmare il vuoto normativo attualmente esistente sulla libertà di stampa in Italia. (Pier Francesco Corso)
